Dimenticate la "cattolicissima" Brescia, negli anni ‘70 era il paradiso dei travestiti

Nel libro "Lei, Armando", un travestito bresciano racconta in un libro fotografico le sue avventure nella città lombarda tra la fine degli anni '60 e la metà degli '80. Clienti da tutta Italia andavano alla "Casa delle Bambole" per divertirsi: preti, manager, imprenditori

Travestito Brescia

Armando Borno

Armando Borno

16 Settembre Set 2017 0747 16 settembre 2017 16 Settembre 2017 - 07:47

Ci sono tre persone su un campanile. Uno di loro è un prete, Don Calogero. E fin qui tutto normale. A fargli compagnia però ci sono una bottiglia di rum e due ragazze: Lidia e Armanda. Tra le corde delle campane stanno per consumare un menàge a trois. Sappiamo cosa state pensando. E se aggiungessimo che "Lidia" e "Armanda" erano in realtà i soprannomi di due travestiti?

Eh sì, siamo nella Brescia di fine anni ’60. A 8 km da qui, a Concesio, è nato Giovanni Montini che dal 1963 è a capo della Chiesa di Roma con il nome di Paolo VI. Qui è nato il cattolicesimo sociale lombardo: austero, generoso, autentico. E proprio una delle città più cattoliche del Paese è stata per almeno vent’anni dal 1966 al 1984, la capitale dei travestiti d’Italia, seconda solo a Milano.

Venivano da tutta la Lombardia perché Brescia era la città con più trans e travestiti in rapporto alla popolazione. Dall’imprenditore che voleva farlo con i film di Pasolini in sottofondo, lasciando in ricompensa 20 milioni di lire a botta, passando per il manager della Val Camonica fino al missionario laico. Ma anche operai e giudici. Dai 18 ai 99 anni.

A raccontare questa e altre storie del genere è la figura di spicco del gruppo di transessuali e travestiti che sconvolse la Brescia dell’epoca: Armando Borno, o meglio, Armanda. L’ha fatto in un libro intervista Lei, Armando (Morellini editore, 2017), scritto con il giornalista Nicola Baroni. Non una semplice serie telegrafica di domande e risposte ma quasi un dialogo spiritoso che ripercorre con una certa dose d’ironia la storia di quegli anni. Il libro, pubblicato a settembre di quest’anno, raccoglie anche tutte le migliori fotografie dall’inizio degli anni ’70 alla metà degli anni ’80 scattate da Armando ai clienti, colleghi di lavoro e amici che passarono il loro tempo nella “Casa delle Bambole”, il bordello dove visse e lavorò il gruppo di travestiti bresciano.

Il pioniere del movimento è stato Leonardo, detta "Lea": “Capelli lunghi biondi alla Patty Pravo, vitino da vespa e piedini da Cenerentola come racconta Armando nel libro. Seguita da “Carlotta” e “Lora”. La scelta del nome d’arte è più semplice di quanto sembri: alcuni cambiavano la vocale finale del proprio nome, altri declinavano il loro diminutivo al femminile.

I tre iniziarono a battere nel 1966, in altrettanti appartamenti al civico 5 di via Rossovera. Un palazzo fatiscente di cinque piani nella contrada malfamata del Carmine, a due passi da piazza Loggia, sede del Comune dove ci fu l’attentato "nero" del 1974. Il quartiere era perfetto: la zona infestata dalla microcriminalità e i vicoli stretti erano l’ideale per nascondersi in fretta dalle retate della polizia.

Pochi anni prima la Legge Merlin aveva fatto scomparire le "case chiuse” ma la prostituzione, come oggi, non era un reato. “Per incastrare i travestiti, la polizia doveva accusarli del reato di cambio di persona. Un collaboratore della polizia entrava nella Casa delle Bambole, fingendosi un cliente. A quel punto le autorità facevano irruzione e il complice diceva di non sapere che quello fosse un uomo e di essere stato ingannato Con questo escamotage i travestiti venivano condannati a sei mesi di carcere per truffa e in alcuni casi mandati al confino” spiega Baroni.

A pagare furono proprio i primi tre ragazzi travestiti. Nel tentativo di estirpare fin da subito la “strana moda”, le autorità bresciane li condannarono al domicilio coatto. "Carlotta" e "Lora" dovettero scontare la loro pena in due piccoli centri abruzzesi: rispettivamente Ataleta e Notaresco.

All’epoca il quartiere Carmine sembrava il set di un film di Fellini e Tinto Brass: macchiette di provincia, venditori ambulanti, piccoli criminali, tre cinema porno e prostitute dappertutto. In quest’Amarcord in salsa bresciana le questioni private diventavano affare comune. Era un microcosmo a sé, fuori dal tempo e dal buoncostume dell’epoca.

Nei primi anni ’70, la rivoluzione sessuale rese il clima più tollerante e favorì la seconda “ondata” di travestiti, sempre in via Rossovera 5. Ormai la voce era girata. Armando e una ventina di nuovi ragazzi iniziarono a esercitare nella Casa delle Bambole, pagando un affitto basso per gli appartamenti. Nel palazzo abitavano anche delle prostitute ma non avevano il permesso di battere sotto casa. Dovevano andare in altre zone.

Una volta al mese passava la padrona di casa. La signora Frangi, accompagnata dal suo cocker Ippo. I bagni erano in comune ma non c’erano né docce, né cucine. Per lavarsi i travestiti dovevano andare alle docce comuni di piazza mercato, nel centro di Brescia, mentre per mangiare non c’era problema: pranzo e cena al ristorante visto che i clienti non mancavano e pagavano bene.

All’epoca il quartiere Carmine sembrava il set di un film di Fellini e Tinto Brass: macchiette di provincia, venditori ambulanti, piccoli criminali, tre cinema porno e prostitute dappertutto. In quest’Amarcord in salsa bresciana le questioni private diventavano affare comune. Era un microcosmo fuori dal tempo e dal buoncostume dell’epoca.

“Se c’era un posto dove poteva nascere un fenomeno del genere è proprio il Carmine. Gli abitanti del quartiere erano abituati a convivere con la prostituzione femminile, figuriamoci se si stupirono per quella dei travestiti. Anzi, molti erano contenti di fare discorsi compiuti con questi ragazzi, in media più intelligenti delle prostitute analfabete delle valli bresciane”, spiega Baroni. “Non mancavano però i disagi, spesso si formavano degli ingorghi lungo via Rossovera dalle 22 fino alla mattina, perché i clienti si fermavano con le macchine, a contrattare il prezzo e capitava che qualche inquilino buttasse dal balcone vasi di fiori o spazzatura”.

Non era certo un paradiso idilliaco. Nel libro Armando parla dell’uso di droga (LSD, cocaina, anfetamine) e del mese di carcere che scontò per detenzione di stupefacenti; racconta la gerarchia tra vecchi e nuovi travestiti, i piaceri, dolori, vita e morte nella palazzina. Come “Medea” la veterana gelosa delle nuove ondate di travestiti, o "Rina", morta nell’appartamento con il suo cane pechinese per colpa delle esalazioni di monossido di carbonio.

Se a Brescia le autorità avevano imparato col tempo a tollerare la situazione eccezionale per l’epoca, nelle altre città non si faceva lo stesso. Armando racconta nel libro di aver fatto qualche trasferta e di aver ricevuto più volte il foglio di via come “persona non gradita”: Riccione, Verona, Bergamo. Solo a Genova, nella famosa via del Campo cantata da De André riuscì a lavorare per un po’ di tempo con tranquillità.

Nella prima metà degli anni ’80 quasi tutti i travestiti hanno abbandonato la Casa delle Bambole, sempre più in rovina, pur rimanendo nel quartiere. I costumi sono cambiati e anche la morale. Ora il palazzo è diventato una casa popolare dopo la riqualificazione del quartiere Carmine, promossa dal Comune tra il 2001 e il 2010. Armando ha iniziato a viaggiare, pensando ancora con un sorriso a quelle avventure nel campanile con Don Calogero.

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