Di Maio è l’autobiografia dell’Italia di oggi. E faremmo bene a non sottovalutarlo

Si sprecano le ironie sulla cultura e sull’esperienza del candidato premier del Movimento Cinque Stelle. Eppure nessuno meglio di lui rappresenta l’Italia stanca e arrabbiata di questi anni. Guai a prenderlo sottogamba

Luigi Di Maio
18 Settembre Set 2017 0830 18 settembre 2017 18 Settembre 2017 - 08:30

Lo steward, il tecnico informatico, l’eterno fuoricorso a giurisprudenza, quello che sbaglia i congiuntivi, che confonde Cile e Venezuela parlando di Pinochet, il disoccupato miracolato che si è trovato, grazie a Beppe Grillo, a fare il vicepresidente della Camera dei Deputati, il più giovane della storia dell’Italia repubblicana. Se fate parte dei detrattori di Luigi Di Maio, neo candidato premier del Movimento Cinque Stelle, prima o seconda forza politica italiana da cinque anni a questa parte, avete argomenti a iosa per ironizzare su di lui e sulla sua conclamata inadeguatezza a presiedere il Consiglio dei Ministri.

Visto che però la campagna elettorale non è ancora iniziata, e abbiamo ancora a disposizione qualche settimana di ragionamenti sereni, sarebbe opportuno chiedersi come e perché ci sia arrivato, un signor Nessuno come Di Maio, ad ambire alla più alta carica politica di questo Paese. Ma soprattutto, dovrebbero chiedersi perché il Movimento degli algoritmi, quello che meglio in questi anni è riuscito a intercettare il sentire diffuso dell’opinione pubblica, abbia scelto proprio lui, il webmaster di Pomigliano D’Arco.

Per capirlo, forse, vale la pena di partire da un film uscito poche settimane dopo il terremoto politico delle elezioni politiche del 2013. S’intitola Benvenuto Presidente ed è la storia di un cittadino comune - tale Giuseppe Garibaldi, interpretato da Claudio Bisio - che diventa per un equivoco Presidente della Repubblica. Ovviamente, l’Uomo Qualunque, seppur privo di competenze e abilità politiche, si rivela migliore di qualunque dei suoi predecessori e riesce a farsi amare dagli italiani, grazie all’onestà, al buon senso, all’istintività delle sue azioni.

Se siete un pezzo di classe dirigente del Paese questa ingenuità vi farà sorridere (o orrore, dipende). Abbiamo una notizia: gli ingenui siete voi. L’odio per le élite, per la casta, per il cinismo e l’auto referenzialità della politica hanno nutrito questo cliché da commedia degli equivoci fino a farlo diventare opinione dominante nel Paese: oggi davvero la gente - non solo in Italia, peraltro - pensa che il cittadino comune con un po’ di buonsenso possa governare l’Italia meglio del rettore della Bocconi. Ecco: Di Maio è l’unico tra i candidati premier che può fregiarsi di essere l’Uomo Qualunque. Non Salvini, anche se si mette le felpe. Non Renzi, anche se paga il mutuo. Non Pisapia, anche se è gentile con tutti. Non Berlusconi, anche se nessuno è stato in grado di comprenderne le istanze meglio di lui. Uno a zero per lui.

Di Maio non è più di il paria del 2013, ma di uno che è da cinque anni leader politico e vicepresidente della Camera. Uno che ha incontrato tutti gli esperti possibili, che ha studiato come si padroneggia il mezzo televisivo, che ha uno staff in grado di elaborarne i contenuti. A titolo di esempio, basti ricordare come è riuscito a dettare l’agenda sulla questione Ong, superando a destra la Lega Nord e costringendo il Paritto Democratico a inseguirlo sul suo terreno, fino al varo del Codice Minniti

Due: Di Maio non è solamente “uno di noi”. È la personificazione di tutto ciò che di noi è stato penalizzato, in questi anni. È giovane, il più giovane candidato premier che ci sia mai stato, coi suoi 31 anni, nel momento in cui la disoccupazione giovanile ha raggiunto percentuali da record. È del Mezzogiorno, negli anni in cui la forbice tra Nord e Sud del Paese è tornata ad aprirsi come mai prima d’ora. È (era) un freelance, senza contratto a tempo indeterminato: di quelli che le banche nemmeno li fanno avvicinare allo sportello. La personificazione della vittima di questi dieci anni di crisi.

Tre: Di Maio è perfetto per marcare le distanze tra la classe dirigente e il resto del Paese. Attacchi lui e le sue debolezze, e finisci col prendertela con la maggioranza degli italiani. Lo sfotti perché non è laureato? Notizia: siamo il penultimo Paese europeo per percentuale di laureati sul totale della popolazione. Lo sfotti perché prima di fare politica era un giovane nullatenente e disoccupato? Contateli, i giovani nullatenenti e disoccupati, e aggiungeteci pure i loro genitori, già che ci siete. Ah, e se credete che fare i primi della classe coi tempi verbali e le citazioni in punta di Wikipedia porti consenso, vuol dire che vi siete dimenticati quanto fossero “popolari” i primi della classe quando andavate a scuola.

L’insidia maggiore è la quarta, tuttavia: sottovalutarlo. Di Maio non è più di il paria del 2013, ma di uno che è da cinque anni leader politico e vicepresidente della Camera. Uno che ha incontrato tutti gli esperti possibili, che ha studiato come si padroneggia il mezzo televisivo, che ha uno staff in grado di elaborarne i contenuti. A titolo di esempio, basti ricordare come è riuscito a dettare l’agenda sulla questione Ong, superando a destra la Lega Nord e costringendo il Partito Democratico a inseguirlo sul suo terreno, fino al varo del Codice Minniti. Il tutto, non a caso, poche settimane prima che gli sbarchi aumentassero vertiginosamente e a pochi mesi dall'inizio della campagna elettorale in Sicilia. La specialità di Casa Berlusconi, si sarebbe detto in altri tempi. Renzi e Salvini prendano appunti. Non sarà per nulla semplice.

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