Enrico Letta: “Riportare a casa i giovani in fuga deve diventare una priorità per la politica”

Intervista all’ex Presidente del Consiglio, a margine di un evento della sua Scuola di Politiche: «Brexit? Può essere l'occasione per rendere più semplice il nostro Paese. Penso a chi se n’è andato per iniziare un’attività, qualunque essa sia. Dobbiamo evitare che se ne vadano in Canada o altrove»

Enrico Letta

Enrico Letta

JACQUES DEMARTHON / AFP

18 Settembre Set 2017 0830 18 settembre 2017 18 Settembre 2017 - 08:30

«Dovremmo metterci come obiettivo quello di riportare a casa tutti i 20-25enni italiani che sono andati in UK negli anni scorsi. Perché Brexit sarà dura, e dobbiamo farli rientrare in Italia: sono profili brillanti» Lo dice Enrico Letta ai “suoi giovani”, gli oltre 200 allievi della Scuola di politiche, impegnati a Cesenatico in una Summer school intitolata “Chiavi di rottura”. Tre giorni di incontri, focus e approfondimenti e super-ospite, quest'anno, Romano Prodi. Non è la prima volta che Letta definisce cruciale il tema generazionale: stavolta aggancia il ragionamento all'uscita prossima ventura del Regno Unito dall'Unione Europea, lanciando una proposta al governo italiano.

Dunque anche gli italiani in UK avranno delle ripercussioni da Brexit?
Brexit sarà molto più duro e molto più complicato di quanto si pensi per i tanti europei che lavorano in Gran Bretagna, a Londra. Molti sono italiani, migliaia e migliaia, non soltanto giovani - ma prevalentemente giovani. Allora bisogna che si pensi a una modalità per dare un incentivo a queste persone a tornare. Sono persone che hanno maturato delle abilità molto importanti stando lì, e credo che non avranno motivazioni a rimanere - perché gli ostacoli che verranno messi saranno presumibilmente molto complessi.

Verranno proprio messe delle limitazioni a lavorare in UK?
Mi sembra molto difficile che non sia così. Il vero motivo per cui la Brexit è avvenuta è il tema dell'immigrazione e il tema della libera circolazione dei lavoratori, circolazione che vogliono limitare per l'appunto.

Però questo è sopratutto l'ingresso di profili bassi che vogliono limitare, no?
Per una limitazione di questo tipo è molto difficile stabilire un discrimine, una selettività rispetto ai profili e rispetto ai Paesi. È evidente che c'è una fortissima sensibilità contro una parte dei lavoratori dei Paesi dell'Est, però nel nostro sistema europeo non c'è distinzione tra lavoratori dei Paesi dell'est, italiani, o spagnoli… Siamo tutti uguali.

Quindi per frenare i polacchi finiranno per frenare anche gli italiani.
Esattamente. Siccome avverrà questa cosa, e io penso che prima ci si organizza meglio è, perché non creare un'autostrada per quei ragazzi per rientrare da noi? Altrimenti il rischio è che da lì se ne vadano ancora più lontano, in Australia o in Canada o da un'altra parte ancora. Io credo invece che dobbiamo riportarli, perché sono quelli che ci interessano di più.

I tantissimi giovani che sono andati via per mettere in piedi un'attività di vario tipo sono stati attirati dal fatto che lì la facilità a farlo è evidente. Secondo me bisogna seriamente riflettere su questo aspetto, capire come si potrebbe accelerare da una parte il percorso di rientro e dall'altra il percorso necessario per avviare un'attività qui da noi, similmente a quel che accade nel Regno Unito»

In Italia c'è posto per loro? Non rischiano di tornare e frustrarsi?
La domanda è legittima. Ecco perché bisogna pensarci bene, costruirla bene. Creare un'autostrada in termini di incentivi fiscali per un certo periodo di tempo - ormai giocano tutti su questo tema dell'incentivo fiscale -, prevedere meccanismi che li aiutino a mettere in piedi un'attività da noi simile a quanto stanno già facendo lì. Va pensata: non ho la soluzione chiavi in mano.

Sarebbe in pratica una legge Controesodo nuova edizione.
Sì, ma mirata: a quel tipo di ragazzi, a quello che stanno facendo lì. Va studiato bene il segmento.

Pensa ai laureati, com'era Controesodo? O anche per quelli che vanno a fare i lavapiatti o i camerieri?
Penso a quelli che vanno lì con l'idea di mettere in piedi un'attività: laureati o non laureati non importa.

Dunque gli imprenditori, gli startupper.
I tantissimi giovani che sono andati via per mettere in piedi un'attività di vario tipo - non voglio escluderne nessuna - sono stati attirati dal fatto che lì la facilità a farlo è evidente. Secondo me bisogna seriamente riflettere su questo aspetto, capire come si potrebbe accelerare da una parte il percorso di rientro e dall'altra il percorso necessario per avviare un'attività qui da noi, similmente a quel che accade nel Regno Unito. Insomma quello che dico è: studiamola, miriamo l'obiettivo, mi sembra che ne valga la pena.

I tempi?
Questa cosa va fatta rapidamente. Marzo del 2019 sarà il momento in cui scatterà formalmente il Brexit, e sapremo quali saranno le regole. Quindi bisognerà secondo me già essere operativi per quel tempo.

E questi giovani vorranno tornarci, in Italia?
Vivendo io all'estero e frequentando tanti italiani che vivono all'estero, non ho mai visto nessuno ideologicamente contrario al rientro in Italia. Sono tutti come dire per contingenza contrari al rientro, cioè tutte persone che dicono: «Oh, quello che riesco a fare qui non lo potrei fare in Italia, quindi rimango qui». Ma a parità di condizioni son convinto che tutti tornerebbero.

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