Millennials di tutto il mondo, o vi unite o siete carne da macello

Il saggio Teoria della classe disagiata di Alberto Raffaele Ventura, appena edito da minimum fax, mette da parte i lamenti e finalmente ci obbliga a guardarci allo specchio e riconoscere la nostra subalternità, ma ci offre anche l'unico modo di uscire: la coscienza di classe

Quarto Stato

“Il quarto stato”, Giuseppe Pellizza da Volpedo (1901)

19 Settembre Set 2017 1400 19 settembre 2017 19 Settembre 2017 - 14:00

In un'Italia in cui ci ritroviamo nelle classifiche dei libri più venduti gente come Diego Fusaro, legittimato oltretutto dai tipi di Einaudi, leggere la Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura, pubblicato da minimum fax, fa lo stesso effetto dello spalancare una finestra in una stanza asfittica in cui decine di tubercolotici stanno tossendo sangue ed esalando gli ultimi respiri.

Ispirato e brillante fin dal titolo, che rimanda a un'altra Teoria, quella della classe agiata scritta un centinaio di anni fa dall'economista americano Thorstein Veblen, il saggio di Ventura è lucido, impavido e cinico al punto giusto, ben calibrato, ma soprattutto, per la prima volta da un bel po' di tempo, è organico. Funziona. Ed è una notizia, perché il frutto di anni di riflessioni di Ventura — che esce in libreria dopo una vita “sotterranea” tra riviste e web — pur mantenendo la giusta distanza e il disincanto, è urgente, vero, senza pose, privo sia della tendenza supercazzolara di alcuni, sia del timore reverenziale verso la complessità di altri.

Per la prima volta da tanto tempo, in queste 254 pagine ci troviamo di fronte al tentativo, finalmente riuscito, di produrre una vera e propria Teoria, ovvero, come dice Treccani che non si sbaglia mai, una «formulazione logicamente coerente di un insieme di definizioni, principî e leggi generali che consente di descrivere, interpretare, classificare, spiegare, a varî livelli di generalità, aspetti della realtà naturale e sociale, e delle varie forme di attività umana».

Nel caso di Ventura, l'aspetto della realtà sociale che viene sistematizzato in sei capitoli densi, belli, potenti e ricchi di rimandi, di metafore e di interpretazioni, è il precariato intellettuale, quell'esercito di donne e uomini che ormai si allunga dai 20 ai 40 e passa anni, composto da noi, figli di una classe media che ha investito un sacco di risorse in una speranza vana, finanziandoci una immensa illusione collettiva che non è altro che una partita a poker in cui la netta maggioranza verrà annientata e lasciata in mutande, per poi ritrovandosi a rotolare fuori dal casinò con, come saluto, un paio di calci nel culo ben assestati da parte di un paio di energumeni con la terza media.

Lo specchio dentro al quale ci costringe a guardare Ventura non ci dà una bella immagine di noi. Ma è proprio per quello che ci strappa un “Finalmente!”. Ci mostra per quello che siamo, ci strappa la patina di eroismo e titanismo con cui amiamo condire e in fondo giustificare le nostre vite disagiate. Ma se si limitasse al flagello individuale e all'autoirrisione, questo rischierebbe di essere un libro reazionario, un esercizio di stile e poco di più. E invece non lo è affatto. Anzi, potenzialmente — anche se probabilmente l'autore se la riderà tra la barba — questo è un libro rivoluzionario.

Sì, rivoluzionario, una parola desueta e consunta da Novecento, ma, a dispetto di quel di cui probabilmente si è convintoanche l'autore stesso, questa Teoria, oltre a spiegare il bordello in cui ci siamo lasciati trascinare, ci fa fare un passo in avanti su una strada che avevamo perso, quella che potrebbe portare questa classe disagiata e disomogenea, nemica di se stessa e praticamente autoimmune a prendere finalmente coscienza di essere un organismo, una classe, e di avere possibilità di sopravvivere soltanto giocando la stessa partita e individuando un nemico esterno a se stessa.

“Questo libro inizia da me, come dire che inizia da noi”, così inizia questo croccante viaggio nel disagio, con un appunto “generazionale”. Ventura è del 1983, è coetaneo di moltissimi di noi, un "Noi" che significa Millennials, Generazione Y o come volete chiamarci. Ma pur partendo da quell'Io, da quell'ego che troppo spesso ha buttato in vacca tanti dei nostri bei discorsi, schiacciati nell'angolo dal verso dell'asino, Ventura ricostruisce una storia che va ben oltre la nostra generazione.

Il solo enunciare una teoria del genere ci fa uscire da quella gabbia ideologica che, dipingendoci come perennemente giovani, eternamente figli, ci incarcerava in una subalternità incontrovertibile, che annullava finanche la possibilità della lotta, come quella generazionale. Invece Ventura è tornato a parlare di classi, ne ha identificata una, ne ha descritto le traiettorie, le aspirazioni e le frustrazioni. E sembra un ottimo inizio per dare a noi, universo frastagliato e atomizzato di sfigati disagiati, una coscienza di classe la cui assenza completa è tra i fattori determinanti della nostra subalternità.

Se forse c'è una pecca in questo libro, è la vena di resa pessimistica. «La classe disagiata verrà interamente consumata. Un solo compito le resta: testimoniare», chiude Ventura. E in effetti è quello che tutti noi abbiamo in testa da un po'. Ma è anche vero che libri come questo non sono nient'altro che le testimonianze che ancora latitano a lato dei lamenti, di cui invece siamo campioni del mondo. E le testimonianze non sono testamenti di cadaveri, portano condivisione e la condivisione porta coscienza e la coscienza porta all'azione.

Perché, chissà, magari una volta che questa coscienza di classe sarà veramente attivata, magari capiremo di non essere soltanto la carne da macello di un sistema capitalistico che sta arrancando. Forse ci potremmo addirittura convincere che, giocando spalla a spalla, possiamo addirittura esserbe gli anticorpi. Potremmo scoprire di essere noi gli alienati a cui tocca trovare il modo di abbattere il sistema e di sostituire alla sua mortifera religione della crescita infinita — che come le religioni regge solo grazie a un atto di fede — il realismo dell'equilibrio, che forse è l'unico modo di portare a casa la pelle.

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