Nessun Paese spreca i suoi talenti come l’Italia (e poi ci lamentiamo del declino)

Secondo il Global human capital report siamo 127esimi su 130 per tasso di partecipazione della forza giovanile e 107esimi su 130 nello sviluppo del capitale umano. Fosse petrolio è come se lo estraessimo dal sottosuolo per poi rovesciarlo in mare

Italian worker

Credit Andreas SOLARO / AFP

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19 Settembre Set 2017 1000 19 settembre 2017 19 Settembre 2017 - 10:00
Tendenze Online

Adesso che abbiamo i candidati premier possiamo parlare di cose serie? No, perché noi ne avremmo una, se interessa. Qualche giorno fa il World Economic Forum ha presentato l’edizione 2017 del “Global human capital report”.

Si tratta di uno di quei tomi che mettono a confronto tutti i Paesi del mondo in relazione a una serie di indici numerici, in questo caso relativi alla formazione, all’utilizzo, allo sviluppo e alla qualità del capitale umano. Quel capitale che, soprattutto per le economie occidentali, mature e prive di materie prime o fonti energetiche primarie con cui costruire rendite di posizione, rappresenta qualcosa di simile al petrolio.

Ecco: non vorremmo mandarvi di traverso la giornata lesinando gli eufemismi, ma non c’è Paese al mondo che butta nel cesso il proprio capitale umano quanto l’Italia. Andiamo con ordine, però: nella classifica generale non siamo messi né bene né male. Siamo 35 su 130, dietro alle solite lepri scandinave, alla Germania, alla Francia e alla Gran Bretagna, ma davanti a Spagna, Portogallo e Grecia, se può essere una consolazione.

Il problema è che ciò che ci spinge verso il basso non è la formazione del capitale umano, quanto piuttosto il suo utilizzo. Oddio, nel primo dei quattro sotto-indici, quello della capacità, che misura l’investimento in istruzione, scivoliamo in 41esima posizione, soprattutto per lo scarso numero di laureati - siamo 63esimi su 130 Paesi: lontanissimi dalla zona coppe, se vi serve una metafora calcistica.

Risultato finale: centosettimi su centotrenta nell’uso del capitale umano, nella sua messa a valore. Fosse petrolio, per l’appunto, è come se lo estraessimo dal sottosuolo per poi rovesciarlo in mare. O regalare il più pregiato al primo che passa, sovente un Paese con le nostre medesime specializzazioni. Un concorrente diretto, se preferite.

Però, nonostante tutti i tagli, la nostra scuola se la cava ancora: siamo piuttosto in alto - tra la quindicesima e la ventesima posizione - per la qualità delle nostre scuole primarie, secondari e vocazionali. Soprattutto, avremmo un sistema economico perfetto per l’occupazione massiva di capitale umano qualificato.

Dicono, quelli del World Economic Forum, che la nostra economia è una delle più sofisticate del pianeta - quindicesimi al mondo: ma la sensazione è che sono stati stretti - e basta guardare la quantità e la diversità di prodotti che esportiamo per accorgersene. Nessuno o quasi ha da offrire il ventaglio di specializzazioni manifatturiere e terziere che offre l’Italia.

Dovremmo attrarre talenti da tutto il mondo per mettere davvero a valore tutto questo ben di Dio. E invece, siamo 123esimi su 130 per tasso di partecipazione della forza lavoro giovanile. Risultato che migliora, ma non di molto, se prendiamo in esame la classe di età 25-54, quella in cui in teoria il capitale umano dovrebbe essere al massimo del suo sviluppo. Non bastasse. abbiamo un gap di genere nelle scuole secondarie da Paese medievale (91esimi su 130) e, come conseguenza, arranchiamo attorno all’80esima posizione come tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro. Poi ci lamentiamo che non nascono bambini, peraltro.

Risultato finale: centosettimi su centotrenta nell’uso del capitale umano, nella sua messa a valore. Fosse petrolio, per l’appunto, è come se lo estraessimo dal sottosuolo per poi rovesciarlo in mare. O regalare il più pregiato al primo che passa, sovente un Paese con le nostre medesime specializzazioni. Un concorrente diretto, se preferite.

Storia vecchia, sia chiaro. Per quanto sia noto che l’Italia è un’eccezionale produttore di talento e disastrosa nel valorizzarlo, vale la pena ricordarlo ogni volta che si può. Caso mai che a qualcuno venga in mente, tra una polemica sul nulla e l’altra, di mettere la formazione in cima alla propria agenda di priorità o sui propri manifesti elettorali.

Oddio, in effetti qualcuno l’ha detto: «Le scuole dovranno cambiare, e questo sta succedendo in molti istituti. Ma noi dovremo promuove l’alfabetizzazione digitale. E (…) dire ai bambini e giovani dove si trovano le opportunità professionali. E assicurarci che le scuole siano adeguatamente preparate a formare i ragazzi per la vita dopo la scuola». Peccato fosse Angela Merkel. Sarà per la prossima volta.

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