«Il paradigma del welfare del futuro? Tornare all’Ottocento»

Meno contributi a pioggia, più impegno mutualistico. Meno intervento pubblico, più rete di comunità. E progetti che sappiano camminare sulle loro gambe. L‘esempio della Fondazione Manodori di Reggio Emilia e del suo nuovo bando Welcom. A partire dall’innovatore sociale da cui prende il nome

Reggio Emilia

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Immagine con licenza Pixabay

20 Settembre Set 2017 1400 20 settembre 2017 20 Settembre 2017 - 14:00
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«Non è un momento facile, per il welfare così come eravamo abituati a immaginarlo. Meno soldi, più necessità, bisogni nuovi e strumenti vecchi. E forse è per questo che innovare diventa fondamentale, per chi vuole costruire nuovi paradigmi per il sociale». A parlare è Riccardo Faietti, consigliere d’amministrazione della Fondazione Manodori, uno degli interlocutori fondamentali per il terzo settore e per l’impresa sociale di Reggio Emilia e della sua provincia, uno di quei territori che hanno nell’economia della cura la loro cifra identitaria. Una realtà che sta provando a ridefinire il concetto stesso di welfare territoriale attraverso il bando Welcom.

Crasi di welfare community, ma anche parola che riecheggia il benvenuto inglese, una specie di dichiarazione universale di accoglienza, Welcom ha la sua cifra innovativa nel suo essere un bando “concertativo”. Che mira, cioè, a stimolare una comunità nell’immaginare progetti che rispondano ai suoi bisogni, che seleziona le idee migliori e che, in un secondo momento, rimescola le carte facendo lavorare tutti gli enti del territorio interessati per svilupparle e trasformarle in progetti. Con la facoltà di rimetterle in discussione, di cambiarne i connotati. Di hackerarle, direbbe un programmatore.

«L’idea nasce dallo spunto di uno dei nostri consiglieri, Gino Mazzoli, con una modalità che sta sperimentando con successo anche in altri territori del nord Italia – spiega Faietti -. Oggi non si può aumentare la spesa sociale per affrontare problemi nuovi. Quindi, servono nuove forme d’intervento e nuove soluzioni». Prima fra tutte, l’idea che si debba andare oltre ai contributi a pioggia, «non necessariamente qualcosa di negativo - ricorda Faietti -, spesso è dalle piccole cose che nasce l’innovazione sociale». Oggi però l’imperativo è fare massa critica e la parola d’ordine si chiama generatività: «Ogni progetto deve essere in grado di far nascere nuove idee, di attrarre nuovi finanziamenti da soggetti pubblici ma anche da imprese profit». In altre parole, di camminare sulle sue gambe.

«È vero, questo modello di welfare ottocentesco sta rinascendo: senza più lo Stato che ci assiste dalla culla alla tomba stiamo riscoprendo la forza del mutuo aiuto di comunità»

Prima che un progetto cammini è necessario che nasca, però. E la gestazione di questa prima edizione di Welcom è stata sorprendentemente ricca: «Sessanta progetti presentati sono una cifra inaspettata ed enorme - commenta Faietti. - Si tratta di progetti che prevalentemente rivolgono il loro interesse a quella fascia di popolazione che versa in una condizione di “vulnerabilità” difficoltà non ancora intercettata e non necessariamente afferente ai servizi tradizionali. La costruzione di nuovi legami sociali e innovative forme d’intervento e supporto nel contesto delle nuove comunità che si sono formate sul territorio è il filo rosso che li lega tutti o quasi. E il segno che qualcosa è cambiato, nel modo in cui intendiamo l’economia della cura».

È una specie di ritorno al passato, questo nuovo welfare comunitario, che ricorda quello ottocentesco del quale lo stesso Pietro Manodori, l’uomo da cui la fondazione prende il nome, fu protagonista. A lungo sindaco di Reggio Emilia durante il risorgimento, Manodori fondò scuole, casse di risparmio, enti caritatevoli, in un’epoca in cui era la società che, in una logica mutualista, provvedeva a soddisfare i propri bisogni: «È vero, questo modello di welfare ottocentesco sta rinascendo: senza più lo Stato che ci assiste dalla culla alla tomba stiamo riscoprendo la forza del mutuo aiuto di comunità».

Con delle differenze non da poco, però: «Rispetto a 150 anni fa queste forme di autorganizzazione non possono più permettersi di nascere e svilupparsi ognuna per sé - spiega Faietti -. Hanno bisogno di contaminarsi, di fare rete, di far parte di un sistema. Oggi nessuna impresa basta più a sé stessa». Oggi c’è bisogno di qualcuno che tiri lefila della rete, che la organizzi. E la Fondazione Manodori si candida a farlo: «Non ci riteniamo più un semplice soggetto erogatore, ma dei promotori di welfare comunitario. E questo chiede uno scatto culturale sia a noi, sia alle associazioni e alle organizzazioni che devono percepire se stesse come protagoniste di questo percorso d’innovazione sociale e culturale», spiega Faietti. I tavoli sono già al lavoro per la costruzione dei nuovi progetti. Ora si tratta solo di farli camminare. Solo, si fa per dire.

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