Lo Ius Soli non è ideologia, è necessità (e la destra non se ne rende conto)

Per fare fronte alla situazione demografica italiana lo ius soli non è un lusso, è una necessità. Ecco perché la destra dovrebbe andare in piazza per la cittadinanza ai figli nati in italia da stranieri

Integrazione
20 Settembre Set 2017 0830 20 settembre 2017 20 Settembre 2017 - 08:30

I flussi migratori ti preoccupano? Gli immigrati cambieranno l’identità del Paese? Tieni all’orgoglio nazionale? Vuoi che l’Italia riparta? Sei, insomma, uno di quegli italiani che vengono più o meno sbrigativamente definiti “elettori di centro-destra” o “di destra”? E allora perché non sei a favore dello ius soli? Sembra un paradosso ma i leghisti, per dire, dovrebbero essere i primi ad andare in piazza. Per sostenere il progetto di legge, magari per migliorarlo, certo non per contrastarlo.

Al di là delle parole, è una pura e semplice questione di interesse nazionale. Che sta a cuore alla destra, la quale però fa una fatica bestiale a riconoscerlo. E che interessa pure alla sinistra, la quale però teme che parlarne e promuoverlo sia una cosa di destra, e quindi usa la retorica sui valori per farlo a peperino agli elettori, cioè alle stesse persone che nella vita quotidiana l’interesse che fa mettere il pranzo insieme con la cena lo perseguono eccome, e ala retorica reagiscono nel modo più semplice: non vanno più a votare.

Al di là delle parole, lo ius soli è una pura e semplice questione di interesse nazionale. Che sta a cuore alla destra, la quale però fa una fatica bestiale a riconoscerlo

Eppure basta fare due conti. L’Italia, come l’Europa in generale, si sta svuotando. Qualche tempo Beatrice Lorenzin, ministra della Salute, fu quasi linciata per una malaccorta campagna sulla denatalità. Nessuno che si sia attardato a considerare che tsunami sociale sia il calo della popolazione. Nel 2016 l’età media degli italiani è salita a 44,9 anni, due decimi più che nel 2015 e due anni tondi più che nel 2007. Gli over 65, nel frattempo sono diventati il 22,3% della popolazione, gli over 80 il 6,8% e gli over 90 l’1,2% (dati Istat). Lasciatelo dire a uno come me, che ha compiuto 60 anni e va in pensione di vecchiaia tra un mese: è un disastro.

Ed è un disastro tutto nostro. Siamo noi italiani (francesi, tedeschi, ecc. ecc.) che non facciamo più figli. In Italia si va alla media di 1,34 figli per donna, che scende a 1,27 se si considerano solo le donne italiane. Le quali, peraltro, rinviano più che possono la prima maternità, che da noi avviene in media a 31,7 anni, record che in Europa è superato solo dalle spagnole (prima maternità a 32 anni).

Gli esperti di previdenza si sono messi lì con la calcolatrice e hanno già tirato le somme. Di questo passo la percentuale di pensionati rispetto ai lavoratori, che oggi è del 37%, passerà al 65% nel 2040, quando i due terzi più anziani della popolazione si aspetteranno l’assegno mensile dal residuo terzo più giovane. Però consoliamoci, potremmo anche non arrivarci: con la stitica crescita economica di questi anni, l’intero sistema previdenziale potrebbe saltare intorno al 2030. Non manca molto.

La morale di questa favola è di drammatica semplicità: se proprio vogliamo continuare a non far figli, dobbiamo prenderci i figli di qualcun altro. E che cosa ci potrebbe essere di meglio, da questo punto di vista, dei 634.592 minori nati in Italia da madre straniera dopo il 1999, che potrebbero diventare italiani attraverso lo ius soli temperato, o dei 166.008 ragazzi stranieri che hanno completato almeno un ciclo quinquennale di studi in Italia (ius culturae)?

Se proprio ci da fastidio togliere questi giovani dal limbo giuridico, abbiamo almeno il coraggio di essere sgradevolmente lucidi, riconoscendo che senza il loro sangue fresco questa nostra Italia rischia di morire. Di ripetitività, noia e decrepitezza. Per non parlare del soffocamento economico.

Perché poi, dopo tanti sproloqui sulla solidarietà, l’identità nazionale, su “prima gli italiani” e “le nostre radici”, siamo riusciti a creare un sistema che produce in massimo grado perdita d’identità e sradicamento

Ma c’è un elemento in più. In natura il vuoto non esiste. Un’Italia vuota in un’Europa vuota ma ancora ricca (piazza otto Paesi tra i primi 15 nella classifica di quelli con il maggior reddito pro capite al mondo) continuerebbe ad attrarre i flussi migratori di una regione travagliata e piena di giovani (gli under 30 sono oltre il 30% della popolazione totale) come il Medio Oriente e di un continente ancor più travagliato e ancor più pieno di giovani (l’età media generale è 28 anni, in Paesi come Niger o Malawi è sotto i 16) come l’Africa. Un’Italia meno senescente e più dinamica dal punto di vista economico e culturale saprebbe affrontare anche quel fenomeno in maniera più energica e intelligente di quanto abbiano fatto quelli della mia generazione partorendo nel 2002, e ancor più conservando fino a oggi, quella fabbrica di immigrati clandestini che è la legge Bossi-Fini.

Perché poi, dopo tanti sproloqui sulla solidarietà, l’identità nazionale, su “prima gli italiani” e “le nostre radici”, siamo riusciti a creare un sistema che produce in massimo grado perdita d’identità e sradicamento. Le donne italiane vorrebbero fare figli ma rimandano e rimandano perché la conciliazione maternità-lavoro è un’impresa e chissà se riusciamo a farcela, con uno stipendio solo. E quelle che fanno i figli, in questo Paese poi devono acconciarsi a vederli macerare nella disoccupazione o emigrare verso Paesi dove ai giovani qualcuno tiene davvero. Altro che italiani prima.

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