Cinque stelle, mille grattacapi. Tutti i tormenti di Grillo

Avanti nei sondaggi, pronti a governare, eppure non ci sono mai stati tanti problemi. Le primarie che incoroneranno Di Maio sollevano più dubbi che altro. E mentre nascono correnti come in un partito qualsiasi, emerge il fallimento romano. Intanto l’ennesimo ricorso complica la corsa in Sicilia

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21 Settembre Set 2017 1100 21 settembre 2017 21 Settembre 2017 - 11:00

I sondaggi sono ottimi. Secondo gran parte degli istituti di ricerca i Cinque Stelle sono davanti a tutti, ormai stabilmente il primo movimento politico italiano. Tra pochi mesi i grillini proveranno per la prima volta a conquistare il governo. E infatti, proprio in queste ore, gli attivisti stanno scegliendo in rete il candidato premier in corsa per Palazzo Chigi. Il momento è propizio come mai prima. Ma probabilmente Beppe Grillo non è mai stato così preoccupato. Paradossi grillini. Nel momento in cui tutto potrebbe volgere al meglio, sui vertici pentastellati si addensano nubi e grattacapi.

Sarà una sfortunata coincidenza astrale, ma nel giro di pochi giorni, uno dopo l’altro, nel Movimento sono esplose grane e contraddizioni. Mentre le selezioni per incoronare l’aspirante presidente del Consiglio sollevano dubbi sulla reale contesa democratica della partita, nella nascente classe dirigente pentastellata crescono correnti e divisioni. Nel frattempo a Roma si evidenziano i tanti, troppi, problemi di una giunta inesperta (per non dire altro). Come se non bastasse, ad aumentare le tensioni ci sono le notizie dei ricorsi e delle indagini che arrivano dalla Sicilia.

Intanto oggi si vota. Da stamattina gli attivisti grillini potranno scegliere online il prossimo candidato premier. In lizza c’è il predestinato Luigi Di Maio, a cui contendono l’incoronazione sette avversari con davvero poche chance di successo. Una parlamentare poco conosciuta e sei attivisti locali. Secondo molti sono avversari di facciata, finti, al più figuranti. Qualcuno si è spinto oltre, ricorrendo al fiabesco paragone con i sette nani di Biancaneve. I deputati Roberto Fico e Alessandro Di Battista, gli unici in grado di contendere la vittoria al vicepresidente della Camera, hanno preferito fare un passo indietro. Al netto dell’esito scontato della partita, ecco il primo problema. Quello che doveva essere un sistema democratico dal basso, scalabile da chiunque, si è trasformato in un’investitura dall’alto. In tutto simile alle dinamiche proprie dei partiti che i Cinque Stelle disprezzano. Non pochi commentatori hanno apertamente parlato di primarie farsa. Persino un quotidiano come Il Fatto, notoriamente non ostile, ha sollevato la questione, indicando «l’eterna immaturità, impreparazione, improvvisazione e inadeguatezza» del Movimento.

Come se non bastasse, sull’esito delle primarie adesso si apre l’incognita della partecipazione. Gli iscritti con diritto di voto sono circa 135mila. Quanti di loro parteciperanno alle selezioni conoscendo già il risultato? E in caso di basso coinvolgimento della base, quanto potrebbe pesare questo dato sull’incoronazione del vincitore annunciato? Per conoscere numeri e percentuali, però, bisognerà attendere ancora qualche giorno. Altro paradosso pentastellato. Il voto si chiuderà stasera, ma i risultati saranno tenuti segreti fino a sabato. Per essere rivelati dal palco di Rimini durante il grande appuntamento di Italia Cinque Stelle. Al momento, sembra, è troppo alto il timore di incursioni hacker sulla piattaforma Rousseau. E già questo è curioso, per un movimento fondato sulla trasparenza della rete.

Le primarie pentastellate: quello che doveva essere un sistema democratico dal basso, scalabile da chiunque, si è trasformato in un’investitura dall’alto. In tutto simile alle dinamiche proprie dei partiti che i Cinque Stelle disprezzano

Intanto la scelta del candidato premier sembra aver lasciato tutti scontenti. Informati retroscena politici raccontano dell’imbarazzo dei vertici di fronte alla corsa solitaria di Di Maio. Mentre la decisione di attribuire al vincitore delle primarie anche il ruolo di capo politico dei Cinque stelle sembra aver sollevato più di un malumore all’interno del movimento. Alcuni parlamentari e diversi amministratori locali avrebbero espresso dubbi sull’accentramento dei poteri. Come in un partito qualsiasi, ecco affiorare rivalità interne e correnti. Si parla insistentemente dei mal di pancia dell’ala ortodossa, contraria all’elezione di Di Maio. Qualcuno ipotizza sanzioni disciplinari e possibili scissioni. È solo il frutto della fantasia dei giornalisti? Di certo la discussione sul doppio ruolo di premier e capo politico apre un’incognita sull’ennesimo passo indietro di Beppe Grillo. E lascia un’ombra sulla difficile sfida del suo successore. Senza la presenza forte del blogger genovese, chi potrà garantire l’unità dei Cinque Stelle?

Nel frattempo riaffiorano vecchi problemi. A Roma la grande prova di governo dei grillini sembra andare incontro a un evidente insuccesso. Del cambiamento tanto promesso, finora, non ci sono tracce. Tutt’altro. Proprio nelle ultime settimane le difficoltà sono parse più evidenti. E non basta liquidare i problemi accusando i giornalisti e denunciando la presenza di “trappole”, come ha fatto due giorni fa Grillo di passaggio in città. Il dramma dei trasporti pubblici, il degrado e l’incuria, le continue sostituzioni di assessori, la crisi idrica e le ultime, inquietanti, notizie sulla diffusione di un virus trasmesso dalle zanzare non sono solo fantasie. Lo sanno bene i romani.

E quando il leader M5S si limita a insultare i cronisti costretti a seguirlo - «Vi mangerei solo per il gusto di vomitarvi» - non fa altro che evidenziare un crescente nervosismo. L’ultima notizia è di pochi giorni fa. La deputata Roberta Lombardi, volto noto dell’attivismo romano, ha deciso di correre alle regionali del Lazio. Mai troppo vicina alla sindaca, non è un mistero che tra le due esponenti pentastellate non corra buon sangue. Ma lo scenario di un derby tutto interno al movimento, giocato sull’asse Campidoglio-Regione, è davvero l’ultimo dramma di cui la Capitale ha bisogno.

Come in un partito qualsiasi, ecco affiorare rivalità interne e correnti. Si parla insistentemente dei mal di pancia dell’ala ortodossa, contraria all’elezione di Di Maio

Da Roma al Sud. Tra sei settimane si vota in Sicilia, terra da sempre favorevole ai Cinque Stelle. Nel 2012 proprio da queste parti Grillo inaugurò l’ascesa politica pentastellata nuotando attraverso lo stretto di Messina. Stavolta la storia potrebbe essere diversa. Quella che doveva essere una facile affermazione elettorale - e trampolino per le prossime Politiche - si sta rivelando più difficile del previsto. Pochi giorni fa il tribunale di Palermo ha annullato l’esito delle regionarie, le selezioni interne che hanno incoronato candidato presidente Giancarlo Cancelleri. Ancora una volta a ostacolare la corsa grillina sono le carte bollate. O meglio, il ricorso di un attivista escluso dalla partita. I vertici Cinque Stelle per ora confermano la posizione di Cancelleri, sarà lui il candidato grillino.

Ma è impossibile non notare come ormai il tema delle epurazioni sia diventato una spina nel fianco del movimento. Non c’è quasi elezione senza un ricorso. Non ci sono campagne elettorali senza polemiche. Il motivo, spiegano gli esperti, sarebbe proprio nello statuto M5S: studiato anni fa per un piccolo movimento d’opposizione, ma non adatto alle grandi sfide nazionali di oggi. Chissà. Intanto, per non sbagliare, dalla Sicilia ecco arrivare l’ennesima preoccupazione. Ieri il sindaco pentastellato di Bagheria è stato indagato dalla procura di Termini Imerese. Le ipotesi di reato parlano di rivelazione di segreto d’ufficio, abuso e turbativa d’asta. Accuse tutte da provare, ci mancherebbe. Intanto al primo cittadino è stata notificata la misura cautelare dell’obbligo di firma. L’ennesima croce, a poche settimane dal voto in Sicilia.

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