Il referendum catalano è più pericoloso della Brexit (e può mandare in corto circuito l’Europa)

Dopo gli arresti e le minacce, la temperatura politica è alle stelle: se Rajoy vince il suo braccio di ferro contro i catalani, la situazione diventa complicata. Se il referendum avrà luogo, sarà un problema lo stesso. L’Europa di Westfalia e degli Stati nazione sembra davvero arrivata al capolinea

Referendum Catalogna

Manifestazione a Barcellona, a favore del referendum per l’indipendenza catalana del 1 ottobre e contro il premier spagnolo Mariano Rajoy che vuole impedirne la celebrazione

LLUIS GENE / AFP

21 Settembre Set 2017 0750 21 settembre 2017 21 Settembre 2017 - 07:50

“Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente e repubblicano?”. Memorizzatele, queste dieci parole. Che un giorno, forse, si meriteranno qualche pagina sui libri di Storia. Perché il referendum promosso dal governo catalano per l’indipendenza della regione dalla Spagna del prossimo 1 ottobre solleva una marea di contraddizioni su cui l’Europa è da tempo inconsapevolmente seduta. Perché non sappiamo minimamente come risolverle. E, soprattutto, perché non sappiamo nemmeno che effetto potranno avere in altri Paesi e in altri contesti indipendentisti.

Insomma, non è un caso che il premier spagnolo Mariano Rajoy stia usando il pugno di ferro con gli indipendentisti catalani - solo ieri 14 arresti, tra cui quello dell’assistente di Josep Maria Jové, braccio destro del vice presidente catalano,del direttore del dipartimento di attenzione ai cittadini del governo Jordi Graell e del Presidente del Centro delle telecomunicazioni Jordi Puignero. È pure giusto, dal suo punto di vista: il referendum è incostituzionale e Rajoy vuole fare di tutto affinché non si tenga. Il problema è che la sua mossa rischia di rivelarsi un boomerang.

Prima controindicazione: sta alzando il livello di attenzione e coinvolgimento emotivo sopra ogni livello di guardia possibile - nel 2014 il referendum era andato semi-deserto - facendo passare il messaggio che Madrid neghi ai catalani il diritto di decidere, di esercitare la propria sovranità e di auto-determinarsi. Per dire: la sindaca di Barcellona Ada Colau, che sino a pochi giorni fa aveva tergiversato riguardo alla predisposizione di urne per il milione e mezzo di abitanti della capitale catalana, ieri ha parlato di «scandalo democratico» e ha chiamato alla «difesa delle istituzioni catalane». Ripensamenti in vista?

Seconda controindicazione: se i catalani dovessero comunque riuscire a tenere il loro referendum il quorum del 50% stavolta potrebbe essere davvero superato - tanto più dopo le ultime vicissitudini - e la vittoria del Sì, stavolta, sarebbe più che possibile - i sondaggi sono discordanti, ma sono sempre più quelli che vedrebbero prevalere l’indipendenza catalana . In altre parole, la Catalogna si auto-proclamerebbe indipendente. E a quel punto, toccherebbe agli altri Stati europei, quelli che oggi glissano definendola una “questione interna”: riconoscere la statualità catalana nel nome dell’autodeterminazione dei popoli? O negarla, in quanto non permessa dalla costituzione spagnola?

Se Rajoy arrendesse, peraltro, non è che lo scenario cambierebbe granché. Anzi, per un po’ sarebbero guai per tutti. Ad esempio, che futuro ci sarebbe per gli Stati nazionali? E che futuro per il processo di costruzione di una “Unione più stretta“ in corso ora, guidato proprio dal protagonismo degli Stati nazionali?

Il non riconoscimento a oltranza non è esente da rischi. Finora i catalani hanno manifestato pacificamente e nessuno si è fatto male. Sicuri che continuerà così? Sicuri che un Paese che già è stato coinvolto dal terrorismo basco, possa può permettersi una recrudescenza del conflitto tra i catalani e gli spagnoli, anche solo un luogo in cui Rajoy o chi per lui non potrà per anni mettere piede? Sicuri che tutto questo non preluda a un nuovo referendum, a breve, che riproponga ancora la questione? Sicuri che abbia senso prenderli per stanchezza, sperando che col tempo la smettano di chiedere l’indipendenza? Sicuri non sia solo un tirare a campare?

Se Rajoy arrendesse, peraltro, non è che lo scenario cambierebbe granché. Anzi, per un po’ sarebbero guai per tutti. Per gli spagnoli, che già dal giorno dell’istituzione del referendum hanno visto impennarsi lo spead tra i Bonos e i Bund tedeschi. Per i catalani, che si ritroverebbero fuori dall’Unione Europea e dovrebbero ricominciare tutto l’iter di adesione come Stato membro, iter complicato dal fisiologico veto della Spagna a qualunque concessione. Per l’Unione Europea, che vedrebbe rovinato un raro momento di concordia e di progettazione di nuove integrazioni, peraltro nel contesto di una ripresa economica importante. E per ogni Stato europeo che ha al suo interno almeno un movimento indipendentista, che a quel punto avrebbe un precedente per fare le valigie e salutare tutti. Ecco: dovesse accadere, che futuro ci sarebbe per gli Stati nazionali? E che futuro per il processo di costruzione di una “Unione più stretta“ in corso ora, guidato proprio dal protagonismo degli Stati nazionali?

In altre parole, tutti hanno tutto da perdere, da una situazione catalana così come si è delineata, qui e ora. Ormai, rimettere tutto a posto sembra davvero dura. E dove ci porterà questo domino, dove ci troveremo quando le tessere smetteranno di cadere, davvero, è un bel mistero. Una cosa è certa: se pensavate che il mondo furioso, il Vecchio, turbolento Continente smettesse di ribollire e se credevate che l’attuale assetto figlio della pace di Westfalia, del Congresso di Vienna e di una grande guerra civile lunga trent’anni fosse definitivo, non avete capito nulla di cosa sia l’Europa. Buon divertimento.

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