Mario Vargas Llosa: «Il referendum della Catalogna è un tentativo di colpo di stato»

Per il Nobel il nazionalismo catalano «è una malattia che si è aggravata». Ma, nonostante le forze separatiste abbiano il governo, si tratta (ancora) di una minoranza. E non è detto che la maggioranza dei catalani voglia la separazione

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STR / AFP

21 Settembre Set 2017 0750 21 settembre 2017 21 Settembre 2017 - 07:50

Nel giorno dell’ira iberica, quando la polizia nazionale spagnola perquisisce i ministeri catalani, arresta 14 persone e ne indaga altre venti, il premio nobel Mario Vargas Llosa si aggira per Madrid. L’appuntamento serale riguarda il suo ultimo libro (Conversación en Princeton), un saggio tra letteratura, politica e giornalismo. In sala ci sono molti studenti, ovvio. Ma anche qualche giornalista, accorso per l’occasione. Lo scrittore non aspetta nemmeno la domanda: “Il referendum? È un’assurdità”, taglia corto.

Qualche anno fa l’intellettuale peruviano, che ha vissuto a Barcellona per cinque anni, si era già espresso a riguardo: tutto quello che succede, aveva detto, è solo una sorta di manipolazione politica e mediatica che non ha nulla a che vedere con la realtà, con la memoria né con la dignità di un popolo. Allora, negli anni Settanta, il nazionalismo «era qualcosa di antiquato e anacronistico», da «non prendere sul serio». Oggi invece, continua Vargas Llosa «è una malattia che sfortunatamente si è aggravata. La mia speranza è che il Governo abbia la forza necessaria per frenare questo colpo di Stato», afferma, prima di occupare il centro del palco, col suo nuovo saggio in mano.

La mia speranza è che il Governo abbia la forza necessaria per frenare questo colpo di Stato

Mario Vargas llosa

Colpo di stato, d’altronde, è la parola che più circola tra giuristi ed esperti costituzionalisti. Ma non in riferimento al blitz. Quando si compie un atto eversivo, la risposta non può che essere questa: la Corte Costituzionale boccia la legge sul referendum e ordina alla polizia giudiziaria di bloccare, arrestare, perquisire, indagare chi sta compiendo un atto illegale con l’accusa di “prevaricazione, malversazione e disobbedienza”. Nessuno sta sopra la legge. Nemmeno il governatore catalano Puidgemont. Nemmeno l’istituzione del Parlament, nemmeno i partiti separatisti, nemmeno i cittadini che fino a tarda notte manifestano in piazza.

Eppure l’irresponsabilità politica, quella di un governo catalano che non rispetta più i tribunali, e quella di un premier spagnolo, Mariano Rajoy, che tenta di agire a pochi giorni dal fatidico giorno X, ha eroso gli animi. E degli spagnoli, e dei catalani. Intorno agli anni Trenta, il giornalista Manuel Chaves Nogales raccontò come pochi l'espansione del fascismo e del comunismo in Europa, la Seconda Repubblica e l'esplosione della Guerra civile in Spagna. Nel 1936, sulla Catalagna scrisse: “Il separatismo è una sostanza rara che si usa nei laboratori politici di Madrid come reagente per il patriottismo, e in quelli della Catalogna come addensante per le classi conservatrici”. È l'origine di un conflitto che, anni dopo, sta tracimando i confini della politica. Della legge, della democrazia. E ribolle di sentimenti rotti, di vendetta, di insulti, sotto una cappa insidiosa di populismo.

Ci sono però alcuni punti fermi in questa escalation di tensione: chi governa Barcellona non rappresenta la maggioranza sociale. Si tratta di una coalizione trasversale, da destra a sinistra, appoggiata dagli antisistema della CUP, che ha il 48,7% dei voti e, per un sistema elettorale complicato, la maggioranza assoluta dei seggi. Una minoranza di fatto, quindi, che ha permesso a Puigdemont, e al suo vice Oriol Junqueras, di portare la sfida separatista fino alle ultime conseguenze, con l’approvazione di una legge che consente la proclamazione della Repubblica catalana.

Chi governa Barcellona non rappresenta la maggioranza sociale. Si tratta di una coalizione trasversale, da destra a sinistra, appoggiata dagli antisistema della CUP, che ha il 48,7% dei voti e, per un sistema elettorale complicato, la maggioranza assoluta dei seggi. Una minoranza di fatto, quindi, che ha permesso a Puigdemont, e al suo vice Oriol Junqueras, di portare la sfida separatista fino alle ultime conseguenze

Non solo. Secondo gli ultimi sondaggi (dati di Metroscopia) la maggioranza dei cittadini catalani non vuole l’indipendenza, ma preferisce una terza via, quella del dialogo. Poi c’è il famigerato dibattito (o meglio la bugia) sul diritto all'autodeterminazione. Un diritto riservato solo alle colonie, ai popoli oppressi o in balia di guerre civili.

La Catalogna gode di diritti (e doveri), ha una sua autonomia (migliorabile), una lingua, una cultura e uno spirito comunitario che provengono da una storia importante. Ma le ultime rivendicazioni non hanno nulla a che fare con questo. Per i catalani c’è un rifiuto al sistema, alla monarchia, alla corruzione, ai colletti bianchi, ai politici di discendenza franchista. Solo che Franco è morto e in gioco non c’è solo la lotta contro i figliocci del partito popolare, ma col resto degli spagnoli.

Per chi siede nei Palazzi è questione di potere. Come ha detto Ada Colau, sindaca di Barcellona, “è il momento di femminizzare il dibattito, di abbassare il livello di testosterone” e magari avanzare la proposta di una riforma costituzionale. Molto dipende dal premier Rajoy. E lui, in serata, dal palazzo della Moncloa ha lanciato un avvertimento ufficiale: “Ogni llegalità a avrà una sua risposta proporzionata e rigorosa. Il referendum è una chimera impossibile. La disobbedienza alla legge è l'opposto della democrazia. Siete ancora in tempo per evitare danni maggiori”. Altri giorni dell’ira sono già in agenda.

@si_ragu

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