Cara sposa single, non ci caschiamo: il tuo matrimonio è un trucco

La festa di Laura Mesi è un'idea di seconda mano che vuole diventare simbolo di qualcosa o "la sposa" non avrebbe già creato una pagina Facebook. Il matrimonio non è più un obbligo: la donna che non va all'altare ha la libertà di non farlo

Sposa
22 Settembre Set 2017 1400 22 settembre 2017 22 Settembre 2017 - 14:00

Cara Laura, fino a ieri ignoravo la tua esistenza. Ignoravo che avessi 40 anni, che fossi single, che vivessi in Brianza. Ignoravo il fatto che avessi deciso di contrarre matrimonio con te stessa, sì insomma, di sposarti da sola, con tanto di abito bianco, torta a 5 piani, bomboniere e plotone di invitati.

L’ho ignorato fin quando la stampa italiana non ha iniziato a titolare “La prima sposa single d’Italia” (e speriamo pure l’ultima, aggiungo io), e la mia timeline Facebook si è intasata di articoli e commenti sul tema. Da “Un mito!”, “Un’idea geniale”, “Come Carrie Bradshaw!” a “Che stronzata”, “Che tristezza”, “Una cagata pazzesca”.

Ora, bisogna dire che l’idea è di seconda mano perché, come saprai, qualche mese fa anche tale Nello Ruggiero, parrucchiere napoletano, era auto-convolato a nozze al grido di “Non amerò nessuno più di me stesso” (meravigliamoci fosse single, del resto). Però tu sei diversa, tu sei donna e guarda, da un certo punto di vista, ti capisco pure. Capisco che cresciamo in una cultura che pone ancora, incredibilmente e ineluttabilmente, il matrimonio come fine primario della vita di una donna, coronamento della sua maturazione, imprescindibile sacramento della sua femminilità, unico reale rito di transizione all’età adulta socialmente accettato per una portatrice di vagina.

So che ci sono le madri, le zie, le prozie, le sorelle, le cugine, le nonne, le bisnonne, le amiche sposate, che non fanno che dirti che dovresti trovare un buon partito, farti sposare, riprodurti e via discorrendo. E mi piace pensare che il tuo gesto fosse un modo per mettere tutti a tacere, un atto definitivo (disperato, direbbero i maligni) per affrancarti da tutta quella pressione che conosciamo molto bene, noi che siamo sullo stesso barcone, quello delle donne adulte nubili.

Ti dirò di più: capisco pure che ti roda il culo a non vivere la tua personale versione della favola disneyana, a non avere il makeup e il parrucco perfetto, e due-tre fotografi che ti scattino foto artistiche, suggerendoti chessò di guardare nello specchio con un’aria intensa come se dovessi trattenere un attacco di colite; capisco che tu volessi sentirti bellissima e speciale, come una principessa, avere gli occhi addosso, vivere il tuo giorno indimenticabile e che lo volessi al punto da farlo da sola.

Non ultimo: ci sarebbe il tema di recuperare tutti i regali fatti nel decennio precedente, ad amici e parenti che si sono effettivamente sposati (cioè quelli il cui matrimonio aveva un valore legale e/o religioso, contrariamente al tuo che comunque era tipo una festa in maschera, una carnevalata provinciale oserei dire, e su questo credo possiamo essere d’accordo); regali che sono notoriamente a fondo perduto e invece tu hai trovato il modo di metterti in pari e hai potuto — immagino — aprire anche tu una di quelle belle “liste viaggio”, nella quale raccogliere le gentili donazioni dei tuoi invitati, per realizzare il tuo sogno di andare in Polinesia Francese.

Voglio dire, tutto questo posso pure capirlo. Certo, io al tuo posto avrei semplicemente fatto una bella festa e avrei comprato un bel vestito (non da sposa, potenzialmente ri-utilizzabile) nel quale sentirmi una dea, una regina più che una principessa, un’imperatrice, una matrona; però capisco che così sarebbe venuto meno il valore simbolico del tuo gesto, quindi va bene, okay, l’accetto.

C’è che non riesco a vedere la tua provocazione (o il tuo “party”) come un gesto rivoluzionario. C’è che non mi sembri un’eroina, né un simbolo (e che tu voglia diventare simbolo di qualcosa mi pare chiaro, altrimenti non avresti già creato la pagina Facebook “Laura Mesi Sposa Single”).

Però c’è un PERÒ. C’è che non riesco a vedere la tua provocazione (o il tuo “party”) come un gesto rivoluzionario. C’è che non mi sembri un’eroina, né un simbolo (e che tu voglia diventare simbolo di qualcosa mi pare chiaro, altrimenti non avresti già creato la pagina Facebook “Laura Mesi Sposa Single”).

Puoi al massimo sembrarmi un’idea per un nuovo format di Real Time con Enzo Miccio, nel quale pure le single rincoglioniscono e iniziano a spendere cifre inusitate per questa baracconata nuziale (e mettiamo le cose in chiaro, amiche single all’ascolto: non fatevi prendere la mano perché i matrimoni ci hanno scartavetrato la minchia, non ne possiamo più, non dovrebbero sposarsi più manco le coppie, se mi invitate non ci vengo e non vi faccio neppure il regalo). Ma non c’è traccia di emancipazione nel tuo gesto, non c’è traccia di femminismo, non c’è traccia di consapevolezza di cosa significhi essere una donna indipendente.

Cara Laura, non c’è bisogno di scimmiottare una sposa (perché una sposa, per definizione, ha uno sposo) per dichiarare che si può vivere felici anche senza un marito, che bisogna amare se stesse, che il matrimonio è un’istituzione sorpassata dalla contemporaneità (per quanto sia ancora estremamente diffuso). Il modo migliore per esorcizzare le pressioni sociali, per debellare certe fesserie sessiste, per ripulirci dai giudizi di chi ci vede incomplete se non ci mettiamo un velo in testa, è non metterselo. Semplicemente. Il modo migliore per neutralizzare l’effetto gravitazionale che il matrimonio ha sulla vita femminile, è non fare queste pagliacciate.

Cara Laura,una donna che non si sposa è una donna che ha la libertà di non farlo, ha l’indipendenza economica per non farlo, ha la possibilità di scegliere di non farlo. Per secoli le donne hanno dovuto sposare uomini che non amavano, hanno dovuto sopportare matrimoni infelici perché non avevano alternative, hanno dovuto rinunciare alla carriera e a qualunque altra forma di realizzazione perché l’unico ruolo concepito per loro era quello di moglie e madre. E se rimanevano nubili (zitelle) dovevano far da bambinaie/badanti alle famiglie altrui.

Il matrimonio ha storicamente rappresentato uno strumento di controllo (per non dire un limite) dell’emancipazione femminile; un fardello che ha condizionato l’esistenza di generazioni intere. Noi siamo tra le prime ad essercene affrancate, e non ci siamo ancora riuscite del tutto. E sposarsi da sole non mi sembra un passo avanti, bensì una retrocessione, un pesce d’aprile (anche se siamo a settembre), uno scherzo grottesco che presta il fianco all’insopportabile idea che nella vita di una donna un matrimonio debba esserci per forza (fosse pure col primo capitato, fosse pure con se stesse), come unico strumento per collocarsi nella società, per conquistare una rispettabilità, per non essere più “signorine” ma “signore”.

E invece io “Signora” lo sono anche se sono nubile, e tu pure, e quando mi chiamano così non mi sento vecchia, come certe dicono. Troverei sgradevole essere chiamata “signorina”, come un frutto ancora acerbo, come un essere umano incompiuto, in quanto non coniugato. Sono felice di essere “Signora” senza aver dovuto indossare uno strascico, senza aver dovuto lanciare un bouquet. Quindi, cara Laura, mi auguro davvero che tu resti l’unica sposa single d’Italia. E che tutte le altre s’accontentino di essere donne nubili e libere, dalle costrizioni e dagli stereotipi.

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