Il tonfo della Merkel lo pagheremo noi (e lo pagheremo caro)

La Cancelliera vince ancora, ma a uscire sconfitta è la sua linea, troppo europea, poco tedesca. Risultato? La Germania ha svoltato decisamente a destra. E tutte le nostre speranze di rottamare l’austerità vanno a farsi benedire

Angela Merkel Mani Linkiesta

Le mani di Angela Merkel, cancelliera tedesca dal 2005

ODD ANDERSEN / AFP

25 Settembre Set 2017 0800 25 settembre 2017 25 Settembre 2017 - 08:00

Forse qualcuno si starà mangiando le mani in queste ore, guardando dall'Italia i dati della mezza vittoria di Angela Merkel alle elezioni politiche tedesche e dello scivolamento verso destra della Germania. Soprattutto, guardando la fine mesta della grande coalizione - annunciata dopo i primi exit poll dal leader socialdemocratico Martin Schulz - di cui la cancelliera, in questi ultimi quattro anni, era stato baricentro, diventandone una specie di archetipo post ideologico, molto meno rigida di un tempo sulle questioni di finanza pubblica, sorprendentemente aperta nei confronti di profughi e richiedenti asilo, a rimorchio della sinistra socialdemocratica sui temi dei diritti civili.

Una linea dettata da un’eccessiva confidenza nel suo consenso, forse. Un po’ di hybris, ri-forse, quella di chi, dall’alto dei suoi (quasi) quattro mandati, con cui supererà Adenauer e Kohl in longevità alla Reichkanzelrei, si sente più soggetta al giudizio della Storia e dei posteri che a quello dei suoi elettori, qui e ora. Di sicuro, la consapevolezza di essere ormai una leader continentale, destinata alla missione di portare a compimento quel processo di unificazione europea che vide iniziare, da berlinese dell’est, la sera del 9 novembre 1989, quando uscendo dalla sauna con un’amica, si trovo sopraffatta dalla folla che passava il Muro, verso Berlino Ovest.

Forse sarà così. Forse sarà davvero lei a imprimere l’accelerazione decisiva all’unione politica dell’Europa. Ma la strada oggi è molto più tortuosa. Perché in Parlamento, da domani, ci sarà un’opposizione a destra della Cdu, quell’Alternative fur Deutschland nata liberista e cresciuta nazionalista, che si porta a casa il 13% dei seggi al Bundestag. E poi ci sarà un partner di governo come i liberali dell’Fdp, che tornano in Parlamento col 10% dei consensi dopo il crollo di quattro anni fa, con posizioni molto più intransigenti di quelle della Merkel nei confronti dei Paesi-cicala del sud Europa. E poi ci sarà una Csu di Horst Seehofer - l’ala destra dei cristiani democratici, che in questi anni ha criticato pesantemente la Cancelliera - che ha perso dieci punti percentuali tondi tondi, passando dal 49% al 39% e che vorrà far arrivare ancora più forte e chiaro il suo malcontento alla Cancelliera.

La facciamo breve: Angela Merkel si era spostata troppo a sinistra, mentre il Paese andava a destra. Messaggio recapitato: da domani si cambia musica. Questo vorrà dire tante cose: ad esempio, lotta senza quartiere all’immigrazione clandestina. Ma anche lotta senza quartiere alle cicale dell’Europa del Sud, noi per primi

La facciamo breve: Angela Merkel si era spostata troppo a sinistra, mentre il Paese andava a destra. Messaggio recapitato: da domani si cambia musica. Questo vorrà dire tante cose: ad esempio, lotta senza quartiere all’immigrazione clandestina, soprattutto in quei lander dell’Est che con la vittoria di Afd assomigliano sempre di più alla Polonia e all’Ungheria. Ma anche lotta senza quartiere alle cicale dell’Europa del Sud, noi per primi. L’aveva detto più volte un vecchio lupo come il ministro delle finanze Wolfgang Schauble, buon ultima allo scorso World Economic Forum di Davos: la politica ultra espansiva e i tassi sotto zero della Banca Centrale Europea avrebbero provocato problemi politici in Germania. Perché colpivano i piccoli risparmiatori tedeschi, i titolari di polizze vita - che in Germania sono 90 milioni, più della popolazione residente - che avevano visto crollare i rendimenti dei loro investimenti. Megafono del malcontento, giornali popolari come la Bild:. «I tassi zero costano ai risparmiatori 125 miliardi di euro!», titolava il più importante tabloid tedesco nell’aprile del 2016, sbattendo Draghi in prima pagina. Sottotesto: perché i risparmiatori tedeschi devono perdere un sacco di soldi per permettere agli italiani di non rimanere schiacciati dal loro enorme debito pubblico?

Dietro la critica a Draghi, in altre parole, c’era un messaggio implicito alla Cancelliera. Cara Merkel, prima la Germania, poi l’Europa. O meglio ancora: prima i risparmi dei tedeschi, poi la sostenibilità del debito italiano. Prima le formiche, poi le cicale. E così sarà, con ogni probabilità: nei prossimi quattro anni, verrà prima la Germania, verranno prima le formiche. E allora cominciamo a recitare il de profundis per il Quantative Easing, che difficilmente sopravvivrà a questo piccolo grande sisma politico. E cominciamo a seppellire ogni velleità di tornare a Maastricht per ridiscutere i trattati, abrogare il fiscal compact, rottamare l’austerità. E prepariamoci a polemizzare con una versione della Cancelliera molto più arcigna di quella che abbiamo conosciuto in questi ultimi anni. Da domani, battere pugni sul tavolo al Consiglio dell’Unione Europea o all’Eurogruppo sarà molto, molto più difficile. Così come sarà difficile mediare tra l’euroscetticismo austero di casa loro e quello spendaccione di casa nostra. Siamo costati cari, ad Angela Merkel. La pagheremo cara.

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