L’odissea di Rossetti e Scaglia (assolti): la giustizia in Italia è un incubo kafkiano

I vertici di Fastweb e Telecom Italia Sparkle sono stati assolti pure in secondo grado da un’accusa di associazione a delinquere mossagli 14 anni fa. Raccontare la loro odissea è necessario. Perché dentro c’è tutto quel che non va nella giustizia italiana

Prigione

Immagine con licenza Pixabay.com

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28 Settembre Set 2017 0909 28 settembre 2017 28 Settembre 2017 - 09:09

Forse non lo sapete, nessuna prima pagina di giornale riporta la notizia, ma ieri sono stati assolti in secondo grado l’ ex ammnistratore delegato di Fastweb Silvio Scaglia, il suo Cfo Mario Rossetti e tutti gli altri manager dell’azienda e di Telecom Italia Sparkle. All’epoca fu loro contestato di aver creato fondi neri per distribuire tangenti alla politica attraverso una frode Iva di cui erano vittime. Ieri, la sentenza di secondo grado ha ribadito che la truffa era stata organizzata da altri, l’imperniare Gennaro Mokbel in primis, a loro insaputa.

Vale la pena di raccontarla tutta, questa storia. Allora era il 2003 - quattordici anni fa, cinuemilacinquecentodieci giorni in attesa di giudizio fa -, ma l’odissea di Rossetti era cominciata sette anni dopo l’inizio delle indagini, la mattina del 23 febbraio 2010, quando la Guardia di Finanza gli era entrata in casa, l’aveva portato a Rebibbia e si erano portato via tutto - catenine d’oro regalate dai nonni ai bambini comprese - bloccando i conti correnti alla moglie e ai loro tre figli di dieci, nove e due anni. Che dalla sera alla mattina si sono ritrovati con un marito e padre in galera e senza un euro. Per tre anni.

Si badi bene: tutto questo avviene tre anni dopo il suo primo interrogatorio, dopo che l’inchiesta era già stata archiviata una volta, dopo che lui stesso aveva già lasciato Fastweb, e quindi non era più in grado di inquinare le prove, né tantomeno poteva reiterare il reato. Il suo amministratore delegato Silvio Scaglia, che era in Sudamerica, noleggia un aereo privato e torna in Italia per farsi ammanettare. Rossetti, che non ha un avvocato, si ritrova a dover contattare un suo occasionale compagno di corse per farsi assistere nella sua odissea.

Sembra la trama di un romanzo distopico di Kafka o di Orwell o il racconto proveniente da una dittatura sudamericana degli anni ’70. È l’autobiografia di un Paese profondamente corrotto, con una giustizia profondamente inefficace che si accanisce sui presunti innocenti perché non riesce a condannare i colpevoli

Mario Rossetti finisce in galera per più di cento giorni, i primi dei quali senza nemmeno sapere perché. Non ha accesso alle carte, che invece circolano liberamente sulle pagine di giornale. Si deve sottoporre al giudizio preventivo del circo mediatico-giudiziario - Piero Grasso, allora magistrato ora presidente del Senato la sera stessa dell’arresto, parla di «strage della legalità» - che condanna appena sente la parola “avviso di garanzia”, o ancora peggio “arresto”. E deve subire interrogatori surreali, condotti da magistrati che non sanno leggere i bilancio - tra cui l’ineffabile Giancarlo Capaldo che, non pago, farà finire nel medesimo tritacarne giudiziario pure la senatrice e immunologa Ilaria Capua - non hanno idea di cosa faccia un Cfo, né la minima contezza di come funzioni la catena di comando in una multinazionale delle telecomunicazioni. In un Paese, non dimentichiamolo mai, in cui le frodi fiscali sono all’ordine del giorno.

Risultato? «Sono stato rilasciato un anno dopo - aveva raccontato a Linkiesta un paio di anni fa - prima che si concludesse il processo e francamente non ho ancora capito il perché, visto che non erano emerse nuove prove o testimonianze che mi scagionassero più di quanto non lo fossi già prima». Nel frattempo però il suo terzo figlio si era ammalato gravemente e Mario Rossetti, a causa del giudizio ancora pendente, non ha potuto accompagnarlo in America per accedere a cure sperimentali.

Sembra la trama di un romanzo distopico di Kafka o di Orwell o il racconto proveniente da una dittatura sudamericana degli anni ’70. È l’autobiografia di un Paese profondamente corrotto, con una giustizia profondamente inefficace che si accanisce sui presunti innocenti perché non riesce a condannare i colpevoli. Una giustizia, sono i numeri dell’associazione Fino a Prova Contraria che ne danno conto - in cui servono dagli 8 ai 10 anni per risolvere una controversia civile. In cui il 16% dei carcerati è in attesa di una sentenza definitiva. In cui ci sono centinaia di migliaia di sentenze passate in giudicato (più di 50mila nel solo Tribunale di Napoli, 12mila delle quali riguardano persone che devono essere arrestate) cui non è ancora stata data esecuzione. Benvenuti in Italia, 2017.

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