Forchielli, l’anti-ottimista: «Evacuate i giovani dall’Italia»

Il fondatore di Mandarin Capital Partners nella redazione de Linkiesta: «Gli italiani sono diventati un popolo di camerieri, le aziende sono vecchie e lontane dall’innovazione, le università irriformabili. E i genitori sono delle bestie, perché accettano che i figli studino materie umanistiche»

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30 Settembre Set 2017 0800 30 settembre 2017 30 Settembre 2017 - 08:00
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Una serata contro l’ottimismo. Quando Alberto Forchielli entra nella redazione de Linkiesta, bastano pochi secondi per capire il senso del suo libro, “Trova lavoro subito!”, scritto con Stefano Carpigiani (Sperling & Kupfer). «Non è un manuale per trovare lavoro», dice, «volevo chiamarlo “Evacuate i ragazzi dall’Italia”. È un libro per i genitori di un ragazzo giovane che deve essere educato a fare delle scelte. Nasce dalla ribellione contro il renzismo, contro un ottimismo di maniera e senza sostanza che continua a venire spacciato». Invece nel nostro Paese, è il senso di tutto l’incontro organizzato in collaborazione con Moneyfarm, è in corso un declino devastante, destinato solo ad accelerare. «Non so quanto potremo andare avanti. Forse cinque, forse dieci anni», dice il fondatore di Mandarin Capital Partners, classe 1955, due terzi della vita passata tra gli Usa e l’Asia. L’invettiva è contro tutto il sistema: le università, le istituzioni, le aziende, ma anche, naturalmente, i giovani stessi e i loro genitori.

Il tutto comincia con un aneddoto su un suo collaboratore dell’ufficio di Shanghai. Si chiama Jeff. Lavora 16 ore al giorno, anche la notte. Vuole andare alla Harvard Business School, ha trovato il tempo di fare il test Gmat, con il risultato elevatissimo di 711. Ne parla con lo stesso Forchielli, che il giorno dopo incontra per caso dei professori di Harvard, parla loro del ragazzo e si sente rispondere: «Se dovessimo prendere tutti i cinesi che al Gmat hanno preso 711, avremmo al 90% studenti cinesi. Per loro la soglia minima è 760». Morale: in Cina ci sono sette milioni di laureati all’anno, gli studenti asiatici sono al top delle prestazioni nei test internazionali. «Capito con chi avremo a che fare nel futuro? Con ragazzi che dalla Cina all’India hanno fame e vedono l’istruzione come solo strumento di elevazione sociale. Studiano da quando hanno tre anni, ma davvero seriamente. Noi già ora paghiamo molto più i ragazzi a Shanghai che a Milano».

Quando si torna a vedere le cose italiane, c’è spazio solo per lo sconforto. ll primo bersaglio sono i genitori: «Delle bestie. Non sono capaci di dare un indirizzo. Quando i figli dicono “mi piace fare scienze politiche o lingue”, i genitori lasciano fare. Così a 24 anni sei finito». Quello che dovrebbero fare è far capire che le uniche discipline che avranno un futuro sono quelle “tradable”, ossia scambiabili nel mondo, perché basati su un linguaggio universale. Come informatica, fisica o medicina.

Il piede Forchielli alla fine dell’incontro. Foto tratta dal profilo Linkedin di Alberto Forchielli

«I genitori sono delle bestie. Non sono capaci di dare un indirizzo. Quando i figli dicono “mi piace fare scienze politiche o lingue”, i genitori lasciano fare. Così a 24 anni sei finito»

Così l’Italia, «un mezzo brodo, che non è nel club dei Paesi ad alto valore aggiunto né quelli a basso costo», è diventato per il managing partner di Mandarin quello che Indro Montanelli vedeva in modo per lo più metaforico: «Un Paese di camerieri», dove i ragazzi sono sottopagati per una semplice ragione di domanda e offerta.

Per chi rimane nel nostro Paese cosa c’è? «O c’è il pubblico, che però non ha più soldi. O vai nel privato. Ma le aziende italiane sono vecchie, non c’è un solo settore innovativo dove siamo. Non i chip come Taiwan, non i cellulari come la Corea del Sud, non il biotech, non il software, non il 3-D printing. Niente. I Paesi si misurano in unicorni, le startup che hanno una valutazione di più di un miliardo di euro. Quanti ne ha l’Italia? Solo una Yoox, che nato già da 15 anni, e poi basta». Se di unicorni non se ne vedono è perché «anche se un’idea buona, e anche se il primo milione lo riesci a tirare su, quando hai successo ti servono altri 6-7 round di finanziamenti. Ecco, in Italia 20 milioni non te li dà nessuno». I grandi agglomerati urbani, inoltre, quelli dove si mischiano talenti e finanza e che portano alla creazione di centri di ricerca e di grandi imprese, sono lontani: non solo la Silicon Valley ma anche Boston, Bangalore, Shenzen e, negli Usa, anche San Diego e Minneapolis. L’Europa? «Salvo solo Londra. I soldi ci sono ma mancano le università, manca la cultura, manca il culto dell’imprenditore».

«Le aziende italiane sono vecchie, non c’è un solo settore innovativo dove siamo. Non i chip come Taiwan, non i cellulari come la Corea del Sud, non il biotech, non il software, non il 3-D printing. Niente. I Paesi si misurano in unicorni, le startup che hanno una valutazione di più di un miliardo di euro. Quanti ne ha l’Italia? Solo una Yoox, che nato già da 15 anni, e poi basta»

Le università sono il vero punto critico, nella lettura di Forchielli. Per questo quando si chiede se ci sia una via d’uscita, la risposta parte da lì: «Bisognerebbe rifare dalla testa ai piedi le università. Introdurre il merito veramente. Renderle autonome dal punto di vista finanziario. Ma è impossibile. Servirebbero 30 anni di sacrifici, di duro studio per uscire da dove ci siamo cacciati». La notizia dello scandalo dei concorsi truccati negli atenei italiani, partito dalla denuncia di un ricercatore, sarebbe arrivata solo il giorno dopo.

Una testimonianza è arrivata anche da Sebastiano Picone, head of Sales & CRM di MoneyFarm. « Siamo italiani, abbiamo iniziato nel 2011 come startup nel mondo del Fintech. Ma a un certo punto abbiamo avuto bisogno di più risorse finanziarie e sopratuttto di talenti» ha raccontato. «Ci siamo spostati a Londra, dove il contesto è completamente diverso. In Italia di realtà istituzionali pronte a scommettere su un’azienda che fa qualcosa di nuovo non ce ne sono moltissime. A Londra oltre ai capitali ci sono competenze che altrove non si trovano. Il lato negativo è che molti dei talenti che si trovano sono italiani, che hanno dovuto lasciare il Paese. Detto questo, abbiamo anche una sede a Milano, con 45 persone e molti clienti».

La via d’uscita? «Bisognerebbe rifare dalla testa ai piedi le università. Introdurre il merito veramente. Renderle autonome dal punto di vista finanziario. Ma è impossibile»

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