Italia: un Paese da G7, uno Stato da terzo mondo

Il Global Competitiveness Report del World Economic Forum certifica lo stato terrificante del nostro apparato pubblico, la vera zavorra di un sistema economico che potrebbe volare, se non fosse per le tasse, la giustizia, la burocrazia (e pure il suo sistema finanziario)

Bandiera Italia
30 Settembre Set 2017 0730 30 settembre 2017 30 Settembre 2017 - 07:30
WebSim News

Appunti per la prossima campagna elettorale, per la prossima legislatura, per i prossimi cinque, dieci, cento anni: la riforma radicale dello Stato italiano, di quel pachiderma pubblico che governa la nostra economia e i nostri rapporti sociali è la cosa più importante da fare, forse l’unica che conta. Non bastasse l’esperienza diretta con la burocrazia, con la giustizia, con il fisco, potete rafforzare le vostre convinzioni leggendo i numeri del Global Competitiveness Report 2017-2018 del World Economic Forum, pubblicato qualche giorno fa.

Per i meno avvezzi: si tratta di un rapporto che mette in fila 137 Paesi del mondo sulla base di 12 macro categorie, dalle istituzioni alle infrastrutture, dalle efficienza del mercato ai dati macroeconomici, sino al sistema finanziario, a quello educativo, all’ecosistema dell’innovazione. Risultato finale? Siamo 43esimi su 137, una posizione avanti rispetto allo scorso anno, sei avanti rispetto al 2015, una indietro rispetto al Portogallo, l’ultimo Paese dell’Europa occidentale ad averci superato. Per gli ottimisti, un segnale di ripresa. Per i pessimisti, la prova maestra che stiamo arretrando rispetto al resto del Vecchio Continente.

Fate voi. Indipendentemente da come vanno gli altri, a noi interessa capire perché andiamo così noi. Perché una delle prime dieci economie del mondo ha un indice di competitività inferiore a quello di Cile, Thailandia, Polonia e Azerbaijan. Ci limitiamo agli highlight: siamo 134esimi (su 137, non dimenticatelo: in classifica ci sono pure mamma Africa e tutto il cosiddetto Terzo Mondo) come fardello della regolazione governativa e come efficienza della cornice legale nelle dispute civili. Ancora: 126esimi come trasparenza nel policymaking e nell’efficienza nella spesa pubblica. Il tutto, ci costa una tassazione che è la 126esima più salata del mondo (anche se stiamo migliorando un po’, pare), la quale a sua volta è la terzultima sul pianeta (135esima, se vi piace leggerla dritta) per quanto disincentiva gli investimenti. E ovviamente un debito pubblico in rapporto al Pil superato (in negativo) solo da quattro Paesi.

Al cocktail, se volete, possiamo aggiungere un sistema finanziario che complessivamente si posiziona al 126esimo posto, soprattutto per una disponibilità di venture capital che vede al 127esimo posto, per un accesso al credito che si piazza al 120esimo e una solidità bancaria - quelle banche che “erano le più solide di tutte” nel 2008: come cambiano le cose - che ci posiziona al 116esimo posto. E un mercato del lavoro che è leggermente migliorato, ma che nonostante il Jobs Act è ancora uno dei meno efficienti del pianeta (116esimo).

E dire che abbiamo un sistema d’imprese sofisticato e con un livello di specializzazione altissimo, che abbiamo distretti sviluppati (ottavi al mondo) e catene del valore lunghe e solide (undicesimi). Non bastasse, abbiamo pure il dodicesimo Pil pro-capite al mondo e pure il dodicesimo mercato interno. Perle ai porci, fino a quando ci porteremo dietro zavorre come quelle attuali, fino a quando non capiremo che un pezzo alla volta, il brutto Stato che ci rallenta e ostacola, va smontato pezzo per pezzo e ricostruito ex novo. Non un lavoro semplice, né breve. Ma abbiamo la terza aspettativa di vita al mondo. Possiamo aspettare, purché cominciate.

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