La lezione del referendum catalano: la democrazia è più fragile di quanto crediamo

Non solo una battaglia per l’indipendenza: il caos del primo ottobre mostra tutti gli scheletri negli armadi: la memoria del dittatore, la questione mai risolta tra monarchia e repubblica. La Spagna, ora non rischia di diviidersi. Rischia di implodere

Referendum Catalogna

Una manifestante a favore dell’indipendenza catalana

CESAR MANSO / AFP

2 Ottobre Ott 2017 0800 02 ottobre 2017 2 Ottobre 2017 - 08:00

Gli uomini, secondo Rousseau, uniscono le proprie forze per condividere un unico obiettivo. Cercano un’associazione, un movimento, un’idea comune da difendere e proteggere, una volontà generale che li riunisca sotto un unico vessillo. Si danno delle leggi, dei diritti e un modello di convivenza sociale e civile. È la democrazia di molti Stati europei. Un modello che spesso però non fa i conti con un problema fondamentale e diffuso: il conflitto tra distinti interessi (legittimi o meno) rispetto a quello che è, o dovrebbe essere, il bene comune. Così è accaduto tra il governatore catalano Carles Puidgemont e il premier iberico Mariano Rajoy.

Passata la mezzanotte di un giorno intriso di lacrime, tristezza, ferite, sogni e finte schede elettorali i danni, già molto visibili, saranno profondi: maggiore divisione tra cittadini catalani, sfiducia reciproca tra la Catalogna e il resto del Paese, aumento dell’ispanofobia e deterioramento della democrazia spagnola. Come se non bastasse sarà probabile un revival del nazionalismo iberico, sventolato da una destra al potere, una frammentazione della sinistra e una rafforzamento delle pulsioni conservatrici e centriste. La democrazia d’altronde, come diceva una volta Susan George, sociologa, politologa e scrittrice franco-statunitense, è fragile: “non è qualcosa che una volta ottenuta rimane tale e quale”. Bisogna insomma preservarla continuamente.

Non a caso l’editoriale di ieri del quotiano El País rimembrava volutamente altri tempi. Quando il colpo di Stato del 23 febbraio del 1981 era ancora all’esordio, nell’incertezza generale, il giornale fece pubblicare un’edizione speciale con un messaggio inchiodato sotto la testata: “El País, con la Costitución”. Allo stesso modo ieri il quotidiano si faceva eco di quel lemma: “El País, con el Estatut”. Come a dire, siamo a favore del rispetto delle regole, anche e soprattutto quelle dell’autonomia catalana, ultimamente più volte violentata dal suo stesso tutore. “La questione indipendentista”, citava l’editoriale “non è più una minaccia tanto per la possibilità di una rottura dell'unità spagnola” o di una convivenza tra vicini che al momento mal si sopportano, “quando per la stabilità e la sopravvivenza stessa dello Stato iberico”.

Uno Stato che non “sa e non vuole dialogare”, come accusa la Generalitat. Uno Stato che tira fuori i manganelli, all’occorrenza, incapace di costruire un discorso a sostegno di una Catalogna, voluta e indispensabile al Paese. Ma soprattutto uno Stato che non riesce fino in fondo a completare quel ciclo iniziato quarant’anni fa. La crisi economica coi suoi tagli sociali, la cultura e la lingua catalana, l’ideologia secessionista che trae radici dalla prima repubblica di Lluís Companys i Jover, proclamata il 6 ottobre del 1934, tutto passa in second’ordine. A galla affiora ciò che ancora non è stato concluso fin dall’epoca della Transizione, quando Franco moriva nel suo letto e Adolfo Suarez, incaricato dall’allora ex regente Juan Carlos I, si adoperava a rendere la Spagna una democrazia.

il primo ottobre non ha a che fare solo con un referendum per l’indipendenza: la Catalogna si ribella contro un partito popolare che in quegli anni agglutinava ex dirigenti franchisti, lotta contro la monarchia a favore di una repubblica

Era il 1976. Il Paese veniva fuori da una dittatura lunga e pesante, con uno schema studiato a tavolino. Oggi, alcuni ingranaggi di questo schema si sono arrugginiti e andrebbero sostituiti. “Ci fu un errore fondamentale: tutto venne costruito sulla bugia”, spiegava meno di un anno fa in un’intervista lo scrittore e poeta catalano Rafael Argullol. “Non c’è stato un processo di catarsi nella società spagnola, non siamo stati sinceri né ci siamo detti la verità su quello che accadde durante la Guerra Civil, il franchismo e l’antifranchismo”.

È perciò che il primo ottobre non ha a che fare solo con un referendum per l’indipendenza: la Catalogna si ribella contro un partito popolare che in quegli anni agglutinava ex dirigenti franchisti, lotta contro la monarchia a favore di una repubblica. Tematiche rivendicate anche dai Paesi Baschi, per esempio, e che si sarebbero dovute affrontare a Madrid tempo fa, prima che la Generalitat catalana le utilizzasse per avocare a sé il diritto di eludere la legge, convocare un referendum, soffiare sugli stati d’animo dei cittadini.

In quarant’anni di democrazia, nessun politico, né del partito popolare, né del partito socialista, si è mai interrogato su alcune questioni chiave per la democrazia spagnola: indire un referendum che tasti il polso delle preferenze attuali tra una monarchia o una repubblica; abbattere el Valle de los Caídos, dove ancora oggi giace preservato il dittatore; riportare in superficie le centinaia di vittime del franchismo, dando seguito alle decine di cause pendenti, e dare loro una giusta sepoltura; far rispettare la legge sulla memoria storica approvata nel 2007; negare fondi pubblici alla fondazione dedicata alla memoria di Franco. Sono solo alcuni dei punti che un governo iberico, di qualsiasi colore sia, dovrebbe decidersi di affrontare. Perché il rischio evidente è che la sollevazione errata e illegale di una regione finisca per far riaffiorare tematiche antiche e mai risolte, specchio di una democrazia ancora fragile e di una classe politica immatura, incapace di far pace col suo passato e lavorare per quel bene comune di cui parlava Rousseau. Brutte notizie per i catalani. Pessime per gli spagnoli. Ma anche per gli europei.

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