«Il killer di Las Vegas, quando i mostri sembrano persone normali»

La psicologa Camerani racconta la realtà dei mass murderer. «Tipica delle società consumistiche, dietro alla violenza ci sono sempre storie di sofferenza». È mistero sulla rivendicazione Isis. «Pur non appartenendo a gruppi terroristici, queste persone possono trovarvi un’identità che li legittima»

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3 Ottobre Ott 2017 0723 03 ottobre 2017 3 Ottobre 2017 - 07:23

«Cerchiamo sempre il mostro. Ma spesso, almeno all’apparenza, queste persone sono come tutte le altre». Chiara Camerani è la direttrice del Cepic, il Centro europeo di psicologia, investigazione e criminologia. Sono passate solo poche ore da quando Stephen Paddock ha sparato sulla folla durante un concerto a Las Vegas, uccidendo quasi sessanta persone. È ancora difficile avanzare troppe ipotesi sulla strage. Intanto, mentre le autorità stanno cercando di scoprire eventuali legami con il terrorismo internazionale, gli Stati Uniti si trovano ad affrontare l’ennesimo episodio di assassinio di massa. Si chiamano mass murder, sono un fenomeno sempre più diffuso. Nella società americana e non solo. «Generalmente abbiamo a che fare con figure diverse dai serial killer - racconta la psicologa - sparano con l’obiettivo di uccidere più persone possibile. Sono soggetti che a volte, pur non appartenendo a gruppi terroristici, in questi trovano un’identità che li legittima». Camerani ha studiato a lungo il fenomeno, è un’esperta in materia. Da tempo collabora con il reparto analisi criminologiche dell’arma dei Carabinieri nell’ambito di stalking e psicopatie. Docente, tra le altre cose, al master di cybercriminologia presso l’università di Tor Vergata e di criminologia e sessuologia presso lo Iusve, l’Istituto universitario salesiano di Venezia.

Dottoressa, anzitutto una precisazione. Chi sono i mass murderer?
Parliamo di soggetti che uccidono quattro o più vittime nello stesso luogo e durante lo stesso avvenimento. È una figura diversa dal serial killer, che vive un intervallo di tempo tra un assassinio e l’altro. Il mass murderer non è compulsivo, uccide in un unico episodio, non c’è ripetizione.

Dunque nella strage di Las Vegas ci troviamo davanti a un chiaro fenomeno di questo tipo.
Ancora non ci sono molte informazioni, è difficile tracciare un identikit preciso. Di solito quando parliamo di mass murderer ci riferiamo a soggetti paranoici che uccidono con premeditazione un gran numero di persone facendo uso di armi da fuoco. Si tratta quasi sempre di soggetti che vivono un senso di inadeguatezza sociale e sentono il bisogno di una rivalsa nei confronti della società.

Lei dice che è ancora presto per un’approfondita analisi di quello che è successo. In effetti ancora non si sa se l’attentatore aveva legami con l’Isis.
Io parlo in generale. E posso dire che la recente attenzione mediatica verso il terrorismo può sicuramente influire in queste vicende. Persone che comunque sarebbero diventate mass murderer, trovano un’identità che le legittima. Pur non appartenendo a gruppi terroristici, in questi riescono a trovare una ragione, a volte un incentivo, per passare all’azione.

«Quando parliamo di mass murderer ci riferiamo a soggetti paranoici che uccidono un gran numero di persone, con premeditazione, facendo uso di armi da fuoco. Si tratta quasi sempre di persone che vivono un senso di inadeguatezza sociale. Non a caso il fenomeno avviene prevalentemente nelle società industrializzate e consumistiche»

Columbine, Virginia Tech, l’ultima strage a Orlando. Queste tragedie portano quasi sempre agli Stati Uniti. La spiegazione è la grande diffusione di armi da fuoco?
Sicuramente questo è un aspetto importante. Negli Stati Uniti non solo è più facile procurarsi delle armi da fuoco, c’è anche una maggiore confidenza con pistole e fucili. Ma non è l’unica ragione.

A cosa si riferisce?
Non è un caso se il fenomeno del mass murder avviene prevalentemente nelle società industrializzate e consumistiche. Dove è più forte la tendenza al successo e alla competizione. E dove è sempre più pressante la richiesta sociale di un ruolo vincente. Queste stragi spesso nascono proprio dalla frustrazione e dalla necessità di un riconoscimento da parte di soggetti paranoici. L’omicidio serve a questo: è una rivalsa, un modo per essere ricordati.

Torniamo al profilo di questi assassini. In generale quali sono gli aspetti più ricorrenti?
L’età media è tra i 27 e i 50 anni, nel caso di Las Vegas siamo un po’ oltre rispetto alle statistiche. In Italia, invece, l’età media si alza tra i 29 e i 54 anni. Il motivo ancora una volta è sociale: nel nostro paese la realizzazione della persona, anche livello lavorativo, avviene mediamente più tardi.

Quali sono i tratti ricorrenti di queste persone?
La maggior parte di loro attacca in luoghi pubblici, con l’obiettivo di uccidere il più alto numero di persone. Non di rado negli Stati Uniti queste stragi avvengono nei luoghi di lavoro, oppure di aggregazione e svago. La spiegazione è sempre la stessa: lo scopo di questi soggetti è creare più spavento e terrore possibile. Di solito i mass murderer ricorrono a numerose armi da fuoco dalle grandi capacità offensive. E molti di loro alla fine della strage lasciano un messaggio. Un testamento in cui incolpano i responsabili della loro reazione: la società, il lavoro, i colleghi d’ufficio…

È possibile individuare queste persone prima delle stragi, o sono a tutti gli effetti anonimi cittadini?
Il problema è che cerchiamo sempre il segno del mostro. Ma queste persone, almeno all’apparenza, sono quasi sempre abbastanza normali. È difficile riconoscerli. Eppure stando ai dati che vengono dagli Stati Uniti, il 43 per cento di loro ha già una storia pregressa di violenza. Almeno un atto precedente alla strage, anche solo una rissa. E non solo. Il 50 per cento dei mass murderer tende ad avere una patologia psichiatrica documentata.

Intervenire preventivamente diventa impossibile, insomma.
Queste persone possono essere definite ”collezionisti di ingiustizie”. Vivono storie di frustrazioni, reali o meno, di fronte alle quali non riescono a reagire. Ecco perché spesso ci troviamo davanti a soggetti solitari, senza grandi relazioni interpersonali. Molti di loro sono separati o divorziati, quasi sempre con occupazioni lavorative non particolarmente importanti. Persone che attraverso la loro strage pensano di poter ripristinare la giustizia.

«La recente attenzione mediatica verso il terrorismo può sicuramente influire in queste vicende. Persone che comunque sarebbero diventate mass murderer, trovano un’identità che le legittima. Pur non appartenendo a gruppi terroristici, in questi riescono a trovare una ragione, a volte un incentivo, per passare all’azione»

Tra questi assassini è possibile riscontrare una forma di narcisismo?
C’è sicuramente un aspetto legato all’esibizionismo. Il modo migliore per affermare se stessi è che il mondo parli di loro. E per farlo devono uccidere più persone possibile.

Dietro a queste tragedie ci sono casi di depressione?
Abbiamo a che fare con persone antisociali, narcisiste, paranoiche. E poi ci sono gli psicotici, che solitamente tendono a fare più vittime. Ma parlerei con più cautela di depressione. Spesso la depressione è una fase, che segue la scoperta di non essere accettati. Questi soggetti si sentono perseguitati, non capiti, non accettati… E così aumenta la rabbia, fino al momento in cui si sentono in diritto di vendicarsi. In generale la violenza non emerge da sola, dietro c’è sempre una storia di sofferenza.

Altro tratto comune: alla fine della strage molti si suicidano.
Secondo i dati, in America si suicida il 50 per cento dei mass murderer. Il 30 per cento si lascia uccidere dalle forze dell'ordine. In generale quelli che vengono catturati sono molto pochi. E questo perché hanno già ottenuto quello che volevano: dopo la strage esauriscono la loro funzione.

Le vittime invece non hanno alcun tratto distintivo. Siamo tutti a rischio?
A volte il posto della strage può avere un significato simbolico: le persone sole e rifiutate scelgono di agire in un luogo di incontro e di svago. Altre volte sono i target ad essere rappresentativi. Quando si colpisce un ufficio pubblico, spesso le vittime rappresentano proprio l’autorità che l’omicida vuole colpire. Quasi sempre, però, non c’è alcuna spiegazione. Quando l’intento del mass murderer è quello di uccidere il maggior numero di persone, le vittime sono sempre casuali.

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