Mariano Rajoy, l'uomo senza qualità della politica spagnola

Nonostante le continue gaffe, lo scandalo di corruzione nel suo partito e l'assenza di carisma, il premier spagnolo governa ininterrottamente dal 2011. Mentre tutta Europa condanna la scelta di usare la violenza contro gli independentisti catalani, la maggioranza degli spagnoli è con lui

Mariano Rajoy

PIERRE PHILIPPE MARCOU AFP

PIERRE PHILIPPE MARCOU AFP

3 Ottobre Ott 2017 1128 03 ottobre 2017 3 Ottobre 2017 - 11:28

Non ha carisma. È un gaffeur di professione, parla male l'inglese e qualche volta sbaglia pure lo spagnolo, è coinvolto nel più grande scandalo di corruzione del suo partito e ha gestito in modo dilettantesco la questione del referendum catalano. Nonostante tutto questo Mariano Rajoy è da sei anni consecutivi il primo ministro della Spagna. La sua politica economica è stata definita dal Financial Times un modello da seguire per i Paesi mediterranei e dopo la repressione violenta della Guardia Civil a Barcellona per impedire il referendum catalano, la maggioranza degli spagnoli si fida ancora di lui.

Rajoy è come Mr. Magoo, il cartone animato degli anni ‘50. Ve lo ricordate? Il pensionato miope che usciva di casa senza occhiali e creava incidenti per strada dai quali riusciva sempre, per un pelo, a salvarsi. Macchine, treni, gru. Mr Magoo con una certa dose di fortuna riusciva a schivarli tutti. Così come Rajoy ha fatto per tutta la sua vita politica. E continua a farlo.

Galiziano, figlio di un giudice di pace, Rajoy è la definizione vivente di dinosauro politico: deputato dal 1986, cinque volte ministro dal 1996 al 2002, otto anni capo dell’opposizione dal 2004 al 2011 e da sei anni presidente del Governo.

Per sopravvivere tutti questi anni ha fatto del silenzio la sua cifra politica. Nel luglio 2012 si rifiutò di spiegare all’opinione pubblica il suo piano di austerity, con tagli per 80 miliardi alla spesa pubblica, e non reagì alle proteste di piazza. Non parlò in tv, né si presentò in Parlamento. Quando c’è un problema grave, Rajoy non lo affronta.

La sua strategia politica è la fuga programmata. Dopo aver negato per mesi un possibile bailout per la Spagna, quando l’Ue annunciò il prestito da 100 miliardi nel giugno 2012, per evitare le polemiche interne, Rajoy andò a Danzica, in Polonia, a vedere la partita della sua nazionale contro l’Italia. Nella settimana prima del referendum sull’indipendenza della Catalogna, quando tutti si aspettavano che coordinasse la crisi da Madrid, è volato a Washington per incontrare Donald Trump. Rajoy dà il meglio dietro le quinte, quando non si fa vedere, e lascia sbagliare gli altri. Per questo nel novembre del 2015, durante la campagna elettorale, non si presentò al dibattito televisivo contro i tre giovani leader di Podemos, Psoe e Ciudadanos. Riuscendo a limitare il crollo di consensi per il suo partito.

La maggioranza del Paese, quella che vive nei pueblos, a migliaia di distanza fisica e culturale da Madrid e, soprattutto, da Barcellona, la Spagna cattolica che ama la corrida e non ha un ricordo così cattivo di Franco si rispecchia in questo uomo medio, pacato, umano. Per questo ride delle sue gaffe e Rajoy ne ha fatte tante, soprattutto linguistiche, ma continua a votarlo.

La maggioranza del Paese, quella che vive nei pueblos, a migliaia di distanza fisica e culturale da Madrid e, soprattutto, da Barcellona, la Spagna cattolica che ama la corrida e non ha un ricordo così cattivo di Franco si rispecchia in questo uomo medio, il pacato notaio (il lavoro di Rajoy prima di entrare in politica) di campagna. Per questo ride delle sue gaffe, e Rajoy ne ha fatte tante, ma continua a votarlo.

Le gaffe di del premier sono spesso delle frasi nonsense, come: «La Spagna è un paese con molti spagnoli e molti spagnoli» o «L'ETA è una grande nazione», quando il premier confuse l'acronimo del gruppo terrorista basco con il pronome dimostrativo "esta" (questo). Oppure quando fece le condoglianze ai terremotati in Cina la notte del disastro ferroviario nella sua Santiago de Compostela nel 2013.

La maggioranza degli spagnoli ride ma continua a votarlo, perché si rivede in lui. E non è un caso che a Cernobbio Luigi di Maio abbia citato la sua leadership come un modello politico da seguire. I suoi rivali lo prendono in giro per la sua goffagine, per i tic (all'occhio destro) e l'incapacità politica. Ma alla fine sopravvive sempre. Rajoy è lo specchio dei vizi del Paese ma cosciente e fiero della sua mediocrità. Un uomo senza qualità. A dire il vero ne ha due e prodigiose: è coriaceo come tutti i galiziani (è di Santiago di Compostela) e sa aspettare.

Il suo mantra è mantenere la calma e sopravvivere alla tempesta, che sia elettorale, mediatica o giudiziaria. Rajoy rimane lì, fermo come l’uomo sul fiume che aspetta passare i “cadaveri” dei nemici, uno dopo l’altro. Dai compagni di partito agli avversari politici. Dopo le elezioni del 2016 che hanno dato al Paese un Parlamento bloccato, ha rifiutato le proposte di grande coalizione della sinistra, sapendo che il prezzo da pagare sarebbe stato il suo addio come premier. Ha lasciato dilaniare il partito socialista tra le fazioni anti e pro grande coalizione fino al punto di rottura. Cioè quando i socialisti hanno deciso di non ostacolare un governo di minoranza guidato proprio da Rajoy per evitare le terze elezioni di fila.

Da sconfitto delle elezioni (nelle ultime settimane della campagna elettorale aveva eroso il suo vantaggio nei sondaggi sul Psoe), a premier. Rajoy è un maestro della sopravvivenza politica. Così come è sopravvissuto al più grande scandalo dei partiti spagnoli. Nel 2013 El Mundo rivelò i documenti che incastravano Luis Bàrcenas tesoriere del Partito Popolare, reo di aver pagato mazzette a numerosi imprenditori e funzionari locali tramite un fondo illegale. chiamato "Caja B". Un sistema di tangenti conosciuto e avallato dai vertici del partito, secondo il tesoriere. Per questo Rajoy è stato chiamato dai giudici a testimoniare lo scorso luglio come segretario del partito (lo è dal 2004). Non era mai successo prima d'ora a un premier spagnolo in carica.

Rajoy non è indagato, ma la sua posizione ambigua è aggravata da una serie di messaggi di supporto mandati a Barcenas nei due mesi successivi allo scoppio della vicenda, tra cui: «Luis, nulla è facile, ma faremo quello che potremo. Forza». Rajoy si è difeso dicendo «come segretario mi occupo della politica, non della finanza» e ha negato la veridicità dei documenti forniti da Barcenas dove compare anche il suo nome tra i politici a conoscenza della "Cassa B", il nome del fondo illegale. Qualsiasi politico sarebbe stato travolto da questa vicenda, ma lui no.

Così come subirà pochi danni politici, almeno nel breve periodo, per la decisione di mandare la Guardia Civil a impedire con la violenza lo svolgimento del referendum per l'indipendenza della Catalogna. Forse il primo atto energico da premier di Rajoy, una mossa inusuale per l’uomo così pacato e schivo.

Secondo l’opinione pubblica italiana ed europea è stato un gesto impulsivo di un politico inadatto a gestire una crisi del genere. Mentre in Spagna è considerata una reazione normale e necessaria di un premier paziente che per troppo tempo ha lasciato gli indipendentisti catalani a “giocare” con il referendum. La maggioranza degli spagnoli, e gran parte dei catalani considera il voto illegale, portato avanti da dei governanti ambiziosi che farebbero di tutto pur di passare alla storia, anche presunti brogli (voti doppi, bambini al seggio, persone che hanno votato pur non essendo residenti in Catalogna) tutti da verificare.

Molti media italiani ed europei non capiscono che la scelta di Rajoy è coerente con il suo (non) personaggio. Prima da leader del Partito popolare e ancor di più come presidente del Governo, Rajoy ha sempre evitato saggiamente di costruirsi un’identità forte e divisiva proprio per essere visto come il garante dell’unità, e continuità, spagnola. In attesa di superare il prossimo ostacolo, come Mr. Magoo.

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