Altro giro, altra vergogna: siamo l’unico Paese al mondo in cui i laureati sono un problema

Orientamento inesistente, stipendi da fame, tasso di occupazione in calo persistente: ecco come l’Italia sta bruciando i migliori cervelli che ha a disposizione. Per pigrizia. E perché, evidentemente, del futuro non gliene frega nulla

TIZIANA FABI/AFP/Getty Images
4 Ottobre Ott 2017 2337 04 ottobre 2017 4 Ottobre 2017 - 23:37

Se il sapere è la chiave per entrare nel futuro, l’Italia rimane fuori. No, non stiamo esagerando. Perché se è vero che altrove - più o meno ovunque nel mondo, dalla Cina all’India, dagli Stati Uniti all’Africa - le nuove generazioni mordono il freno a colpi di master e Phd, facendo dello studio la loro arma di emancipazione e la loro scala per il successo, in Italia si è scelta la strada diametralmente opposta.

Riassunto delle puntate precedenti: già siamo penultimi in Europa per il numero di laureati e con un abbandono universitario monstre, che si aggira attorno al 38%. A questo, aggiungeteci pure che noi, dal basso della nostra crescita asfittica e della nostra disoccupazione da record, ci permettiamo pure di prendere a pesci in faccia i laureati. Lo spiega brutale il Rapporto Almalaurea 2017, presentato pochi giorni fa, che ha elaborato nella sua analisi le risposte di oltre 270mila laureati in 71 atenei italiani. Che raccoglie numeri che fanno rabbrividire. E dei quali, ancora peggio, in pochi sembrano averne compreso la gravità.

Primo: non garantiamo loro un posto di lavoro, anzi. E farebbe sorridere, se non ci fosse da piangere, che negli ultimi dieci anni il tasso di disoccupazione dei laureati sia addirittura aumentato di otto punti percentuali. Che dopo un anno, due laureati magistrali su dieci siano ancora senza lavoro. E che l’Italia sia l’unico Paese tra i grandi d’Europa ad aver visto decrescere, negli ultimi dieci anni, gli occupati in posti ad alta specializzazione. Due numeri: nel Regno Unito sono passati dal 28,1% al 36,1% sul totale. Da noi sono diminuiti dal 18,8% al 18%.

Secondo: li paghiamo un tozzo di pane. Anzi, mezzo. A un anno dalla laurea la retribuzione di un laureato magistrale che è riuscito a trovare lavoro è pari a 1153 euro, 143 euro in meno rispetto a quanto avrebbe preso nel 2007. Ancora: fatta 100 la retribuzione di un diplomato, quella di un laureato italiano è pari a 142, quella di un laureato tedesco (in proporzione a un diplomato tedesco) è pari a 158.

Farebbe sorridere, se non ci fosse da piangere, che negli ultimi dieci anni il tasso di disoccupazione dei laureati sia addirittura aumentato di otto punti percentuali. Che dopo un anno, due laureati magistrali su dieci siano ancora senza lavoro. E che l’Italia sia l’unico Paese tra i grandi d’Europa ad aver visto decrescere, negli ultimi dieci anni, gli occupati in posti ad alta specializzazione

Che si fa, quindi? Una modesta proposta potrebbe arrivare, ancora, dai dati Almalaurea. Che racconta pure di una mandria di diciottenni che sceglie l’università al buio e che si ritrova nella maggioranza dei casi - il 52% lo scorso anno - a frequentare proprio i corsi di laurea che garantiscono meno possibilità di occupazione, più precisamente quelli che afferiscono all’ambito sociale e umanistico. Sembra un problema da poco, ma l’ex rettore dell’Università di Bologna Ivano Dionigi, che di Almalaurea è presidente, ha detto che «l’orientamento è il problema dell’Italia».

Sembra un problema da poco, ma è sintomatico dei guai dell’Italia: per pigrizia, conservatorismo, o per motivi che nulla hanno a che vedere con la trasmissione del sapere, sprechiamo un sacco di tempo e un sacco di soldi per condannare i ragazzi alla disoccupazione o a lavori sottopagati. Semplicemente, perché non abbiamo tempo e voglia per comprendere insieme a loro cosa sono bravi a fare e cosa convenga a loro fare. O peggio ancora perché non ce ne frega nulla. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un futuro da bandanti e camerieri, se ci va bene. Ma con la laurea in lettere.

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