Dopo 25 anni i socialisti chiedono la verità su Mani Pulite

Un quarto di secolo dopo Tangentopoli i parlamentari di Nencini chiedono una commissione di inchiesta sugli effetti politici di Mani Pulite. «Di Pietro ammette di aver fondato il suo consenso sulla paura delle manette». L’ex pm replica «Rifarei tutto, l’autocritica riguarda la mia attività politica»

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4 Ottobre Ott 2017 0730 04 ottobre 2017 4 Ottobre 2017 - 07:30

«Adesso vogliamo la verità». Venticinque anni dopo Tangentopoli, i socialisti italiani chiedono di fare luce sulla vicenda che ha cambiato per sempre il volto del nostro Paese. Una proposta di legge, depositata alla Camera e al Senato, propone di istituire una commissione di inchiesta per accendere i riflettori sugli effetti di “Mani Pulite”. Nessun processo alla storia, ci mancherebbe. Del resto dopo un quarto di secolo sarebbe impossibile intervenire. «Ma dopo tutti questi anni, c’è la giusta distanza storica per ricercare la verità» racconta il viceministro delle Infrastrutture Riccardo Nencini, segretario del partito, durante una conferenza stampa a Montecitorio. Su una cosa vuole essere chiaro: «Questa commissione di inchiesta non deve riguardare vicende legate a questo o quel partito». Nulla di personale, insomma. Nessuno vuole mettere in dubbio le verità scoperte nell’ambito di quelle inchieste, assicurano i proponenti. Men che meno si vogliono negare le responsabilità penali emerse in quegli anni.

«Non è una commissione politica e non deve indagare genericamente su Tangentopoli». Il campo di intervento è molto più ristretto. Ed è strettamente connesso alle dichiarazioni rilasciate poche settimane fa da Antonio Di Pietro, già leader dell’Italia dei valori, ma soprattutto uno dei magistrati più in vista di quella stagione. I primi giorni di settembre, intervenuto su alcuni organi di stampa, l’ex leader politico si è lasciato andare a un’accorata riflessione sul suo passato. «Ho costruito la mia politica sulla paura delle manette - le sue parole - sul concetto che erano tutti criminali». Nessun ripensamento su Tangentopoli, ma una personale autocritica. «Ho fatto l’inchiesta Mani Pulite con cui si è distrutto tutto ciò che era la cosiddetta Prima Repubblica: il male, che era la corruzione e ce n’era tanta, ma anche le idee».

«Adesso vogliamo la verità». Venticinque anni dopo Tangentopoli, i socialisti italiani chiedono di fare luce sulla vicenda che ha cambiato per sempre il volto del nostro Paese. Una proposta di legge, depositata alla Camera e al Senato, propone di istituire una commissione di inchiesta sugli effetti politici di Mani Pulite

Adesso i socialisti tuonano. «Consenso e manette sono un connubio proprio di uno Stato inquisitorio, non di uno Stato diritto» spiega Nencini. «La giustizia non può preoccuparsi del consenso e non può esercitarsi attraverso la paura delle manette». Da qui la necessità, spiegano, di una commissione di inchiesta. Per far luce non tanto su una pagina ormai archiviata nei libri di storia, ma su un aspetto particolare. «Vogliamo scoprire cosa c’è dietro quelle dichiarazioni - insiste il segretario socialista - Vogliamo sapere se i metodi generalmente utilizzati sono stati quelli ricordati da Di Pietro e se i diritti della difesa sono stati garantiti oppure lesi». E così si arriva al tema dell’inchiesta. La commissione, spiegano gli eredi di Craxi, dovrà occuparsi degli effetti diretti e indiretti di Mani Pulite sulle elezioni del 1994 e sul sistema politico italiano degli anni successivi. «Il riferimento alla paura quale elemento caratterizzante di quella stagione politica e giudiziaria non può passare inosservato» si legge nella relazione che accompagna il disegno di legge. «Al contrario necessita di essere approfondito per capire in che misura i risultati elettorali in quegli anni ne sono stati influenzati». È una questione tutt'altro che secondaria, anche a distanza di anni. «Ciò che l’ex magistrato lascia intendere - si legge ancora - è che quello della “paura delle manette” fosse diventato un sistema ad uso e consumo della magistratura, un strumento di “politica giudiziaria”».

Il segretario socialista Riccardo Nencini cita le ultime dichiarazioni dell’ex pm Antonio Di Pietro e attacca: «La giustizia non può esercitarsi attraverso la paura delle manette»

Botta e risposta. A distanza di anni si riapre la polemica. In serata Di Pietro viene intercettato a Montecitorio dall’agenzia Dire. L'ex magistrato replica ai socialisti, invitando a non strumentalizzare l’autocritica «che è sulla mia attività politica, non su quella di magistrato». Poi precisa le dichiarazioni delle ultime settimane.«Non ho mai detto che l’inchiesta si è svolta in un clima di paura. Rifarei mille volte Mani Pulite nel modo in cui l'ho fatta. Ho detto, e ribadisco, che mi sono messo a fare politica criminalizzando quelli che non la pensavano come me a prescindere». Il dubbio viene. Non è che il partito socialista - probabilmente il più colpito dalle vicende di Tangentopoli - oggi è in cerca di rivalsa? I socialisti negano con forza e rivendicano le storiche battaglie politiche sulla giustizia. Da anni, ricordano, i parlamentari continuano a riproporre provvedimenti sulla responsabilità civile dei magistrati e la separazione delle carriere. «Personalmente - racconta Nencini - sono entrato nel partito ai tempi del rapimento Moro. Ho seguito da vicino il caso Tortora e tutti i grandi processi più discussi, fino al caso Cucchi». L’iniziativa sugli effetti di Mani Pulite, insomma, va letta in questo contesto.

L’obiettivo resta ambizioso e di difficile risultato. La fine della legislatura si avvicina, il tempo a disposizione del Parlamento è sempre meno. Gli otto articoli del disegno di legge ipotizzano l’istituzione urgente di una commissione bicamerale, formata da 20 deputati e 20 senatori, in grado di chiudere i lavori nel giro di pochi mesi. Un provvedimento senza oneri aggiuntivi per il bilancio dello Stato, si affrettano a chiarire i proponenti. E come tutte le commissioni parlamentari di inchiesta, con gli stessi poteri dell’autorità giudiziaria. «Insomma - racconta il senatore socialista Enrico Buemi, primo firmatario - nessuno potrà rifiutarsi, se sarà chiamato a raccontare le cose di cui è a conoscenza». Data la delicatezza dell’argomento, è lecito immaginare che difficilmente il progetto andrà in porto. Ma questo non toglie nulla al significato politico dell’iniziativa.

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