Berlusconi, Salvini, Meloni: una poltrona per tre (o per nessuno)

Numeri, programmi e convenienze spingono a un accordo fra i tre partiti in vista delle Politiche. Succederà. Ma nel frattempo i tre leader restano divisi dalle reciproche diffidenze: vogliono vincere ma anche comandare. Con il rischio di non riuscire a governare

Berlusconi Salvini Linkiesta
5 Ottobre Ott 2017 0745 05 ottobre 2017 5 Ottobre 2017 - 07:45

Ci sono tre galli nel pollaio del centrodestra: Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Ma questa non è una notizia. La novità è che, nonostante in questi mesi i risultati arridano a una coalizione unita, tutt'e tre stanno trovando il modo per ritardare l'accordo. A parole, lo vogliono. I pontieri continuano certamente a lavorarci. Ma nei fatti sia Berlusconi sia Salvini sia la Meloni progettano di stringersi la mano solo quando sarà strettamente necessario.

Le cronache offrono incalcolabili occasioni di dissidio. Berlusconi ha annunciato nel giorno del suo compleanno, al paziente cronista che lo aspettava in mezzo ai fans davanti alla villa di Arcore, che la riunione sul programma del centrodestra per le prossime elezioni Politiche era solo questione di giorni. Del resto, ogni volta che parla in pubblico il leader di Forza Italia non ha difficoltà a ripetere che l'accordo è pronto al 99%. Ma da quel 29 settembre le agende (per usare l'immagine evocata da Salvini) un accordo non lo hanno trovato.

Il Cav ha ragione su un punto: non è più il programma a dividere il suo partito dalla Lega e da Fratelli d'Italia. Perché sull'immigrazione da contenere c'è di fatto una visione comune, i sovranisti hanno avuto gioco facile a imporla. Persino sull'Europa le agende in questo caso hanno trovato un punto di incontro: basta parlare di uscita dall'euro, il centrodestra dice di voler riscrivere tutti i trattati che vincolano l'Italia alle scelte dell'Unione Europea, a partire dal fiscal compact. Ma allora che cosa non funziona?

Il centrodestra non è come il centrosinistra che litiga in pubblico: quando viene il momento, ha sempre nascosto tutto sotto il tappeto. L'importante è che si tratti di un buon affare. Ma forse sta proprio qui il dubbio: la prossima legislatura sarà davvero un buon affare per il centrodestra?

Il problema è che Berlusconi ha garantito di non sentirsi più il padre padrone del centrodestra, ma vuole comunque esprimere lui il candidato premier. Un europeista alla Antonio Tajani o un 'uomo del fare' che starebbe decidendo di scendere in campo come lui nel 1994. Certo non Salvini. Il quale però, a sua volta, si è autocandidato premier, confidando anche sulla parabola discendente dell'uomo di Arcore: il patto è che chi prende un voto in più, fra Lega e Forza Italia, poi comanda. Ma come andrà a finire se davanti ci dovesse essere ancora Berlusconi? In questo scenario, la Meloni non ha voluto essere da meno: visto che il centrodestra è bloccato da questo dualismo, anche lei si è detta in corsa per la leadership, malgrado percentualmente assai minoritaria.

Pare proprio che a livello personale i tre galli nel pollaio del centrodestra facciano ormai fatica a fidarsi l'uno dell'altro. Non è più solo la diffidenza generazionale fra Berlusconi e Salvini, che un buon accordo può sempre superare: la Meloni ha capito che Salvini giocherà comunque una sua partita personale - così almeno viene letto l'asse fra Forza Italia e Lega per la nuova legge elettorale -, quindi tanto vale fare altrettanto. Anche sotto questa luce va letto lo scontro fra la leader di Fratelli d'Italia e i leghisti sull'utilità dei referendum per l'autonomia della Lombardia e del Veneto: la Meloni dice che non servono e, smentendo anche i suoi dirigenti locali, ha deciso di marcare un suo territorio di destra da sottrarre a quel Salvini che, sì, fa il sovranista ma poi deve pagare pegno alla sua storia. Al nordismo.

Tutta una serie di circostanze, dunque, ha ritardo fino ad ora la firma di un patto del centrodestra. Che arriverà, perché è nelle cose. Non appena ci sarà la legge elettorale e si avrà la certezza sulla data del voto. Bisogna tenere presente che il centrodestra non è come il centrosinistra che litiga in pubblico: quando viene il momento, ha sempre nascosto tutto sotto il tappeto. L'importante è che si tratti di un buon affare. Ma forse, in fondo in fondo alla questione, sta proprio qui il dubbio: la prossima legislatura sarà davvero un buon affare per il centrodestra? Quel 35% di cui lo accreditano i sondaggi (Berlusconi più Salvini più Meloni, resto del pollaio compreso) è un ottimo risultato in un sistema tripolare. Può far vincere. Ma non basterà per governare, nemmeno al Pd o ai 5 Stelle. A quel punto tutti potrebbero avere le mani libere. Berlusconi, che cerca un riscatto politico più che un trionfo elettorale, in Parlamento potrà allearsi con Salvini, ma anche con Renzi. Salvini non con Renzi, ma magari con i 5 Stelle sì. Troppo presto, dunque, per disegnare scenari di lungo periodo.

@ilbrontolo

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