Facce da Pir: ecco chi c’è nei piani individuali di risparmio che puntano sul made in Italy

Da Brunello Cucinelli a Technogym sino a Geox: ecco chi si finanzia se si accede a un Pir. Dietro le quinte dello strumento finanziario che tutti vogliono ci le storie più vincenti del made in Italy

Brunello Cucinelli

Brunello Cucinelli

TIZIANA FABI/AFP/Getty Images

5 Ottobre Ott 2017 1530 05 ottobre 2017 5 Ottobre 2017 - 15:30
WebSim News

Dal 2017 c’è una forma d'investimento che strizza l’occhio ai piccoli risparmiatori, alle famiglie e alle piccole imprese italiane. Il Pir - acronimo di piano individuali di risparmio - è infatti una novità introdotta dall’ultima legge di bilancio per favorire gli investimenti nell’economia reale. Novità, si fa per dire, visto che strumenti di questo tipo sono realtà già da tempo in Paesi come Francia e Regno Unito, dove da anni esistono strumenti come i Plan d’Epargne en Actions (Pea) e gli Individual Savings Accounts (Isas).

Anche le regole del gioco sono più o meno le medesime, peraltro: non si possono superare i 30 mila euro di investimento all’anno e i 150mila euro in totale. Tra gli incentivi c'è soprattutto l'esenzione dalla tassazione dei redditi derivanti dall’investimento effettuato, nonché dalle imposte di successione. Unico vincolo: se vuole usufruire dell'agevolazione fiscale, l'investitore deve detenere il Pir per almeno cinque anni.

Il motivo è presto detto: i Pir non sono solo semplici strumenti finanziari per i piccoli e grandi risparmiatori, ma sono un vero e proprio ponte tra i mercati finanziari e l'economia reale, da Piazza Affari a quella piccola e media impresa che costituisce l'architrave del nostro sistema economico e che è storicamente avversa alla Borsa e a capitali che non siano quelli dell'autofinanziamento o del multiaffidamento bancario. Il vincolo dei cinque anni, di fatto, aiuta il risparmiatore-investitore a ragionare da azionista, anziché da speculatore. Un'azionista che, tuttavia, può permettersi di diversificare il portafoglio su più imprese. E che, soprattutto, ha qualcuno che le sceglie per lui e ne monitora l'andamento.

Il tentativo, almeno in questi primi mesi, sembra funzionare: sono già 30 le società di gestione di risparmio che hanno attivato fondi comuni destinati ai Pir, cui si sono aggiunte gestioni patrimoniali, polizze vita. Uno dei Pir più redditizi finora è “AcomeA Italia”, gestito da AcomeA Sgr, la prima società di gestione del risparmio italiana ad aver offerto i propri fondi comuni ai risparmiatori tramite Borsa Italiana: da aprile del 2017 ha offerto a chi ha sottoscritto il suo Pir un rendimento del 25,06%. e il suo portafoglio è caratterizzato da molte small and mid-cap italiane.

I Pir non sono solo semplici strumenti finanziari per i piccoli e grandi risparmiatori, ma sono un vero e proprio ponte tra i mercati finanziari e l'economia reale, da Piazza Affari a quella piccola e media impresa che costituisce l'architrave del nostro sistema economico e che è storicamente avversa alla Borsa

Ed è proprio in questo particolare segmento che si trovano alcuni casi idealtipici di imprese che chi investe nei Pir finisce per finanziare. Imprese che come tutte le realtà del Made in Italy, o quasi, hanno mosso i primi passi in un garage o in uno scantinato, figlie dell'intuizione un po' pazza del titolare o dalla richiesta bizzarra di un cliente. E che sono riuscite ad arrivare alla quotazione in Borsa, nell’indice “FTSE Italia Mid Cap”, composto dalle prime 60 società per capitalizzazione che non appartengono all'indice FTSE MIB.

Imprese come quella che prende il nome da Brunello Cucinelli. Che, partito da Solomeo, un piccolo borgo quasi disabitato dell'Umbria è diventato il leader nella produzione del cashmere. Nel 1978, Cucinelli ha fatto il percorso che tutti gli editorialisti sconsiglierebbero: ha lasciato la Facoltà di ingegneria e ha aperto la sua impresa. In quegli anni, nessun produttore di cashmere si sarebbe mai sognato di colorare le lane che filava. Cucinelli rompe questo e ben altri dogmi. Ad esempio, mentre buona parte del fashion italiano segue la strada della delocalizzazione e del lavoro a basso costo, lui riporta in auge gli ideali e le pratiche di Adriano Olivetti e della sua utopia di fabbrica-comunità: i suoi dipendenti lavorano all'interno dello splendido borgo di Solomeo, che diventa una fabbrica a forma di borgo, fanno lunghe pause, non lavorano mai oltre le cinque e mezza e ricevono numerosi regali e premi aziendali. L'azienda cresce, diversifica le sue produzioni dai calzini alle sciarpe e il 27 aprile del 2012 è una realtà del total look da uomo e da donna, con una proiezione globale e negozi aperti in tutto il mondo, da Parigi a New York. Quel giorno, Cucinelli si quota in Borsa e la domanda supera di diciotto volte l'offerta facendo salire il prezzo del titolo del 49,7% in sole 24 ore. Nell'ultimo anno e mezzo, è andata ancora meglio, se possibile, con un valore azionario che tra febbraio 2016 e ottobre 2017 è cresciuto da 13 a 27 euro. Il doppio, e un po'.

Altra provincia, altra storia, stesso Pir: parliamo di Tecnogym. Da un garage di Cesena a 65mila centri benessere e oltre 100mila case in tutto il mondo: sono più di 35 milioni le persone che usano le attrezzature Fitness e Welness in oltre cento Paesi. Tutto è iniziato dall’idea di Nerio Alessandri che a 22 anni, nel 1983, ha fondato l’azienda con il fratello Pierluigi. Nerio voleva diventare un fashion designer e l’anno prima aveva inviato una lettera di autocandidatura a Giorgio Armani. Non avendo ricevuto risposta ha deciso di progettare e realizzare le prime attrezzature per la palestra nel garage di casa. Dalle olimpiadi del 2000, Technogym è diventata fornitrice ufficiale dei Giochi Olimpici. La quotazione in Piazza Affari è arrivata solo nel 2016, ma è partita subito alla grande: +11,4% nel primo giorno di quotazione in Borsa, con il valore per ogni singola azione fissato a 3,62 euro. Oggi, un anno e mezzo dopo, valgono 7,34 euro.

A volte le migliori idee vengono nel momento del bisogno. Nel 1992 Mario Moretti Polegato, amante del trekking, stava facendo un’escursione a Reno, in Nevada. Soffrendo il gran caldo, forò la suola di gomma per far “respirare il piede”. Un’intuizione d’oro che ha fatto diventare Polegato il diciassettesimo uomo più ricco d’Italia. All’inizio non è stato facile: ignorato dalle più importanti aziende del settore dove aveva presentato il suo progetto di scarpa con membrana microporosa utilizzata dalla Nasa, Polegato decise di mettersi in proprio. Da una piccola azienda di 5 dipendenti Geox è diventata leader mondiale del settore: con più di 11mila punti vendita in 110 Paesi e un fatturato di 900 milioni di euro. Nel 2004 è arrivata la quotazione in Piazza Affari, e a un anno dall’Ipo il titolo aveva già guadagnato il 60%. Nell'ultimo anno le azioni hanno raddoppiato il loro valore, da 1,81 euro a 3,6.

Tre storie che camminano sul filo sottile che separa l'eccellenza dall'eccezione, certo. Ma che raccontano bene cosa succede a un’impresa italiana che cresce, quanto possa essere utile quotarsi in Borsa per accedere a un livello superiore di redditività, innovazione e reputazione. E che dimostrano - e non è mai abbastanza -che investire nelle imprese italiane è tutto fuorché un salto nel buio. Basta avere un po' di fiuto. O farselo prestare da chi è del mestiere.

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