Non leggete Aldo Cazzullo, populista dei perbenismi, preferite i ritratti ”cattivi” di Monelli

Con "Metti via quel cellulare" Cazzullo arriva per ultimo, fuori tempo massimo e ricicla le solite ovvietà da ippopotamo digitale sull’infernale era di Internet. In"Ombre cinesi", Paolo Monelli fa la caricatura ironica dei grandi scrittori della sua epoca: da Pasolini a Moravia

Libri Internet
6 Ottobre Ott 2017 0740 06 ottobre 2017 6 Ottobre 2017 - 07:40

Il bastone. Fossi il direttore di un giornale, mi toccherebbe licenziare Aldo Cazzullo. C’è voluto l’iPhone 8 per far scoprire all’onnipotente editorialista del Corriere della Sera che esistono i cellulari e che “la rivoluzione digitale è il più grande rincoglionimento di massa nella storia dell’umanità”. Rincoglionito, un poco, lo è pure lui: i giornalisti non dovrebbero stare sulla ‘notizia’ e azzannarla prima degli altri? Cazzullo arriva per ultimo, fuori tempo massimo, con un libro che ricicla le solite, ricalcate ovvietà da ippopotamo digitale sull’infernale era di Internet (alcuni esempi: “La mail sostituisce la lettera, anche se ovviamente non è la stessa cosa: la lettera richiedeva più tempo ma anche più riflessione”; “I giornali, che avevano retto bene alla tv e ai tg, stanno vivendo una crisi terribile a causa della rete”; “La rete è per natura populista, nel senso peggiore del termine”). La novità, semmai, è che il libro Cazzullo l’ha scritto con i figli, Francesco e Rossana, a cui dedica la patetica sviolinata finale (“aver fatto il padre, ed essere vostro padre, è stata e sarà la cosa più importante della vita”), secondo la più spavalda consuetudine del mondo della Rete: il personaggio ‘vip’, cioè ‘pop’, malgrado lui, deve spiattellare i fatti suoi, quadretto familiare compreso, si fotta il buon senso del pudore. Fare i figli di Cazzullo, va detto, è un mestiere faticoso. I Cazzullo Sons sono figli coi controcazzi, degni eredi di cotanto babbo: sfogliando il libro scopriamo che una (Rossana) suona Chopin, che a entrambi “è piaciuta molto Eugénie Grandet di Balzac, oltretutto scaricata su i-Books, un’applicazione del cellulare”, e che insieme hanno obbligato i genitori a portarli “al teatro India a Roma, alla rappresentazione dell’Aminta di Tasso”. Che i sons siano intelligenti è dimostrato da un fatto almeno: Rossana piazza la morale – scontata – del libro a pagina 18 (“Ormai il cambiamento è avvenuto e non si può tornare indietro, bisogna trovare il modo di adattarsi a questa rivoluzione, traendone il meglio senza lasciarsi sopraffare”), tramutando il resto del tomo in un morboso martirio di frasi fatte; a Cazzullo Senior ci vogliono altre 170 pagine per arrivare alla stessa – tautologica – conclusione (“La sfida è trovare un equilibrio. Ridurre il telefonino al nostro servizio, anziché ridurre noi stessi al servizio del telefonino”). Ovviamente antitrumpista (“Senza la rete non esisterebbe Trump; o comunque non sarebbe mai diventato presidente degli Stati Uniti. Sarebbe rimasto un palazzinaro fallito più volte, o un personaggio tv con i capelli dal colore introvabile in natura”), naturalmente antigrillino (“i Cinque Stelle sono un pericolo grave per un Paese come l’Italia”), Cazzullo è il populista dei perbenismi, il megafono delle banalità. “In rete tutti chiacchierano, molti gridano, qualcuno insulta, minaccia, calunnia; e nessuno ascolta”, dice il papi: ma siamo sicuri che era il migliore dei mondi quello senza rete né cellulare, quello di Drive In e Colpo grosso, delle Brigate Rosse e dei paninari, di Cioè, delle stragi a go-go, della P2, di Edwige Fenech che faceva Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda e delle gite nei Gulag con Wagner in sottofondo? Non è forse vero che l’uomo è brutto&bastardo da quando è al mondo?, e comunque, meglio Zuckerberg di Attila, meglio Bill Gates di Stalin: per sconfiggerli basta spegnere il piccì e fare altro. Forse Cazzullo, ingrigendo, ha paura del baubau dell’avvenire. Macché, col cazzo. Cazzullo fa quello che fanno tanti suoi aureolati colleghi: mette i paraocchi per convenienza, fa il qualunquista della porta accanto per vendere una copia in più. Non si sono mai visti così tanti giornalisti scrivere libri come ora, nell’era in cui nessuno legge più i giornali, probabilmente non c’è più una notizia degna di essere scritta come si deve. Così, i giornalisti che soffrono di claustrofobia in redazione si danno al divismo, fanno spettacoli a teatro (chessò, Andrea Scanzi e Marco Travaglio, per dire), scrivono libri fatti per essere buttati nel cesso, durano meno di un articolo, ma consentono una nutrita serie di comparsate in tivù (volete la lista? In attesa dell’ultimo libro di Ezio Mauro, stampa Feltrinelli, ci sono quelli di Mario Giordano, di Feruccio De Bortoli, di Eugenio Scalfari, che fanno genere a sé, di Massimo Gramellini, di Maurizio Molinari, di Beppe Severgnini, di Sergio Zavoli…) e di recensioni ‘di scambio’ che fanno felici tutti, il recensore leccaculo, il recensito dal culo laccato di platino e l’editore, che risparmia sull’ufficio stampa. D’altronde, lo dice Cazzullo, soffriamo di “narcisismo di massa”. Lui più di altri, a dirla tutta: “Parliamone. Discutiamo di tutto, tra padre e figli”, scrive, a pagina 11. Ecco, c’era proprio bisogno di scrivere un libro, biodegradabile come uno sbadiglio? Non bastava discuterne a cena, fra di voi, brother&sons, fatti vostri? Quanto al resto, cioè al dominio della tecnica sull’uomo, le cose sono due. O leggete Platone, Martin Heidegger ed Emanuele Severino. O ri-guardate fino a diventare ciechi la scena capitale di Blade Runner, il primo, quello vero, con Rutger Hauer argentato di pioggia che attacca “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi…”. Il resto sono solo le ‘cazzulleidi’ dell’arcigiornalista che si è accorto solo ora che esistono i cellulari, che fiuto, che bravo.

Aldo Cazzullo, con Rossana e Francesco Cazzullo Maletto, Metti via quel cellulare, Mondadori, 2017, pp. 196, euro 17,00

La carota. L’unico giornalista ‘di razza’ degno di romanzo è Dino Buzzati; segue, a breve distanza, Giovanni Arpino. Tutti gli altri – quasi tutti – sono scrittori prestati, per fame, al giornalismo. Ora: oggi come allora i giornalisti – se sufficientemente titolati – scrivevano libri. Oggi come allora, i libri scritti dai giornalisti – spesso un centone di ‘pezzi’ o una articolessa ingrassata fino a diventare un saggio più o meno muscolare – valgono il tempo di uno scoop: oggi se ne parla, domani se ne discute, dopo domani si parla d’altro. Insomma, cominciare a raccogliere i propri quattro stracci giornalistici è il sintomo che si è, giornalisticamente, sul viale del tramonto. Dal viale del tramonto, ogni tanto, va detto, giungono lingotti d’oro. Paolo Monelli, “per mezzo secolo uno dei più arguti giornalisti e dei più celebrati scrittori d’Italia” (così il lapidario ‘coccodrillo’ del New York Times, era il 1984), dopo aver praticato al Resto del Carlino, a La Stampa, al Corriere della Sera, si diede alla cattiveria bibliografica. Nel 1965, per Mondadori, ultrasettantenne, firma Ombre cinesi. Scrittori al girarrosto, una serie di ritratti che scartavetrano il marmo dai grandi artisti di allora – e di oggi. Esempi. Alberto Moravia “si atteggia volentieri a uomo triste, scettico, stanco della vita (ma per viaggiare, all’aereo preferisce il piroscafo, che gli pare assai più sicuro)”, ma ha quel “fascino diabolico con il quale ha sempre imberlicuccato la gente e imberlicuccò editori e critici”; Giuseppe Ungaretti “non ha fatto nulla di meglio delle sue prime cose, le brevissime per lo più”; Pier Paolo Pasolini è “universale e provinciale, scontento di sé e d’altro canto compiaciuto del suo successo, che tutti parlino di lui”, eppure “greve nell’insieme e monotona è la prosa dei suoi romanzi… e monotoni i suoi personaggi”; quanto a Italo Calvino, “è davvero misterioso, evasivo, distaccato, o ci fa?”; a proposito dell’Eros e Priapo di Carlo Emilio Gadda, “non è stato condotto a termine e pare, tiriamo il fiato, che lo scrittore non pensi più a tornarci sopra”; Eugenio Montale “cammina strisciando i piedi come andasse sugli sci, quasi temesse di perder contatto con la terra” (e il dio dei critici sa quanto sia calzante questa nota per capire la sua lirica); Dino Buzzati “purtroppo, ha scritto poi il romanzo erotico che ci aveva minacciato, Un amore… dallo stile spesso affannoso e torbido”. Stile tagliente, battuta sagace, sketch riusciti e una spruzzata di sano cinismo. Tipica monelleria giornalistica, ora fuori moda. Le acidità di un tempo sono diventate sordidi inviti a cena, la ‘stroncatura’ – genere aureo e austero – è sostituita dalla recensione-presa-per-il-culo, e le ‘terze pagine’ dei giornali, a ragione, chi le legge più? Per diventare monellacci del giornalismo bisogna imparare da Monelli.

Paolo Monelli, Ombre cinesi. Scrittori al girarrosto, Mondadori, 1965

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