In difesa di D’Alema, il parafulmine di una sinistra di falliti

Il leader di Mdp è stato incolpato di tutto: dalla caduta del governo Prodi nel '96 al fallimento dell'Unione fino alla scissione del Pd. Ma non è mai stata colpa sua. Piuttosto prendetevela col Leader Maximo per il suo cinismo e i governi inferiori alle aspettative

D'Alema_Linkiesta

DANIEL MIHAILESCU / AFP

DANIEL MIHAILESCU / AFP

6 Ottobre Ott 2017 1010 06 ottobre 2017 6 Ottobre 2017 - 10:10

È stato D’Alema!». Che dite, non è bellissimo trovare qualcuno di abbastanza antipatico e impopolare a cui dare le colpe dei proprie insuccessi? Ti è caduto il Governo? È stato D’Alema! Ti hanno mandato a casa dopo una rovinosa sconfitta elettorale? È stato D’Alema. Hai perso un referendum che era impossibile perdere? È stato D’Alema. Hai spaccato in due un partito prima delle elezioni e ora non sai come venirne fuori? È stato D’Alema.

Funziona alla grande, davvero. E però sarà pure un tipo arrogante, cinico e scostante, Baffino nostro, è pure vero. E che anche come politico sia stato un po’ sopravvalutato, pure. Ma tra noi e noi dobbiamo dircelo che stiamo costruendo un gigantesco parafulmine a misura di fallimenti. Che hanno numerosi coimputati, diciamo.

Ad esempio, levatevi dalla testa che fu l’ambizione sfrenata di D’Alema a far cadere il governo Prodi del 1996. Perlomeno, in mezzo metteteci pure Franco Marini che voleva andare al Quirinale, Veltroni che si è preso la segreteria dei Ds, Bertinotti che non vedeva l’ora di tornare all’opposizione e che non avrebbe mai avallato l’intervento in Kosovo, Cossiga e Mastella che dovevano entrare al suo posto in maggioranza e che il Professore proprio non lo volevano. Se c’è un governo che D’Alema fece cadere in quella legislatura fu il suo, dopo le Regionali del 2000, perse rovinosamente. Peraltro, non si prese alcun paracadute, e nelle elezioni successive non fu ricandidato Premier e dovette sudarsi il posto il parlamento in un collegio uninominale non blindato.

Il Lider Maximo, da tempo ai margini del partito, è trattato al pari di un nonno bizzoso e inacidito che le ha sbagliate tutte, da gente che ne ha sbagliate quante e più di lui. E additato come responsabile di ogni complotto terracqueo

Non fu nemmeno lui a far cadere il governo dell’Unione, dieci anni dopo. Ci pensò una coalizione oltre i limiti dell’assurdo, che conteneva al suo interno Dini e Bertinotti, Di Pietro e Mastella, Bonino e Binetti, Padoa Schioppa e Scilipoti. E ancora, un governo in cui c’erano ministri che partecipavano al Family Day organizzato contro il governo che stava approvando una specie di unioni civili, i Dico. E ancora, l’ansia di legittimazione di un leader, Walter Veltroni, che divenuto leader del neonato Partito Democratico a vocazione maggioritaria - cui D’Alema era contrario - era ansioso di rottamare Prodi per misurarsi al voto contro Berlusconi.

Finì come finì. Con il più-grande-risultato-della-storia-di-un-partito-riformista (fino ad allora, perlomeno), ma anche con la più rovinosa delle sconfitte della sinistra contro un Berlusconi che sfiorò la maggioranza assoluta. E continuò con la devastante esperienza del governo ombra e con un calo di consensi verticale dei Dem che proseguì inarrestabile dopo il voto, fino a che Veltroni, dopo che il governatore uscente della Sardegna Renato Soru perse contro il commercialista di Berlusconi, tale Cappellacci, non fu costretto alle dimissioni. Colpa di D’Alema? Fate voi.

La storia prosegue, peraltro, nonostante il (fu) Lider Maximo sia da tempo ai margini del partito, trattato al pari di un nonno bizzoso e inacidito che le ha sbagliate tutte, da gente che ne ha sbagliate quante e più di lui. E additato come responsabile di ogni complotto terracqueo, tipo quello dei 101 franchi tiratori democratici che impallinarono Romano Prodi - sempre lui - alle elezioni a presidente della Repubblica. Chi è stato? Nessuno lo sa, quindi è stato D’Alema. Ma se proprio dobbiamo guardare a chi è giovata quella manovra qualche dubbio viene. Chi è diventato segretario Pd dopo le inevitabili dimissioni di Bersani? A voi la risposta, anche a questo giro.

Se proprio dovete prendervela con D’Alema, prendetevela col suo cinismo, con la sua arroganza, con la sua azione di governo nettamente inferiore alle aspettative, coi suoi patti con Berlusconi che gli si sono ritorti contro, contro lo spreco di un colossale capitale politico

Ancor più comico, consentitecelo, è leggere che D’Alema sia responsabile della sconfitta al referendum del 4 dicembre e della successiva scissione del Partito Democratico. Come se sei milioni di voti e diciannove punti percentuali di scarto possano essere interamente attribuibili a uno che - senza offesa, Max - non vincerebbe nemmeno le elezioni del suo pianerottolo, ora come ora. Come se il buon Renzi non avesse rovinato tutto di suo con il tradimento del patto con Berlusconi, o con il suo tafazziano «se perdo mi dimetto da tutto».

Pure la scissione: davvero credete che uno che nemmeno è riuscito a tenersi Matteo Orfini, il suo pupillo, il dalemino, abbia tutto sto potere da Maestro Sith nel plagiare le coscienze di Bersani, di Prodi e di Letta? Gente che non lo sopporta, peraltro. E che dire di Pisapia, che da leader di una “cosa” che è tenuta assieme solo dall’odio per Renzi, ha il coraggio - contemporaneamente - di aprire a Renzi e di chiedere «un passo a lato» a D’Alema perché «è divisivo»?

Davvero, non scherziamo. Se proprio dovete prendervela con D’Alema, prendetevela col suo cinismo, con la sua arroganza, con la sua azione di governo nettamente inferiore alle aspettative, coi suoi patti con Berlusconi che gli si sono ritorti contro, contro lo spreco di un colossale capitale politico. Oh wait, dove abbiamo già sentito questa storia?

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