Festival della Fotografia Etica: potere (e responsabilità) dell’immagine nell’era dei selfie

Parla il creatore di uno dei più importanti eventi di fotografia in Italia, che si terrà a Lodi dal 7 al 29 di ottobre: «Oggi siamo nell’era Gutenberg della fotografia. Ma quando tutto si smaterializza la gente ha bisogno di fare comunità»

© Oscar Castillo, Festival Fotografia Etica 2017
7 Ottobre Ott 2017 0830 07 ottobre 2017 7 Ottobre 2017 - 08:30

«Siamo nell’era Gutenberg della fotografia». Alberto Prima scandisce la frase picchiettando lo schermo del tablet che ha di fronte, come volesse imprimerla sullo schermo. Quarantanove anni, appassionato di filosofia, laureato in fisica e fotografo di professione da una ventina d’anni, Alberto è l’ideatore e l’organizzatore del Festival della Fotografia Etica di Lodi, uno degli appuntamenti più importanti d’Italia per gli amanti del genere. Sono le otto e mezza di mattina, mancano pochi giorni all’inaugurazione dell’ottava edizione, che si dipanerà su tre weekend consecutivi, dal 7 al 29 di ottobre, e Alberto ha «già supervisionato al montaggio di due o tre allestimenti». Tempo qualche ora e la città sarà invasa da un’orda di fotografi e amanti della fotografia: «11.268 visitatori, lo scorso anno - li conta a memoria Alberto -, ognuno dei quali ha pagato 12 euro per vedere fotografie che avrebbe tranquillamente potuto trovare su internet».

Altrove non sarebbe nemmeno materiale per un articolo, forse. In un Paese come l’Italia, dove i giovani rivendono 500 euro di mancia governativa pur di non spenderlo in prodotti culturali, lo è, eccome se lo è. Tanto più in una provincia come quella di Lodi, abbastanza lontana da Milano per non farsi contaminare dalla sua vivacità culturale, abbastanza vicina per farsi spogliare di ogni energia culturale. Eppure anche nella piccola provincia c’è un fotoclub amatoriale. E ci sono due giovani scissionisti, Alberto Prina e l’amico Aldo Mendichi, che si ribellano allo status quo. Progetto Immagine, si chiama il loro nuovo gruppo: vogliono andare oltre la fotografia, il segno della luce, per parlare di immagini, processate dalla mente. E vogliono inserirle in un contesto più ampio, farne un progetto, farle diventare un mezzo per qualcos’altro: una visione del mondo, una comunità.

L’idea del festival è già in nuce, ma ancora lontana. L’ispirazione è un processo tanto lento, quanto inesorabile: «Un giorno, mentre sto sfogliando un giornale, mi imbatto nel festival di fotografia di Arles, in Francia - ricorda Prina -. L’articolo spiega che questo festival è il riferimento mondiale dei festival di fotografia, con 300mila e più visitatori ogni anno. A me però interessa il contorno: Alres è piccola, con un centro storico chiuso al traffico, ricca di monumenti antichi. Sembra Lodi, penso». Qualche anno dopo, Alberto e Aldo vanno al festival di fotoreportage di Perpignan, al confine tra Francia e Spagna, «una cosa incredibile - racconta -. C’è una sera in cui 3-4000 migliori fotografi al mondo si ritrovano a ripercorrere l’ultimo anno in immagini. Mentre torniamo a casa ognuno di noi due pensa la stessa cosa: dobbiamo fare qualcosa del genere»

«Io non so nemmeno se le foto che esponiamo sono fatte con macchine analogiche, digitali o smartphone. Non conta il mezzo, ma il modo in cui lo distribuisco, la smaterializzazione dell’immagine, la sua capacità di essere diffusa con un tasto, con uno screenshot, con una condivisione. Quella foto, ogni foto, è fatta di luce e viaggia alla velocità della luce»

Alberto Prina, Festival Fotografia Etica

Il Festival della Fotografia Etica, di fatto, nasce come un remake in piccolo di Perpignan, con tre mostre che avevano per committente un’organizzazione non governativa come Medici senza frontiere o Greenpeace: «Lo spazio Ong è ancora il cuore del festival ed è gratis, sin dalla prima edizione - spiega Prina -. La testa invece è lo spazio tematico, quello in cui si elabora l’idea portante del festival. Come nel 2015, l’edizione più bella che mi ricordi, in cui abbiamo passato due anni a confrontarci con Expo per ragionare del cibo che uccide, per scovare o commissionare lavori la cui idea forte era la negazione stessa della funzione sociale ed etica del cibo: ciò che dovrebbe farci vivere, finisce per ammazzare le persone che lo producono».

Quest’anno il tema centrale è ancora il cibo, con le immagini di Pablo Ernesto Piovano con un libro sul glifosato e sulla sua diffusione nei campi argentini. O come Noor by noor, mostra che espone le opere dell’omonima grande agenzia di fotoreporter, mostra in cui ognuno dei fotografi dell’agenzia ha editato le immagini di un altro tra loro. E poi c’è corporate for festival, la novità dell’anno, uno spazio in cui l’azienda propone un progetto fotografico «e noi abbiamo potere di veto, se l’azienda o il progetto non ci piacciono». Un modo per finanziare il festival, certo, con le istituzioni locali che faticano a offrire un sostegno economico, nonostante la città ne benefici in termini di afflusso di persone e di notorietà. Ma un modo anche per ragionare, ancora di più, sul ruolo della fotografia, sulla sua dimensione valoriale.

Si ritorna a Gutenberg e alla sua rivoluzione: «Si inventa il carattere mobile e si diffonde la cultura della parola scritta - spiega Prina -, ma il giorno dopo gli amanuensi sono a casa. Oggi la fotografia è lì, all’inizio di un cambiamento simile». I selfie con lo smartphone, i filtri di instagram, gli screenshot, la gente che fotografa se stessa o quel che mangia? Sono l’acme della diffusione di massa della fotografia o la trasformazione nell’aberrazione di quest’arte? «Io non so nemmeno se le foto che esponiamo sono fatte con macchine analogiche, digitali o smartphone. - spiega Prina - Non conta il mezzo, ma il modo in cui lo distribuisco, la smaterializzazione dell’immagine, la sua capacità di essere diffusa con un tasto, con uno screenshot, con una condivisione. Quella foto, ogni foto, è fatta di luce e viaggia alla velocità della luce».

Il festival, semmai, è l’antidoto a questo processo, la sua alternativa: «È dove si torna a essere materia. E dove questa materia si fa comunità e si incontra», spiega Prina. E il miglior esempio, più dei visitatori, sono i volontari del festival, oltre cinquecento, provenienti da Lodi, da Milano, dal resto dell’Italia: «Sono persone che capiscono che sta succedendo qualcosa e vogliono esserne parte. Il volontariato culturale non viene mai abbastanza catturato, in tutta la sua forza. Ma ci tiene in piedi». E forse la dimensione veramente etica del festival e della fotografia in generale sta qua: nelle comunità che si creano attorno alla forza ipnotica dell’immagine. Nell’immenso potere derivante dall’istantaneità della sua fruizione. Nelle grandi responsabilità che ne da questo potere derivano. Anche ora, soprattutto ora.

Potrebbe interessarti anche