Molto istruite, poco utilizzate: l’Italia che disprezza le donne è un Paese che corre su una gamba sola

Sei laureati su dieci sono donne, ma i tassi d’occupazione sono molto più bassi di quelli degli uomini e gli stipendi pure: com’è possibile che un Paese che ha un bisogno disperato di crescere possa permettersi di sottoutilizzare metà del suo capitale umano?

Donne Linkiesta
7 Ottobre Ott 2017 0745 07 ottobre 2017 7 Ottobre 2017 - 07:45

Ci perdonerete se continuano a battere sul tasto dell’istruzione, ma abbiamo questa fissa che sia il vero tema cruciale per definire i futuri rapporti di forza nel mondo. E che il nostro Paese abbia in una scuola mal organizzata, mal gestita e mal finanziata uno dei suoi maggiori problemi di oggi e domani. L’annuale rapporto dell’Ocse, intitolato “Education at glance”, fornisce di anno in anno la stima della gravità del nostro problema. E ogni anno ci battiamo il petto, per venti minuti buoni, sullo scarso numero dei laureati, sul tasso di abbandono degli studi, sul livello di impreparazione dei nostri studenti e dei nostri insegnanti.

Tutto vero, sia chiaro. Solo, a sto giro, vorremmo puntare l’indice su una questione che l’Ocse, pazientemente, ci ricorda ogni anno. E che noi, ogni anno, ignoriamo con un’alzata di spalle, come se fosse un problema di poco conto. Parliamo della sottovalutazione e della sottoutilizzazione del capitale umano femminile. Un capitale che ha un livello di scolarità primaria e secondaria ottimo. Che accede alle università più dei maschi (55% a 45%). Che si laurea più dei maschi (59% a 41%) e più della media Ocse (57%). Ma che, regolarmente, si ritrova a essere utilizzata meno e peggio dei colleghi maschi.

Leretribuzioni delle laureate siano pari al 72% di quelle dei laureati. Che il ritorno finanziario complessivo, in termini di costi e benefici, per una donna che decide di laurearsi è pari al 65% della media Ocse e al 54% del ritorno finanziario complessivo di un maschio. In altre parole, per gli ometti l’incentivo a studiare è doppio rispetto a quello per le ragazz

Storia vecchia come il mondo? Vero, ma fa impressione vederla fotografata dai numeri impietosi dell’Ocse. Che dicono, testuali, che i tassi di occupazione sono più elevati nei settori in cui la maggior parte degli studenti è di sesso maschile. Che raccontano di come le retribuzioni delle laureate siano pari al 72% di quelle dei laureati. Che il ritorno finanziario complessivo, in termini di costi e benefici, per una donna che decide di laurearsi è pari al 65% della media Ocse e al 54% del ritorno finanziario complessivo di un maschio. In altre parole, per gli ometti l’incentivo a studiare è doppio rispetto a quello per le ragazze.

È il gatto che si morde la coda: se gli uomini continuano a fare i manager e le donne le maestrine - con tutto il rispetto per - sarà fisiologico che l’incentivo a studiare per maschi sarà sempre maggiore e che sempre più donne penseranno, giustamente, che fermarsi al liceo non sia così malaccio. E che i posti di responsabilità non sono per loro. Allo stesso tempo, se non si convincono le ragazze a scegliere facoltà ad alto valore economico - perché così poche donne laureate in economia? Perché così poche programmatrici informatiche? - sarà difficile offrire loro una strada verso iil futuro più remunerativa e di alta responsabilità. Un problema per le donne, un problema ancora maggiore per il Paese, che ha deciso scientemente che avere metà della sua popolazione - quella brava a scuola - in panchina sia il modo migliore perdere ogni partita. Semplicemente, in un mondo di cose che cambiano e di gente che impara non possiamo permettercelo.

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