Bentivogli: «Ilva? La politica non sa nulla d’industria, ormai le fabbriche sono solo un bacino elettorale»

Durissimo atto di accusa del segretario Fim - Cisl al ceto politico italiano, mentre esplode il caso Ilva: «La reazione di Calenda? Ha fatto bene. Ma è assurdo che oggi l’Italia sia costretta a importare acciaio mentre chiude le acciaierie»

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10 Ottobre Ott 2017 0735 10 ottobre 2017 10 Ottobre 2017 - 07:35
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Gli operai dell’Ilva incrociano le braccia contro la proposta di piano industriale di AM InvestCo, che prevede 4mila esuberi. E il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda annulla il tavolo tra le parti previsto al Mise, facendo sapere alla società di cui è capofila Arcelor Mittal che non è accettabile aprire il confronto senza garantire le condizioni salariali e contrattuali. «La trattativa si annuncia lunga e complicata», commenta Marco Bentivogli, segretario della Fim Cisl, che si sarebbe dovuto sedere al tavolo del Mise. «Ma tutto questo è frutto di anni di scelte sbagliate e superficiali. Il problema è che il nostro ceto politico è a-industriale, cioè privo di cultura industriale e lavoristica».

Bentivogli, cosa ne pensa della reazione di Calenda?
Nei giorni scorsi abbiamo chiesto un coinvolgimento pieno del governo. E apprezziamo la reazione dura di Calenda. Significa che il governo non è stato alla finestra. Non si può partire da troppo indietro nella trattativa. La negoziazione già è difficilissima, se poi fanno i gamberi rispetto ai patti iniziali è ancora peggio

Cosa c’è sul tavolo?
Non è solo una questione di esuberi. Su questo noi abbiamo detto che non accettiamo alcun licenziamento. Bisogna pensare anche al piano industriale che deciderà il destino dell’Ilva. Serve un piano di investimenti per il sito di Genova, e soprattutto per il rilancio di Taranto. In questi anni di commissariamento non è stato fatto alcun investimento nella manutenzione degli impianti tarantini, per cui si riparte da molto indietro.

E sul piano di assorbimento dei 4mila esuberi?
Dal governo hanno fatto sapere che tutti coloro che non verranno assorbiti dalla società del nuovo investitore resteranno dipendenti dell’Ilva in amministrazione straordinaria e saranno impiegati per la bonifica e il risanamento ambientale. Ma questo piano è ancora molto vago.

Il primo sequestro dell’Ilva risale al luglio 2012. Perché ci ritroviamo più di cinque anni dopo a fare ancora i conti con il futuro del principale polo siderurgico italiano?
Il problema del nostro ceto politico è che è a-industriale, non ha cioè una cultura lavoristica e industriale. Non ci si occupa sul territorio di industria e lavoro, se non per schierarsi con questo o quel sindacato. Si guarda alle vertenze sempre in un’ottica di speculazione politica, e mai con analisi serie. Oltre al fatto che spesso nella creazione di queste crisi la politica è parte e non soluzione del problema.

Cioè?
Dalla mancanza di risoluzione dei problemi di accesso al credito ai problemi che riguardano le infrastrutture, la politica è anche responsabile in parte delle crisi aziendali. Alla Alcoa di Portovesme gli americani chiedevano un porto di accesso per le merci dal 1995. Stessa cosa vale per il potenziamento del collegamento tra le acciaierie di Terni e il porto di Civitavecchia. A Taranto solo quando è esplosa la questione ambientale, ci si è accorti che i registri tumori erano pressoché inesistenti. Non esiste una politica industriale: in questi anni sull’Ilva si sono fatti errori a tutti i livelli, che hanno dimostrato una grande mancanza di preparazione. Pensiamo alla tentata nazionalizzazione di qualche anno fa!

«La politica si fa vedere su queste questioni durante le campagne elettorali e soprattutto dove ha garanzia di non essere fischiata. I lavoratori diventano oggetto da strumentalizzare. Le fabbriche sono ormai solo un bacino elettorale»

Ai lavoratori dell’Ilva in sciopero però è arrivata subito la solidarietà di Noi con Salvini, mentre a sinistra tutto tace.
La politica si fa vedere su queste questioni durante le campagne elettorali e soprattutto dove ha garanzia di non essere fischiata. I lavoratori diventano oggetto da strumentalizzare. Le fabbriche sono ormai solo un bacino elettorale. Con un pezzo di sinistra che ormai non sa più leggere il mondo del lavoro. Un politico non può conoscere i sindacalisti solo attraverso la tv, e poi nelle vertenze limitarsi a sostenere solo il sindacalista più vicino.

Vale sia a livello locale sia nazionale?
A livello locale questo discorso è esplosivo. Ma anche a livello nazionale è evidente la carenza di una politica che sia soluzione dei problemi senza necessariamente schierarsi da qualche parte.

Quali sono le conseguenze?
La produzione di acciaio è lo scheletro della nostra sovranità industriale. La crisi dell’Ilva non è colpa della globalizzazione, ci siamo fatti male da soli. È un esempio di masochismo industriale. È un assurdo che ora che è aumentata la domanda di acciaio noi siamo costretti a importarlo, con la nostra produzione dimezzata. A Taranto la politica si è schierata o con la produzione industriale o con gli ambientalisti che vogliono bloccare la produzione.

Negli altri Paesi industriali non funziona così.
I governi dei Paesi industriali sostengono le questioni relative all’industria all’unisono, senza convenienze politiche, perché consapevoli che la manifattura è una spina dorsale importante dell’economia. A Linz, in Austria, sede di un grande stabilimento siderurgico, hanno votato per un gruppo politico che conciliasse la tutela del lavoro con la tutela dell’ambiente. In Italia invece si tende a polarizzarsi di qua o di là.

Nessuno in questi anni ha trovato un punto di equilibrio?
Va detto che solo il sindacato ha cercato un equilibrio tra le esigenze dei lavoratori e quelle dell’ambiente. La sinistra ha continuato a buttare la palla in tribuna senza proporre soluzioni. Come diceva Luigi Pintor, si va di sconfitta in sconfitta verso la vittoria. Il problema è che i lavoratori poi di questo se ne accorgono. E ci rimettono pure.

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