Addio risparmi, nonostante la ripresa non mettiamo da parte un soldo

Da circa 3 anni è tornato il segno più nell'economia ma è finita la tradizione italiana del risparmio: il tasso è diminuito del 4,5% in 12 anni. Nel trimestre aprile-giugno i consumi sono saliti (+2,7% rispetto al 2016) mentre i redditi solo del 0,9%.

Salvadanaio_Linkiesta
12 Ottobre Ott 2017 0740 12 ottobre 2017 12 Ottobre 2017 - 07:40
WebSim News

Sì, è vero, c’è ormai la ripresa, si fa fatica ad accorgersene ma c’è, da circa 3 anni è tornato il segno più. Ma ripresa non vuol dire, come molti di noi ci illudiamo, che tutto torna come prima, che possiamo ritornare a dove si era nel 2008, certe cose cambiano per sempre, o quasi.

Ci sono i segni indelebile della crisi, quelli che non vanno via con una ritorno in positivo del PIL. Uno di questi è la fine della tradizione italiana del risparmio. A guardare i dati appare un cambiamento di tipo strutturale, come si dice in questi casi, perchè sembra in parte indipendente dall’andamento del reddito, del potere d’acquisto e immune alla ripresa.

La percentuale sul reddito destinata ai risparmi è infatti crollata con la crisi economica, tra il 2009 e il 2012, ma dopo un piccolo aumento dal 2014 ha ripreso a scendere, proprio quando iniziava la ripresa del PIL ed è ora al 7,5%, dopo avere superato il 13% più volte negli anni 2000. Così anche il tasso di investimento, che dopo il lunghissimo declino partito già nel 2008, negli ultimi 3 anni non ha dato segno di un’inversione di tendenza.

Se guardiamo ancora più lontano, come è indispensabile in questi casi, e osserviamo cosa è cambiato dal 1999, l’inizio dell’era dell’euro, vediamo che l’andamento del tasso del risparmio ha avuto un trend molto diverso da quello del potere d’acquisto. E’ vero, sono grandezze diverse, si tratta di una percentuale e di un valore assoluto in euro, ma il punto fondamentale è che mentre il potere d’acquisto rispetto al 1999 è prima cresciuto (fino a un +11,9%) e poi calato fino a tornare sotto i livelli di inizio millennio, la propensione al risparmio dopo avere seguito per circa 8 anni una tendenza simile, crolla quasi a metà del livello del 1999 e rimane poi oggi su percentuali quasi da record negativo.

Si risparmia molto meno quindi nonostante la ripresa del potere d’acquisto e dei redditi. Vuol dire che quello che viene percepito viene speso più di quanto accadesse in precedenza.

Negli ultimi 3 anni, quelli del segno più, la crescita annua dei consumi è stata quasi sempre superiore a quella del reddito. Nell’ultimo trimestre di cui abbiamo i dati, quello relativo al periodo aprile-giugno di quest’anno, i consumi sono saliti del 2,7% rispetto all’anno precedente, ma i redditi solo del 0,9%.

Questo trend ci ha portato a non essere più tra i primi Paesi europei quanto a risparmio, e a scendere al di sotto della media dell’eurozona e di Stati come Francia e Germania con cui condividevamo uno stesso modello di comportamento.

Nelle statistiche europee sono comprese anche le piccole aziende familiari e quindi sono differenti da quelli dell’ISTAT, ma la tendenza è confermata: il tasso di risparmio per l’Italia tra il 2004 e la fine del 2016 è passata dal 15,1% al 10,5% e dal terzo posto subito dopo francesi e tedeschi ora siamo oltre metà classifica.

La differenza tra propensione al risparmio italiana e tedesca è passata da circa l’1-2% al 7% oggi, e non si vede alcun riavvicinamento nonostante la crisi sia terminata.

Sembriamo destinati a staccarci da un modello continentale e ad avvicinarsi a quello anglosassone, fatto di alti consumi, spesso a debito, e poco risparmio? Il Regno Unito infatti continua a risparmiare pochissimo, solo poco più del 5% oggi.

La realtà forse è che si sta creando invece un modello latino, basti guardare le cifre della Spagna, causato dal tramonto di molte realtà che credevamo un dato di fatto. Una di queste è la famiglia, sempre più piccola, spesso mono-nucleare, con meno figli per cui “mettere da parte”, meno trentenni che programmano di iniziare a risparmiare per una prole che del resto non c’è e non si sa se arriverà.

Ma questo fattore sociale c’è, dove più, dove meno, anche altrove. Così anche in altri Paesi europei si è diffuso un modello di consumo che predilige acquisti più rapidi e frequenti (divertimento, ristorazione, weekend fuori), che di beni durevoli come auto o case che necessitano un risparmio precedente.

E allora cosa distingue l’Italia dal resto del Continente, cosa è accaduto soprattutto negli ultimi anni?

Nel nostro Paese è in atto una ripresa particolare, che non ricalca i modelli di crescita precedenti. Per esempio l’occupazione è risalita più in fretta del PIL, tutte le statistiche indicano che si tratta in gran parte di contratti a termine. Di fatto la coperta è corta ma stiamo cercando di tirarla il più possibile, riuscendo a trattenerne un pezzettino ognuno, il free lance a partita IVA, il magazziniere di Amazon, il rider di Deliveroo, il cuoco di uno dei tanti nuovi locali che stanno aprendo nel boom della ristorazione a buon prezzo. E nonostante la precarietà sembrerebbe imporlo è veramente difficile pensare che un giovane lavoratore a 700-1000€ al mese, che magari non ha immediate prospettive di creare una famiglia, si metta a risparmiare come i padri e i nonni una volta assunti in fabbrica o in ufficio decine di anni fa.

E che in fondo potevano contare sul mancato risparmio dello Stato, che spendeva per loro e a loro favore, e che, facendo la cicala, permetteva loro di essere formiche. Tutto finito ora naturalmente.

E’ un cambiamento epocale questo che non sarà reversibile per molto, almeno finchè non finirà la condanna ai bassi margini e alla bassa produttività che il nostro sistema produttivo sta scontando, per proprie e altrui colpe, e che si ripercuote sui redditi che i lavoratori possono percepire. Dobbiamo conviverci, sperando di non avvitarci fino a finire nel gorgo dei debiti come già accaduto in altri Paesi.

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