Abbiamo sbagliato tutto: l’Iran non odia l’Occidente

In Iran l'amore per gli stranieri è una reazione alla chiusura del sistema. Gli iraniani sono curiosi degli occidentali e allo stesso tempo sono diffidenti verso gli arabi, rispetto ai quali si sentono superiori

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STR / afp

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16 Ottobre Ott 2017 1545 16 ottobre 2017 16 Ottobre 2017 - 15:45

Coincidenze ed errori: Francesco Brioschi, poliedrico docente universitario, esperto di storia, politica e geografia e proprietario dell’omonima casa editrice, risponde a un richiamo di omerica memoria e visita più volte l’Iran. Ne resta affascinato non solo per la raffinatezza di una cultura ampiamente diffusa, ma per l’apertura e curiosità dei suoi abitanti, la cui straordinaria xenofilia, di questi tempi, commuove e attrae. Più viaggi si susseguono negli anni, alcuni da “turista”, altri da editore: in uno di questi, con la direttrice Margit Wiesmann, sceglie album illustrati per bambini e una commedia scritta a due mani da un vecchio professore di matematica e da un’affascinante signora che compone testi teatrali.

La leggenda del re e del matematico racconta la storia di un regno del Medio oriente sul quale tiranneggia un sovrano pazzo e crudele. Una notte, in sogno, il sovrano è visitato dal fantasma del nonno che preconizza disastri e sciagure per evitare i quali non resta al re che abbandonare il regno per un’altra terra. Il sovrano dispone però di una sola nave e non sa come trasportare gli abitanti evitando che si uccidano tra loro: si ripropone così l’indovinello della capra, del lupo e dei cavoli la cui soluzione è affidata a un vecchio matematico, recluso da anni, al quale il sovrano deve rendere la libertà per salvare il regno (e la pelle!). Al di là della vicenda, Brioschi scopre che negli anni ’60 il matematico iraniano, coautore della simpatica commedia, studiava negli USA la teoria dei grafi tema che, per pura “coincidenza”, lo stesso Brioschi indagava nello stesso momento e che gli è valso la cattedra universitaria.

Passando dalle coincidenze agli “errori”, nel 2016 Brioschi torna a Teheran per partecipare alla fiera del libro: sogna di pubblicare una collana di saggi di politologia sui paesi che circondano l’Europa, in particolare Russia, Turchia, Iran, Paesi Arabi e Israele. Questo progetto si rivela prematuro, ma "l’errore” di pubblicare romanzi ne soddisfa comunque il desiderio di raccontare la società. Dei due libri di autori iraniani oggi già pubblicati, La scelta di Sudabeh di Fattaneh Hay Seyed Javedi e Le stanze della soffitta di Tahereh Alavi, il primo, finalista proprio in questi giorni al “Premio Internazionale città di Como”, sembra avere un futuro non solo cartaceo.

Brioschi entra in contatto con la Leone Film Group e con Andrea Leone accarezza l’ipotesi di girare un vero e proprio kolossal dal romanzo. Finzione e realtà attraversano la vicenda: Brioschi scopre non solo che il bel libro della non meno bella Fattaneh, ha venduto, dalla sua uscita in Iran nel 1999, più di due milioni di copie ed è giunto alla 56° edizione; ma scopre anche che, come i pretendenti di una fiaba, tutti i registi che si sono proposti sono stati rifiutati dall’autrice che ha sempre giudicato inadeguate le offerte ricevute. Il primo tentativo di Brioschi sembra subire la stessa sorte, ma ora la situazione si presenta fluida e non è escluso che Fattaneh accetti la nuova offerta di Andrea Leone.

Chiunque arrivi in Iran resta colpito dalla curiosità degli sguardi, dal desiderio di vicinanza. La sorprendente xenofilia è anche una reazione alla chiusura del sistema e la curiosità benevola nei confronti degli occidentali si accompagna a una certa dose di razzismo nei confronti degli arabi, rispetto ai quali gli iraniani si sentono superiori, ma dai quali si sentono assediatii

Il romanzo racconta il desiderio di Sudabeh, una giovane di buona famiglia che vive nell’Iran post Rivoluzione, di affrancarsi dalla tradizione e sposare un uomo giudicato socialmente e culturalmente inadeguato. Protagonista della vicenda è in realtà la zia di Sudabeh, Mahbubeh, che, nella Teheran dello scià, lascia una vita agiata per seguire un amore foriero di sofferenza e sventure.

Il susseguirsi degli eventi, il più delle volte commoventi e tragici, ricostruisce la storia di un’intera famiglia e, sullo sfondo, quella del paese lungo tutto il ‘900. Se da un lato la vicenda di Mahbubeh può essere ancora attuale in Iran, dall’altra, fa notare Brioschi, il desiderio di capire questo paese impone il superamento di più stereotipi, primo fra tutti quello sulla democrazia: le decisioni di politica interna ed estera sono ancora, senza dubbio, appannaggio della guida suprema Khamenei, ma le elezioni sono vere ed estremamente combattute, come è accaduto a maggio di quest’anno e poco o nulla hanno da invidiare a quelle di un paese democratico occidentale: i democratici a Teheran hanno ottenuto 29 collegi su 30, ed è solo nelle campagne che si è registrata la vittoria indiscussa dei conservatori.

Il Presidente della Repubblica Rouhani è uomo interno al sistema di potere, ma ha assunto un atteggiamento più flessibile e se negli USA non avesse vinto Trump, insiste Brioschi, in Iran ci sarebbe stata una vera apertura: le iniziative imprenditoriali con il paese ristagnano perché il sistema finanziario non accenna ad aprirsi. Gli iraniani, continua Brioschi, sono 80 milioni, a maggioranza ariana e sono una popolazione molto giovane e amichevole. Sono un popolo gentile, elegante e raffinato; le donne sono belle e intelligenti e cercano di guadagnarsi spazi di libertà.

Chiunque arrivi in Iran resta colpito dalla curiosità degli sguardi, dal desiderio di vicinanza. La sorprendente xenofilia è anche una reazione alla chiusura del sistema e la curiosità benevola nei confronti degli occidentali si accompagna a una certa dose di razzismo nei confronti degli arabi, rispetto ai quali gli iraniani si sentono superiori, ma dai quali si sentono assediati. Nella guerra contro l’Irak, l’Iran ha rischiato di perdere il petrolio, quindi ha rischiato di sparire. A eterna memoria della guerra, a Shiraz e Isfahan i viali esterni sono tappezzati di foto di martiri, cioè dei giovani che hanno perso la vita in Irak.

La società iraniana ha ancora tante cose che non vanno, ma altre che vanno benissimo, conclude Brioschi sorridendo, e che in Occidente si sono perdute per sempre: basta entrare di sera in una moschea a Shyraz per respirare un’atmosfera di festa e di incontro: le madri arrivano accompagnate da bambini di tutte le età, la gente si raduna ed è felice.

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