Renzi e Berlusconi sono uguali (ed è un problema per entrambi)

La contrapposizione destra/sinistra? Dimenticatela, almeno per queste elezioni. Pd e Forza Italia si rivolgeranno agli stessi elettori. Una caccia senza esclusione di colpi al voto moderato in cui gli unici due partiti che possono governare assieme rischiano di cannibalizzarsi a vicenda

Renziberlusconi
16 Ottobre Ott 2017 0750 16 ottobre 2017 16 Ottobre 2017 - 07:50

Forse siamo stati troppo frettolosi nell’incasellare la prossima campagna elettorale sotto la voce “ritorno alla Prima Repubblica, che noia”. C’è infatti da considerare un tratto inedito e al momento piuttosto indecifrabile del confronto che sta per aprirsi: per la prima volta gli eredi delle due principali tradizioni politiche del Paese, Pd e Forza Italia, si troveranno a competere sullo stesso campo, per contendersi i voti degli stessi elettori, delle stesse categorie, degli stessi spezzoni anagrafici e sociali.

Non era mai successo. La sfida tra centrodestra e centrosinistra era sempre avvenuta in aree separate e tra loro ostili: è impensabile immaginare il ceto medio riflessivo o i “cattolici adulti” che scelsero Prodi andare ai seggi con la tentazione di votare Berlusconi, o i pasdaran della “libertà di intraprendere” suggestionati da un messaggio di Bersani. C’era un Muro di Berlino tra quei due mondi. Fatto di suggestioni politiche, economiche, culturali, e ben riassunto dalla campagna elettorale di un decennio fa: quella in cui Walter Veltroni si rifiutava di nominare Silvio Berlusconi (“Il principale leader dello schieramento a noi opposto”) e Silvio Berlusconi concludeva i comizi salmodiando “Chi non salta comunista è”. Stili inconciliabili. Interessi inconciliabili. Elettorati inconciliabili.

Complice la “rupture” renziana e la mancanza di ogni evoluzione del berlusconismo, Pd e Forza Italia gareggiano nella stessa vasca. È il corpaccione dell’elettorato moderato, quell’opinione pubblica piuttosto liquida che sceglierà il voto utile ma, per la prima volta, avrà due opzioni sostanzialmente equivalenti a disposizione​

E ora? Complice la “rupture” renziana e la mancanza di ogni evoluzione del berlusconismo, Pd e Forza Italia gareggiano nella stessa vasca, che è poi quella delle riforme liberali, del calo delle tasse, della semplificazione amministrativa, di una certa ostilità per gli stilemi del sindacato “che blocca il Paese”, degli interventi sulla sicurezza, del licenziamento dei fannulloni, della difesa delle pensioni e degli anziani. È il corpaccione dell’elettorato moderato, quell’opinione pubblica piuttosto liquida che sceglierà il voto utile ma, per la prima volta, avrà due opzioni sostanzialmente equivalenti a disposizione, fra l’altro con la consapevolezza che il punto di caduta sarà una qualche forma di Grosse Koalition (e quindi senza lo stress di scelte “irreparabili”).

Le dichiarazioni simmetriche di Renzi e Berlusconi ( «Se non vinciamo è il diluvio» e «Se non vinco me ne vado») rivelano al tempo stesso la stessa strategia e la stessa preoccupazione: il dubbio sulla rispettiva tenuta in questo gioco nuovo, dove le etichette distintive del passato – liberale, riformista, progressista, sociale – si sono confuse e nessuno ne può rivendicare la titolarità assoluta. Cosa farà la Casalinga di Voghera? Si fiderà del ragazzo degli 80 euro o del vecchio delle dentiere gratis? E l’impresa? Jobs Act o Meno tasse per tutti? E i professionisti? Riforma della Pubblica Amministrazione o abolizione del bollo auto? E le famiglie? Bonus giovani o quoziente famigliare?

La guerra per pigliarsi questo elettorato “di senso comune” sarà complicata, durissima e inevitabile: è solo lì che Pd e FI possono avere speranze, tutto intorno c’è l’area off limits del voto di protesta, del voto di sinistra, del voto di destra, che appartengono ormai ad altri

Qualche giorno fa Ezio Mauro ha spiegato molto bene la differenza tra opinione pubblica, qualcosa che pesa sul “mercato” politico, e senso comune, cioè un insieme di opinioni individuali incapaci di diventare causa collettiva. La guerra per pigliarsi questo elettorato “di senso comune” sarà complicata, durissima e inevitabile: è solo lì che Pd e FI possono avere speranze, tutto intorno c’è l’area off limits del voto di protesta, del voto di sinistra, del voto di destra, che appartengono ormai ad altri, al Cinque Stelle, a Salvini, a quel che nascerà intorno a Mdp (o tutt’al più all’astensionismo).

«Sarà un corpo a corpo», ha detto Matteo Renzi, ed è vero, ma anche in questo corpo a corpo si dovranno trovare regole nuove: la vecchia tattica della demolizione del nemico, la character assassination che è stata la cifra dei vecchi duelli tra leadership, risulta inservibile quando la prospettiva è un'alleanza “dopo”. Non puoi presentare il tuo avversario come una minaccia mentre ti prepari a incontrarlo per accordarti sui ministeri.

Insomma, la scena elettorale che si profila potrebbe essere l’esatto contrario della Prima Repubblica, quando Dc e Pci costruivano le campagne elettorali l'uno contro l'altro, cercando voti nei partiti confinanti e gareggiando a chi fosse più efficace contro il “nemico”. E finalmente vedremo agire nella pratica la gettonatissima teoria del “si vince al Centro” e la competizione nell'area elettorale che da sempre determina i destini del Paese, con un duplice rischio sia per il Pd sia per FI: l'abbandono a se stessi di quel 40/50 per cento degl elettori che in questo generico Centro non si riconoscono può portare guai imprevisti. E poi, quando al Centro si è in due, uno dei due deve perdere per forza.

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