Anche i giovani nel loro piccolo s’incazzano (e l’alternanza scuola-lavoro non c’entra quasi nulla)

Scagliarsi contro le mansioni umili e le tute blu è sbagliato. Prendersela contro chi ha promesso la Luna e poi ha tolto ogni diritto ai giovani per salvare i propri è invece doveroso e necessario. Ed è ora di correre ai ripari, perché la rabbia repressa può esplodere da un momento all’altro

Studenti protesta_Linkiesta

FILIPPO MONTEFORTE / AFP

FILIPPO MONTEFORTE / AFP

17 Ottobre Ott 2017 0755 17 ottobre 2017 17 Ottobre 2017 - 07:55
WebSim News

Se non altro, questa polemica sull’alternanza scuola-lavoro sta facendo emergere, quasi come fosse una specie di terapia di coppia, tutti i conflitti latenti di quella che in questi anni, forse con un po’ troppa superficialità, abbiamo sbrigativamente definito come “questione generazionale”.

A un angolo del ring chi nel mondo del lavoro c’è già - chiamiamoli genitori, per comodità -, gente che è cresciuta in un epoca di minore, ma crescente benessere, che si è spaccata la schiena sì, ma in un contesto di diritti crescenti, o perlomeno costanti. Dall’altro, una generazione che nel modo del lavoro ci sta entrando in questi ultimi anni - chiamiamoli figli, sempre per comodità, o fratelli minori - che è nata e cresciuta negli agi e nelle possibilità concesse dall’apice della ricchezza di questo Paese, che ha avuto opportunità formative impensabili solo venti, trent’ anni prima - non solo la scuola: pensate a internet -, ma che si è trovata a investire tutto questo patrimonio in un Paese impoverito, senza prospettive.

A tutto questo, aggiungiamo l’ingrediente decisivo: che il benessere della generazione dei genitori è stato salvaguardato a discapito di quella successiva. Bisogna rendere flessibile il mondo del lavoro tagliando garanzie e tutele? Ok, ma non per chi ha già un contratto. Bisogna tagliare la spesa pubblica? Blocco del turnover della pubblica amministrazione - io resto fino alla pensione, tu non entri nemmeno dopo - e sforbiciate da dieci punti percentuali alle spese per l’istruzione. Bisogna evitare il fallimento dell’Inps? Ok, tagliamo le pensioni di chi paga i contributi oggi e non di chi già sta ricevendo assegni ben più lauti del dovuto. Bisogna rispondere a una crisi economica globale che rischia di far saltare un mare di posti di lavoro? Salviamole con la cassa integrazione straordinaria e in deroga e finanziamola coi fondi europei destinati alla formazione.

Basta guardarle oggi, anche solo a qualche anno di distanza, queste politiche, figlie di un accordo unanime tra tutte le forze politiche e tutte le organizzazione sindacali, per rendersi conto di quanto siano ingiuste e miopi. Di quanto buona parte della crisi italiana, in questi anni in cui tutti sembrano essersi ripresi, dipenda da loro. Di quanto buona parte dell’indifferenza e dell’antipatia che i giovani nutrono nella politica ne sia figlia. Di quanto abbiano dissipato il più grande investimento in formazione che questo Paese abbia mai prodotto.

Forse nella retorica degli studenti-non-operai, nell’irrisione della tuta blu come abito della vergogna, nello scagliarsi contro l’alternanza scuola-lavoro non c’è una critica a uno strumento sicuramente utile e altrettanto perfettibile, né alla professione, né tantomeno a chi la svolge, o al lavoro manuale in senso lato, ma il primo vagito di una protesta generazionale, dopo anni di silente acquiescenza, più o meno lautamente sussidiata da mancette fuori tempo massimo

E, in fondo, con un po’ di indulgenza, si può leggere così, in una chiave principalmente simbolica, tutta la polemica contro l’alternanza scuola - lavoro, contro i compiti umili che questi studenti si trovano ad affrontare. In questo senso, la lettera del liceale in risposta all’articolo che Dario Di Vico ha pubblicato sul Corriere della Sera, è lo specchio di questo profondo e sinora inespresso rancore generazionale: ci chiamate bamboccioni e poi ci fate pulire i cessi? Legittimate con anni di rette pagate il nostro sogno di diventare medici e poi ci fate lavare i pavimenti? Ci avete promesso un futuro di lavori degni, stimolanti e ricchi e ora ci dite che stavate scherzando? Soprattutto: ci avete tolto il terreno da sotto i piedi per salvarvi il culo, e ora nemmeno chiedete scusa?

Forse ci siamo sbagliati, insomma. Forse nella retorica degli studenti-non-operai, nell’irrisione della tuta blu come abito della vergogna, nello scagliarsi contro l’alternanza scuola-lavoro non c’è una critica a uno strumento sicuramente utile e altrettanto perfettibile, né alla professione, né tantomeno a chi la svolge, o al lavoro manuale in senso lato, ma il primo vagito di una protesta generazionale, dopo anni di silente acquiescenza, più o meno lautamente sussidiata da mancette fuori tempo massimo.

Ben venga il conflitto, quindi. L’importante, semmai, è che i giovani sappiano gestirlo. Che riconoscano amici e nemici, soluzioni e palliativi. Non è di un reddito di cittadinanza da 15-20 miliardi l’anno che hanno bisogno, ad esempio, ma di un poderoso investimento in formazione perlomeno di pari importo, o di uno sblocco del turnover umano e tecnologico all’interno della pubblica amministrazione. Non hanno bisogno della solidarietà della Cgil e di omini politici autoproclamatisi di sinistra che hanno avallato ogni possibile iniquità generazionale, nascondendosi dietro il paravento dei diritti acquisiti e della tutela dell’esistente, ma di una sana ammissione di colpevolezza e di un altrettanto sana disponibilità a invertire la rotta. Non è contro le ore in fabbrica o contro i piatti da lavare che devono scagliarsi, ma contro un sistema scolastico disorganizzato e velleitario che non si è mai nemmeno posto lontanamente il problema di preparare i giovani al lavoro, di offrire loro le precondizioni di una vita dignitosa (altrimenti, non avremmo istituti tecnici superiori coi loro 7600 studenti, contro i 760mila della Germania.

Mancano pochi mesi alle elezioni, troppo pochi affinché tutte queste rivendicazioni possano diventare anche solo una coerente rivendicazione politica, figurarsi una piattaforma programmatica. Ma per quei pochi di buona volontà che non ne approfitteranno per strumentalizzare questa protesta in un senso o nell’altro, rappresenta un occasione d’oro per disinnescare il più grande conflitto sociale che il nostro Paese abbia mai vissuto: quello che deve ancora succedere.

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