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Copiare i populisti o difendere lo status quo? È questo il dilemma del moderati

Il caso olandese ci insegna che i partiti per salvarsi o mutuano i temi dei populisti o difendono la situazione attuale. Per Philip Stephens del Financial Times bisogna imparare dalla Storia: fare una proposta politica alternativa che risponda alle esigenze della società

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Roberto Pfeil / AFP

Roberto Pfeil / AFP

17 Ottobre Ott 2017 1520 17 ottobre 2017 17 Ottobre 2017 - 15:20

Dove eravamo rimasti? Alla voce “populismo”, quella rispolverata e consultata in tutta fretta per commentare il Front National arrivato al ballottaggio delle elezioni presidenziali in Francia con Marine Le Pen oppure per fare considerazioni sui sondaggi che davano il consenso verso il PVV, il partito nazionalista e populista guidato da Geert Wilders, in crescita alle elezioni olandesi dello scorso 15 marzo. Il resto è cronaca politica consegnata già alla storia, all’Eliseo è andato Macron e in Olanda la vittoria è andata ai conservatori di Mark Rutte. Eppure lo scenario è tutt’altro che rassicurante.

L’ombra populista continua ad aleggiare dall’Europa dell’Est alla parte centro-occidentale del vecchio continente. Ogni appuntamento alle urne diventa un banco di prova per le democrazie rappresentative e una fotografia dello stato di salute dei partiti tradizionali. Le disuguaglianze prodotte più o meno indirettamente dalla globalizzazione, la crisi economico-finanziaria, la governance politica che talvolta demanda decisioni a organismi non elettivi e le ripercussioni della tecnologia sul mercato del lavoro hanno alimentato il malcontento delle persone. Quando questa insoddisfazione non viene tradotta in disinteresse nei confronti della politica, viene intercettata spesso dai partiti accomunati sotto l’etichetta populista.

Questi ultimi declinano temi diversificati in base ai singoli contesti geografici e sociologici e stanno vedendo accrescere il proprio consenso. Anche laddove il pericolo sembrava scongiurato, uno sguardo più attento suggerisce il contrario. Proprio in Olanda ad esempio, solo da pochi giorni sono finiti i negoziati per formare un nuovo governo e la coalizione, sostenuta da Cda, liberali progressisti del D66 e conservatori della ChristenUnie, non appare stabile dal momento che sebbene sia stato trovato l’accordo su temi economici e fiscali, in molte altre materie le distanze tra i partiti restano.

Proprio il caso olandese ci permette di osservare che di solito gli attori politici davanti all’avanzata delle formazioni populiste assumono due atteggiamenti. Il primo consiste nel mutuarne più o meno involontariamente i temi, in Olanda ad esempio gli argomenti populisti hanno dominato il dibattito pubblico e condizionato l’agenda politica e semantica delle elezioni. L’altro modo di rapportarsi al fenomeno è la difesa dello status quo, come è stato osservato qualche giorno fa sul Financial Times da Philip Stephens.

Non inseguire i temi populisti dunque è la prima cosa da fare, bisogna avanzare i propri argomenti e le proprie proposte. La seconda è non fingere che tutto vada bene così com’è, evitare il solipsismo che talvolta caratterizza la politica quando discute di retroscena e dinamiche che interessano solo agli addetti ai lavori.

Il suo monito è che davanti alle crisi si prenda spunto dalla storia, ovvero che non ci si limiti a difendere una situazione che ha mostrato i propri limiti ma al contrario, si avanzino proposte per impostare una relazione nuova tra democrazia e capitalismo che sia in grado di correggere le disuguaglianze prodotte dalla globalizzazione e le distorsioni indotte dalla tecnologia. Non inseguire i temi populisti dunque è la prima cosa da fare, bisogna avanzare i propri argomenti e le proprie proposte. La seconda è non fingere che tutto vada bene così com’è, evitare il solipsismo che talvolta caratterizza la politica quando discute di retroscena e dinamiche che interessano solo agli addetti ai lavori.

Tra pochi mesi si voterà anche in Italia, saremo in grado di tener presenti queste considerazioni? Intanto dal cuore dell’Europa arriva un altro avvertimento. Lo scorso anno Alexander Van der Bellen, dei Verdi aveva vinto le presidenziali in Austria contro il candidato di estrema destra Norbert Hofer, in seguito la Corte Costituzionale aveva annullato il voto per irregolarità. Van der Bellen però aveva vinto anche la seconda volta. Capitolo chiuso? No, il populismo sembra avere lo stesso moto delle onde ed è dunque arrivata la risacca.

Domenica scorsa si è votato per eleggere i 183 membri del Consiglio nazionale che insieme a quello federale formano il Parlamento austriaco. ÖVP, il partito popolare di centro destra, guidato dal 31enne Sebastian Kurz che sull'opposizione alle politiche migratorie ha impostato la sua campagna elettorale, ha ottenuto la maggioranza. Kurz, pur essendo Ministro degli Esteri nel governo di coalizione con i socialdemocratici, aveva chiesto di porre fine all’alleanza con Spö, portando quindi al voto anticipato. Il periodo pre-elettorale è stato caratterizzato da campagne denigratorie ai danni dello stesso Kurz e che hanno messo in imbarazzo proprio Spö, il quale ha però superato di poco FPÖ per il secondo posto. I dati vedono infatti i socialdemocratici al 26,9% dei consensi e il partito di Heinz-Christian Strache al 26%, con 5,5 punti percentuali in più rispetto alle precedenti elezioni, come riporta il Corriere della Sera.

FPÖ è la destra radicale populista e anti-immigrati che da circa dieci anni è all’opposizione ma il neo cancelliere potrebbe allearsi proprio con quest’ultima formazione politica per formare il governo. In quel caso non solo il baricentro della politica austriaca verrebbe collocato a destra ma l’Unione Europea assisterebbe a una virata del Paese verso le posizioni del blocco del Visegrad come evidenziato da alcuni commentatori tra cui Francesco Cancellato. A quel punto l’ondata populista andrebbe ad abbattersi sulle nostre certezze in maniera ancora più prepotente.

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