Raqqa è ormai caduta, l’Isis mezzo morto: e ora in Siria comanda la Russia

I guerriglieri curdi stanno per prendere la capitale dello Stato Islamico. A beneficiarne, sarà Assad, che intanto manovra cinico contro i ribelli, infiltrando islamisti al loro interno. E Mosca, vera vincitrice della partita mediorientale

Raqqa_Linkiesta

DELIL SOULEIMAN / AFP

DELIL SOULEIMAN / AFP

17 Ottobre Ott 2017 0745 17 ottobre 2017 17 Ottobre 2017 - 07:45

“Questione di pochi giorni”. “Questione di ore”. Le guerrigliere curde-siriane, portavoce della coalizione delle forze democratiche siriane (SDF) che col supporto degli Usa sta combattendo da anni contro l’Isis, danno poco, pochissimo tempo alla capitale siriana dello Stato Islamico prima della completa capitolazione. Gli uomini del Califfo si arrendono a centinaia, provano a fuggire travestiti da donne, si mescolano ai civili, approfittano della notte. Il terrore che per anni hanno sparso tra i loro nemici e tra i loro “sudditi” finalmente si ritorce contro di loro. I più spaventati sono i famigerati foreign fighters, in particolare quelli occidentali ritenuti responsabili (o comunque collegabili) con gli attentati all’estero degli ultimi anni.

Le intelligence di mezza Europa sono sulle loro tracce, i loro compagni sono spesso pronti a venderli in cambio di accordi con le altre forze siriane (lealisti o ribelli), per salvarsi la vita o per soldi. In questo convulso tramonto dello Stato Islamico non sembra ci sia spazio per giusti processi, al massimo per esecuzioni sommarie. Chi può prova a salvarsi, mentendo sulla propria identità, sulle proprie convinzioni, sulla propria nazionalità. Chi non può entra nelle fila degli irriducibili, gli ultimi disperati combattenti di Raqqa che ancora si fanno scudo della popolazione civile rimasta intrappolata in città per sperare non è chiaro in cosa. Forse in una trattativa per un passaggio sicuro (ma verso dove, ora che tutte le roccaforti sono cadute o sotto assedio?), forse nel martirio.

Una qualche speranza per i superstiti dell’Isis sembra arrivare dal regime di Assad. Se nell’oriente del Paese non si ferma infatti la campagna militare del regime contro le ultime postazioni dell’Isis lungo l’Eufrate – Deir ez Zor è sotto assedio e di recente è caduta al-Mayadeen, città-rifugio di molti dirigenti jihadisti fuggiti da Mosul e non solo -, nell’occidente della Siria si sono verificati episodi inquietanti. Prima, a fine settembre, l’Isis è ricomparso molto dietro la linea del fronte e ha sottratto ai lealisti il controllo della città di al-Qaryatayn (ad oggi ancora nelle sue mani).

Il 9 ottobre poi – episodio molto più preoccupante, che dalla tesi dell’incapacità del regime di controllare il territorio ha spinto gli esperti verso quella del “patto col diavolo” – l’Isis è riapparso, sempre molto dietro la linea del fronte, a ridosso della sacca di Idlib controllata dai ribelli. Qui ha attaccato immediatamente le posizioni degli islamisti qaedisti di Tahrir al Sham (già al Nousra) e ha preso il controllo di svariati villaggi. Il sospetto - visto che l’Isis è arrivato dai territori controllati dai lealisti con una colonna corazzata di decine di pick-up e carri armati - è che Assad li abbia fatti passare, se non addirittura spinti in quella direzione. Il tutto col placet di Putin, che controllando i cieli di Siria è poco plausibile ritenere fosse all’oscuro delle operazioni sul terreno.

(mappa 1 – Didascalia: in rosso i lealisti, in verde i ribelli, in giallo i curdi, in grigio lo Stato Islamico. Nei due cerchi blu la cittadina di al-Qaryatayn e il lembo di provincia di Idlib conquistati dall’Isis di recente)

Si tratta secondo gli analisti di cinismo tattico. Spingere i rimasugli dell’Isis verso la sacca di Idlib - dove già sono mescolati ribelli “moderati” del Fsa, con islamisti di Ahrar al Sham e qaedisti di Tahrir al Sham – dovrebbe ulteriormente aumentare la litigiosità e la frammentazione degli insorti. Inoltre consentirà al regime di presentare le future operazioni nella regione come “guerra ai terroristi” e in generale di accreditarsi con l’Occidente e non solo come il minore dei mali. È una tattica già usata dal regime a inizio guerra civile, quando scarcerò migliaia di fanatici islamici sperando – come puntualmente accaduto – che “inquinassero” la ribellione al punto da rendere preferibile per il mondo il mantenimento dello status quo, con Assad al potere insomma, a un successo dell’insurrezione.

Ma al di là di questi aspetti tattici, si sta sempre più consolidando un nuovo equilibrio strategico in Medio Oriente che vede la Russia in posizione di forza. Mosca è stata abile a sfruttare a proprio vantaggio un conflitto, quello siriano, che ha concentrato al proprio interno una molteplicità di questioni più ampie: primavere arabe contro regimi esistenti, sunniti contro sciiti, Teheran contro Riad, fratellanza islamica contro filo-sauditi, questione curda, questione turca, questione dello Stato Islamico e via dicendo. Ora Mosca ha rafforzato la propria presenza, aumentando il numero di basi e la qualità degli armamenti sofisticati dislocati in Siria. Ha rafforzato il proprio asse di alleanze, “salvando” Assad e intessendo un rapporto privilegiato con Iran e Iraq. Ha salvaguardato i rapporti con Israele che, consapevole dei nuovi equilibri, sembra anzi guardare con sempre maggiore interesse al Cremlino. Si è accreditato – più a torto che a ragione – come il principale nemico del terrorismo islamico. Ma, soprattutto, ha frantumato l’asse sunnita, tradizionalmente alleato degli Usa, e ha costretto i suoi maggiori esponenti a “andare a Canossa”.

La Turchia infatti, secondo esercito della Nato, dopo aver perso la prova di forza col Cremlino nel 2015, si è “accucciata” alle richieste di Putin negli anni successivi. Ha rinunciato ad abbattere il regime di Assad – anzi lo ha rafforzato - in cambio di qualche concessione in ottica anti-curda nel nord della Siria: in particolare ha praticamente inglobato il fazzoletto di territorio siriano a nord di Aleppo, tra Jarablus e Azaz, e ora sta occupando militarmente l’area nord della provincia di Idlib, coi cannoni rivolti verso l’enclave curda di Afrin. Adesso – quando la vicinanza con Mosca è arrivata al punto che Ankara vuole acquistare da Mosca i missili balistici a lungo raggio S-400, incompatibili col sistema Nato – Erdogan sembra pronto a fare da intermediario tra i ribelli “moderati” di Idlib e Assad, per agevolare un pieno ritorno al potere del regime in cambio di qualche concessione agli insorti.

(mappa 2 – Didascalia: in rosso i lealisti, in verde i ribelli, in giallo i curdi, in grigio lo Stato Islamico. Nel cerchio blu l’area a sud di Afrin dove l’esercito turco sta dispiegando i propri mezzi)

Dopo la Turchia è arrivato su posizioni più filo-iraniane (e quindi filo-Assad) anche l’altro sponsor dell’insurrezione siriana vicino alla Fratellanza Musulmana, il Qatar. Il piccolo Stato ha reagito in questo modo al tentativo dell’Arabia Saudita – sobillata da Trump – di schiacciare tutti i Paesi del Golfo su un’agenda fortamente anti-iraniana e filo-israeliana. Il risultato è che un altro pezzo della scacchiera si è sfilato dallo schieramento avversario di Putin.

La Russia può contare poi su buoni rapporti anche con un altro Stato sunnita, stavolta nemico dei Fratelli Musulmani, come l’Egitto. Da quando Al Sisi ha preso il potere con un golpe gli Usa si sono sempre più allontanati, e il vuoto è stato in parte riempito da Mosca. Da ultimo l’Arabia Saudita stessa, altra nemica storica dei Fratelli Musulmani e capofila dell’asse sunnita, forse conscia dei fallimenti sopracitati sembra aver riconosciuto il nuovo ruolo della Russia. La corte reale saudita a inizio ottobre si è spostata in massa a Mosca per trattare accordi commerciali, militari e non solo. Questo è un tassello fondamentale per Putin e per la futura strategia del Cremlino.

Se infatti la Russia fosse rimasta schiacciata sull’asse sciita (Teheran e alleati), avrebbe fatto fatica a gestire un Medio Oriente abitato in grande maggioranza da sunniti e oltretutto in un periodo di ebollizione. Se fosse stata risucchiata su posizioni troppo di parte, gli interessi di Mosca – in ambito energetico, economico e geopolitico – avrebbero potuto esserne danneggiati. Ora invece potrà manovrare i vari contendenti (in primis Riad e Teheran, ma anche nemici e alleati della Fratellanza Musulmana) a proprio vantaggio. Ha già dimostrato di essere abile a farlo nel dossier turco-siriano. Se fosse in grado di replicarlo sulle varie questioni ancora aperte – dalla questione curda al futuro dell’Iraq, dallo Yemen alla Libia, dal futuro della Siria ai rapporti Libano-Israele – potrebbe definitivamente accreditarsi come super-potenza egemone in Medio Oriente. Sempre che gli Usa non decidano di ribaltare il tavolo – ne hanno la forza economica, militare e politica, ma dopo anni in cui è mancata la competenza ora paiono mancare la volontà e forse anche gli interessi – e sempre che Mosca non faccia gravi errori.

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