Bankitalia, la riconferma di Visco è un insulto al buonsenso (e Renzi stavolta ha ragione da vendere)

In un Paese normale, il governatore di Banca d’Italia andrebbe accompagnato alla porta senza troppi complimenti, così come proposto dal segretario del Pd. A quanto pare, invece, rimarrà in sella altri sei anni. Un compendio dei “successi” degli ultimi anni, per capire cosa ci aspetta

Ignazio Visco Linkiesta

Alberto PIZZOLI / AFP

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18 Ottobre Ott 2017 1040 18 ottobre 2017 18 Ottobre 2017 - 10:40
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In un Paese normale la conferma di Ignazio Visco come governatore della Banca d’Italia non sarebbe nemmeno in discussione: lo si accompagnerebbe alla porta con i dovuti onori, ma senza troppi complimenti. Non ci sarebbe nemmeno da spiegare, in un Paese normale: basterebbe chiedersi, molto tranquillamente, perché, Montepaschi a parte, tutti gli scandali e le crisi bancarie di questo Paese - Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca. Etruria, Carife, Marche, Caricheti. Carim, Caricesena e prossimamente, forse, Popolare dei Bari e Carige - si sono palesate agli occhi dell’opinione pubblica a partire dal 2014, ossia da quando la vigilanza del sistema bancario italiano è passata da Palazzo Koch, Roma a Eurotower, Francoforte.

È un perché che - al netto di tutto il resto - si chiama vigilanza e ne chiama in causa innumerevoli, perfettamente raccontati da Roberta Paolini in un articolo uscito qualche mese fa su Pagina99. Perché, ad esempio, nell’ispezione del 2012 Bankitalia non si accorge delle azioni baciate di Banca Popolare di Vicenza - acquistate cioè in corrispondenza di un finanziamento - per un controvalore pari a circa il 30% del capitale della banca, ma invece si accorge di un’operazione analoga, da 300 milioni, di Veneto Banca, suggerendole - ironia della sorte - di farsi comprare da una “banca di alto standing“ come quella vicentina, cosa che suggerisce pure a Banca Etruria, a quanto pare. E sempre a proposito della Popolare di Vicenza - ma qui va chiamato in causa anche chi ha preceduto Visco alla guida di Bankitalia, ossia Mario Draghi - perché nessuno abbia avuto niente da ridire sul fatto che dal 2011 al 2013 il dominus di PopVi Gianni Zonin abbia assunto diversi manager provenienti proprio da Palazzo Koch, senza che Palazzo Koch avesse nulla da dire in merito.

Non ci sarebbe nemmeno da spiegare, in un Paese normale: basterebbe chiedersi, molto tranquillamente, perché tutte le crisi bancarie di questo Paese, Montepaschi a parte, si sono palesate agli occhi dell’opinione pubblica a partire dal 2014, ossia da quando la vigilanza del sistema bancario italiano è passata da Palazzo Koch, Roma, a Eurotower, Francoforte.

Ancora, bisognerebbe chiedersi perché nonostante le ispezioni nessuno, a Via Nazionale, si sia accorto che Banca Etruria era sull’orlo del crac, visto che la procura di Arezzo ha assolto i vertici della banca degli orafi dal reato di ostacolo alla vigilanza. O perché le sofferenze lorde dei crediti concessi dalle banche italiane sono aumentate dai 118 miliardi di inizio 2012 ai 212 miliardi di maggio 2017 quando da Bankitalia e dintorni l’unica spiegazione che arriva è che le banche hanno risentito della crisi economica, senza chiedersi se c’entrino qualcosa il capitalismo di relazione e i rapporti personali e fiduciari tra chi gestisce le banche e chi ha bisogno dei loro soldi.

E ancora, perché Bankitalia abbia ritenuto e continui a ritenere perfettamente normale che le banche sottocapitalizzate si finanzino vicendevolmente gli aumenti di capitale, comprando azioni l’un l’atra, come ha raccontato Fabrizio Patti proprio su Linkiesta. O, per venire a casi più recenti, perché Banca d’Italia abbia dato il proprio beneplacito - c’è chi dice pure un esplicito sostegno - all’acquisizione di Tercas e Caripe da parte di Banca Popolare di Bari, nonostante diverse ispezioni del 2013 avessero rilevato che la Banca barese avesse erogato prestiti importanti senza verifiche adeguate sulla solidità del cliente, cosa che l’impennata di crediti deteriorati e rettifiche di valore tra il 2013 e il 2014 ha confermato nella sua drammaticità. Anche in questo caso, da Palazzo Koch nemmeno un refolo di vento.

In un Paese normale, il Parlamento chiederebbe conto di tutto questo al Governatore della Banca d’Italia (e al suo capo della vigilanza Barbagallo), visto il salasso pubblico che si è reso necessario per tamponare le falle del sistema bancario, tanto necessario, quanto impopolare. In un Paese normale, tutti si accoderebbero a Renzi e al Partito Democratico nel pretendere un cambio di direzione, soprattutto chi ha sbraitato per anni contro il governo delle banche, in nome dei risparmiatori traditi, anziché criticare l'irritualità della forma istituzionale. A quanto pare, invece, in un Paese che si chiama Italia, Visco rimarrà al suo posto per altri sei anni. Che lo spread ce la mandi buona.

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