In Europa le donne non contano nulla

Nessuno dei 47 paesi del Consiglio d'Europa ha almeno il 40% di donne nei principali ruoli politici e pubblici. Federica Mogherini, Angela Merkel e Theresa May sono le eccezioni che confermano la regola

Leader Ue_Linkiesta

JANEK SKARZYNSKI / AFP

JANEK SKARZYNSKI / AFP

18 Ottobre Ott 2017 1125 18 ottobre 2017 18 Ottobre 2017 - 11:25

Ci hanno fatto nascere, ce ne innamoriamo, dedichiamo a loro canzoni, film e poesie. Vanno meglio di noi a scuola, lavorano le nostre stesse ore, guadagnando meno. Ma non riescono quasi mai a ricoprire una posizione di potere. In Europa le donne non contano ancora nulla. Federica Mogherini alla Commissione europea, Angela Merkel in Germania, Beata Szydlo in Polonia, Theresa May nel Regno Unito sono solo eccezioni che confermano la regola. Dietro c’è un esercito di uomini tra capi di governo, ministri, deputati, sindaci e funzionari. L’Europa continua a essere comandata dagli uomini.

Lo sostiene un report del Consiglio d’Europa, segnalato dal quotidiano Politico, sulla partecipazione equilibrata tra donne e uomini nei processi decisionali. Equilibrata, si fa per dire. Dal 2003 a oggi nessuno dei 47 Stati del Consiglio d’Europa è riuscito a raggiungere l’obiettivo di avere almeno il 40% di donne nelle posizione pubbliche e politiche più importanti. Per capirci, in questo momento, sicuramente 7 politici su 10 dei parlamentari, ministri e capo di governo europei sono uomini. In quattordici anni solo Svezia e Finlandia hanno raggiunto l’obiettivo, ma solo per le camere basse. Gli altri parlamenti che siano italiani o francesi o maltesi, sono ancora a maggioranza maschile. E in media le deputate e senatrici non sono mai più di 1/4.

L'87,8% dei capi di Stato o di governo in europa sono uomini. E dire che dal 2005 a oggi il leader, o meglio la leader, più forte e influente nell’Unione europea è Angela Merkel. La cancelliera ha visto passare tutti i leader dei paesi più influenti, rimanendo sempre lì: sei presidenti del Consiglio italiani, quattro presidenti della Repubblica francesi, e altrettanti premier inglesi. Tutti uomini, tranne Theresa May. Ma la leader inglese è di passaggio, saluterà presto l’Unione europea una volta finito il negoziato Brexit.

Molti elettori in tutta Europa per ragioni culturali non sono ancora pronti ad affidarsi a una donna ai massimi livelli, si dirà. Ma se prendiamo invece le posizioni di potere, anche quelle non di spicco, la situazione non cambia: la media di donne con incarichi rilevanti non arriva al 20%. Il dato non stupisce. Pensate a quanti sindaci donna vi vengono in mente: Virginia Raggi a Roma, Chiara Appendino a Torino. E poi? Ecco. A capo delle città italiane ed europee, solo nel 13,4% dei casi c'è una donna. Uno degli incarichi con più percentuale di uomini, dopo i diplomatici.

Prendiamo anche la Commissione europea. Jean Claude Juncker subito dopo esser stato eletto presidente nel novembre 2014 ha lavorato con gli Stati nazionali per ricevere candidature femminili. In cambio aveva promesso ruoli di prestigio. Voleva dare l’immagine di una commissione a trazione femminile. In parte c’è riuscito. Federica Mogherini ha forse il ruolo più prestigioso di alto rappresentante dell’Unione, ma senza un esercito europeo non è un ruolo così decisivo come sembra. Ci sono anche Margrethe Vestager commissaria alla concorrenza e Cecilia Malmström al Commercio e Marianne Thyssen all’occupazione. Rispetto al resto d’Europa niente male.

Ma se andiamo a guardare nei ruoli centrali della commissione, quelli che subiscono di più l’attenzione della stampa e gli interessi degli Stati ci sono solo uomini. Pierre Moscovici agli Affari economici e monetari, Dimitris Avramopoulos all’immigrazione, Günther Oettinger all’economia. Il presidente del Consiglio europeo? Donald Tusk. Il presidente del Parlamento europeo? Antonio Tajani. Il presidente dell’Eurogruppo? Jeroen Dijsselbloem. Capigruppo dei tre principali eurogruppi europei? Manfred Weber, Gianni Pittella e Guy Verhofstadt. Uomini, uomini, uomini. Se Vestager si è guadagnata i titoli di giornale per le sue azioni è solo merito della sua ambizione politica.

Una settimana fa è uscito anche il Gender equality index, l’indice che misura i progressi fatti dal 2005 al 2015 per la parità di genere. 100% è il massimo e la Svezia, anche qui, è l’unico Paese che ha fatto meglio di tutti con 82,6%. Il dato drammatico non è il risultato dei fanalini di coda Grecia e Ungheria che arrivano a malapena 50% ma della media dell’Unione europea: solo quattro punti percentuali in più rispetto al 2005. Una crescita da lumache. In questa tragedia, l’Italia è il Paese che è migliorato di più negli ultimi dieci anni, guadagnando quasi 13% e arrivano al 14esimo posto. Ma c’è ancora strada da fare.

La situazione è la stessa, se non peggio per le donne che non fanno politica. Lo conferma un rapporto della commissione europea uscito a marzo: a questo (non) ritmo, ci vorranno almeno cento anni prima di ridurre il divario negli stipendi tra uomini e donne. Paga, occupazione e ore di lavoro sono rimaste le stesse negli ultimi anni. E dal 2005 a oggi non si sono fatti passi in avanti.

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