Cinque buone ragioni per dire no ai referendum di Maroni e Zaia

Il voto del 22 ottobre? Meglio stare a casa, o votare No: un piccolo compendio tra questioni malposte, bufale conclamate e strumentalizzazioni politiche. Più dell’autonomia, a Lombardia e Veneto serve un po’ di serietà

Zaia Maroni Linkiesta
19 Ottobre Ott 2017 1121 19 ottobre 2017 19 Ottobre 2017 - 11:21

E così, ci siamo. Domenica 22 ottobre, 15 milioni di lombardo veneti - un quarto della popolazione italiana - andranno a votare per chiedere più autonomia dal governo centrale. Lo strumento è quello del referendum consultivo, che secondo i proponenti - i consigli regionali di Lombardia e Veneto - dovrebbe garantire alle due regioni “locomotiva d’Italia” più potere negoziale in fase di trattativa per ottenere il cosiddetto regionalismo differenziato previsto dall’articolo 116 della Costituzione, che consentirebbe a Lombardia e Veneto di occuparsi di tutte o alcune delle 23 materie che la costituzione stessa definisce di competenza concorrente tra Stato e Regioni. Una trattativa che i due governatori Roberto Maroni e Luca Zaia dicono di non essere mai riusciti a intavolare.

Spiacente deludere gli autonomisti e i secessionisti, quindi. Non si parla di questo, domenica. Ma spiacenti anche di deludere i promotori e i sostenitori dei quesiti referendari, ma il rischio concreto di avallarne l’afflato autonomista è quello di legittimare una pagliacciata politica, fatta di questioni malposte, palesi mistificazioni, strumentalizzazioni politiche. Che, in definitiva, una questione seria come quella dei rapporti tra i diversi livelli di governo del Paese - che in questi anni, va sottolineato, ha molto penalizzato la periferia rispetto al centro - sia il cavallo di Troia per tirare la volata elettorale a Maroni alle prossime regionali lombarde, o al Carroccio alle prossime elezioni politiche. Coi soldi dei lombardi e dei veneti, a proposito di autonomia.

Primo: se ne poteva fare a meno (e fare molto più in fretta, senza spendere soldi)
Questa l’avete sicuramente già sentita, ma repetita iuvant. Lo scorso 17 luglio l’Emilia - Romagna ha deciso che voleva pure lei un po’ di autonomia in più. Detto fatto: il presidente Stefano Bonaccini ha richiesto al Governo Gentiloni l’applicazione dell’articolo 116 della Costituzione, con l’obiettivo di capire «come avere maggiore autonomia rispetto ad alcune materie di competenza, per decidere qui come spendere una parte di risorse che arrivano dallo Stato e meglio utilizzarle». Ieri, tre mesi esatti dopo quella decisione, è stata firmata la dichiarazione d’intenti con cui Governo e Regione inizieranno l’iter congiunto per decidere quali possano essere le materie che sarebbe meglio lo Stato trasferisse all’Emilia - Romagna. Lo ripetiamo: tre mesi, zero euro. L’iter per il referendum lombardo, per la cronaca, è iniziato il 17 febbraio 2015, con la proposta del consigliere leghista Stefano Bruno Galli e costerà 50 milioni. Diciamo che l’efficienza lombardo-veneta non ne esce benissimo, diciamo.

Secondo: è una strumentalizzazione politica
E allora perché facciamo questi referendum se sono inutili, vi chiederete voi. Stando a quel che dicono Maroni e Zaia, perché avevano chiesto più volte l’applicazione dell’articolo 116 ma il Governo da quell’orecchio non ci ha mai sentito. La velocità con cui l’Emilia - Romagna ha ottenuto più autonomia iniziato l'iter per avere più autonomia non gioca a favore di questa tesi, ma è un fatto che la riforma costituzionale bocciata dal referendum del 4 dicembre limitasse gli ambiti di espansione delle Regioni e che quindi Zaia e Maroni abbiano deciso di procedere altrimenti. Detto questo, quella riforma è stata bocciata e quindi non si capisce che senso abbia, ora, il ricorso alle urne. Se non quello, ovviamente, di legittimare la leadership di Zaia e Maroni alla vigilia - guarda un po’ - delle elezioni politiche nazionali e di quelle regionali in Lombardia. Non si spiegherebbe altrimenti la volontà di richiedere più autonomia in materia di sicurezza, immigrazione e ordine pubblico - ri-guarda un po’: le tre priorità della Lega Nord - materie che sono di competenza esclusiva dello Stato.

Il referendum e la successiva applicazione dell’articolo 116 non faranno aumentare le risorse a disposizione della Lombardia e del Veneto. Semplicemente, i soldi che lo Stato allocava per occuparsi di materie di sua competenza, li trasferirà alla Lombardia che si occuperà delle medesime materie: «A me non interessa avere maggiori competenze, quanto maggiori risorse, voglio tenere il 50 per cento del residuo fiscale, con le competenze che ho», ha detto Maroni qualche mese fa. Ecco, perfetto: se questo è quel che vuoi, il referendum non serve a nulla

Terzo: no, non arriveranno più soldi da Roma
Se pensate che quella di una polizia lombarda o di regole lombarde sui richiedenti asilo siano le bufale migliori, è perché non abbiamo ancora parlato di residuo fiscale - ossia la differenza tra i soldi che i lombardi pagano in tasse e quel che ricevono sotto forma di servizi - la balla migliore di tutte. Nei numeri, innanzitutto: secondo Maroni il residuo è quantificabile in 54 miliardi. Peccato che la fonte citata (Eupolis) dica che quei miliardi sono 47. E che altri studi un po’ più indipendenti - come ricorda Paolo Balduzzi su LaVoce.info - parlino di un residuo di circa 30 miliardi di euro. Tantissimi, direte voi. Certo. Ma in parte sono giustificati, purtroppo. Perché la Lombardia ha un Pil procapite di 36mila euro, contro i 30mila dell’Italia nel suo complesso, e purtroppo a chi è più ricco tocca pagare un po’ di più, indipendentemente da dove vive. Ma anche se non foste d’accordo con questa tesi, abbiamo una notizia per voi: il referendum e la successiva applicazione dell’articolo 116 non faranno aumentare le risorse a disposizione della Lombardia e del Veneto. Semplicemente, i soldi che lo Stato allocava per occuparsi di materie di sua competenza, li trasferirà alla Lombardia che si occuperà delle medesime materie: «A me non interessa avere maggiori competenze, quanto maggiori risorse, voglio tenere il 50 per cento del residuo fiscale, con le competenze che ho», ha detto Maroni qualche mese fa. Ecco, perfetto: se questo è quel che vuoi, il referendum non serve a nulla.

Quarto: regionalizzare moltiplica i costi
A proposito: siete convinti che decentralizzare centri di costo porti automaticamente a una maggior efficienza? Se sì, abbiamo cattive notizie per voi. In Italia non funziona così. Soprattutto se risorse e competenze prendono la strada degli enti regionali. Caso di scuola perfetto: la sanità, che è diventata di competenza regionale nel 2001, a seguito della riforma del titolo quinto della costituzione. Risultato? L’ufficio studi di Confartigianato ha calcolato che stando ai dati dell’Istat, la spesa sanitaria tra il 2003 e il 2013 è cresciuta del 32,7%. Sorpresona: le Regioni che hanno aumentato maggiormente la loro spesa sanitaria sono quelle del nord. A guidare la classifica due territori a statuto speciale: il Friuli-Venezia Giulia, con una crescita della spesa sanitaria pari al 49,6% e la Provincia Autonoma di Trento, che in dieci anni ha visto aumentare i costi del 47,8%. Nelle prime posizioni ci sono anche la Lombardia (+46,9%), l’Emilia-Romagna (+44,7%) e la Toscana (+42,6%).
Il tutto finanziato, perlomeno al Nord, con imposte e addizionali regionali. Quindi, a ben vedere, con un aumento della pressione fiscale. Se dietro questa eccellenza sanitaria si nascondano sprechi, inefficienze, corruzione non ci è dato saperlo: sappiate però che la tangente sulla sanità lombarda è ormai un genere letterario a sé. E che il padre della riforma sanitaria lombarda, il leghista Fabio Rizzi, è sotto inchiesta per presunte tangenti legate a servizi odontoiatrici.

Quinto: Lombardia e Veneto non sono necessariamente meglio dell’Italia
Dovreste esserci già arrivati da soli, insomma: essere ricchi non significa necessariamente essere virtuosi o efficienti. Meglio ancora: una regione ricca non ha necessariamente amministratori efficienti. Semplicemente, gli sprechi si vedono meno, perché c’è meno necessità, meno urgenza, perché è più facile trovare alternative. Ad esempio, in Lombardia, dove ci sono tanti soldi, si nota poco che un’autostrada deserta come la BreBeMi sia costata 2,4 miliardi contro gli 800 milioni preventivati. O che lo stesso destino sia toccato alla Tangenziale Esterna Est Milano, in arte Teem, deserta e con pedaggi costosissimi, che è costata altri 2,2 miliardi di euro. Per non parlare, ovviamente, della Pedemontana Veneta, 94 km per 3,4 miliardi di euro, con corollario di un project financing fallito. O della cattedrale nel deserto dell’Aeroporto di Malpensa. O dei ritardi chilometrici, a causati delle liti tra Regione Lombardia e Comune di Milano, che stavano rischiando di far saltare Expo. O, giusto per chiudere in bellezza, agli scandali di corruzione legati a Expo e al Mose, con ipotesi di reato e tangenti monstre che fanno impallidire Mafia Capitale. Ma il problema è Roma, ça va sans dire, o alla peggio Bruxelles.

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