Sesso e potere, il caso Weinstein è solo la punta dell'iceberg

Variety e Hollywood Reporter dedicano le copertine al caso Weinstein mettendo alla gogna il produttore e trattandolo come l'orco cattivo. Eppure quegli stessi giornali sapevano tutto e l'hanno coperto, così come hanno fatto attori, attrici, sceneggiatori e giornalisti

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19 Ottobre Ott 2017 1140 19 ottobre 2017 19 Ottobre 2017 - 11:40

Ci sono due modi per interpretare quello che sta accadendo in queste settimane a Hollywood e che già in molti considerano lo scandalo del secolo, perlomeno nel mondo dello spettacolo. Il primo modo è vedere lo sputtanamento dell'orco Weinstein come la tardiva e faticosa vittoria della società contro un suo elemento deviato, mostrificato e impazzito. Il secondo modo è vedere la deposizione, anzi la defenestrazione di Weinstein come una ghiotta opportunità per Hollywood, un microuniverso costruito sul ricatto, la sudditanza, i rapporti di forza e la violenza, di ripulirsi la facciata e rifarsi una morale.

Nonostante la speranza di (quasi) tutti riponga sulla prima delle due strade, alcuni segnali fanno presagire la strisciante vittoria della seconda. Uno di questi segnali sono due copertine dei più importanti settimanali americani dedicati al mondo dello spettacolo, Variety e The Hollywood Reporter, che usano le cover dei rispettivi ultimi numeri esattamente come si usava la gogna nel medioevo. Ci piazzano la facciazza di Weinstein ben mostrificata e un titolo. L'Hollywood Reporter sceglie “Exposed” — traducibile con un beccato, sgamato, incastrato — mentre Variety sceglie, ancora più definitivamente, un'espressione mutuata dai videogiochi, “Game Over”.

Il gioco è finito, insomma, abbiamo beccato l'orco e ora le notti dei nostri figli sono al sicuro. Ma ne siamo proprio sicuri? Magari. Qui il problema è che è proprio tutto il contrario e in tutti noi alberga la certezza mista al timore che il metodo Weinstein sia enormemente più diffuso. Ben oltre i confini di Hollywood e del mondo cinematografico. Che sia ovunque.

La campagna di sensibilizzazione sul tema lanciata su Facebook usando l'hashtag #metoo sta avendo almeno un merito: fare emergere una realtà che forse in molti, soprattutto tra gli uomini, non sospettavano, o facevano di tutto per non sospettare. Ovvero che la violenza, la prevaricazione, la molestia, non sono soltanto azioni inequivocabili e apertamente violente come uno stupro, ma si nascondono anche dietro atteggiamenti, sguardi, espressioni, battute, gesti quotidiani di cui magari non ci accorgiamo nemmeno più.

Il problema vero, dunque, non è tanto il Weinstein in sé, ma il Weinstein in me, in te, in noi. Per questo vedere un settimanale come Variety che titola con “Game Over” è assistere alla vittoria dell'ipocrisia, piuttosto che a un urlo liberatorio di tutto un mondo che fino a l'altro ieri era soggiogato da un imperatore-mostro

Di più, quello che emerge dalla enorme quantità di coming out è anche che al centro di questo universo di prevaricazioni non c'è solo un orco, né un unico e ben identificabile mostro finale: ce ne sono milioni. Il problema vero, dunque, non è tanto il Weinstein in sé, ma il Weinstein in me, in te, in noi. Per questo vedere un settimanale come Variety che titola con “Game Over” è assistere alla vittoria dell'ipocrisia, piuttosto che a un urlo liberatorio di tutto un mondo che fino a l'altro ieri era soggiogato da un imperatore-mostro.

Come ha fatto emergere la lettera aperta dello sceneggiatore Scott Rosenberg, tradotta in italiano da Dagospia, la verità è che sapevano tutti, tutto. Sapevano gli attori, le attrici, ma anche gli altri produttori, gli sceneggiatori, ma soprattutto sapevano i giornalisti. In un articolo pubblicato dall'HuffPost, per esempio, si racconta del ventennio passato da Peter Bart alla direzione di Variety e delle innumerevoli volte che, proprio lui, il direttore, uno dei giornalisti più influenti del settore, metteva a tacere ogni storia che filtrava sugli abituali soprusi di Weinstein.

In un contesto dove tutti sanno, dove tutti permettono e dove tutti proteggono, è molto difficile, almeno se si vuole conservare l'onestà intellettuale, credere che, come titola Variety, il gioco sia realmente finito. Perché la caduta del dio Weinstein non è la fine del gioco, è, al contrario, il punto di partenza di una battaglia civile che sarebbe il caso di combattere ben oltre i confini di Hollywood. Ed è una battaglia che c'entra con l'arroganza e la laidezza del potere. Per vincerla non serve a niente tirare giù il tiranno e festeggiare l'inizio di un mondo nuovo. Per vincerla, quel mondo nuovo lo si deve costruire da zero, mattoncino dopo mattoncino.

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