L’Unione Europea è l’istituzione più efficiente del mondo (ma gli Stati la vogliono morta)

Additata a causa di tutti i guai, l’Ue in realtà è un’istituzione efficiente e generosa, che ha il solo difetto di essere debole politicamente. Viotti (Pd): «Se passa la linea Macron saranno tagliati Erasmus e Garanzia Giovani: che europeismo è questo?»

Europa Bandiera Linkiesta
21 Ottobre Ott 2017 0745 21 ottobre 2017 21 Ottobre 2017 - 07:45

Eurobubble, cioè Eurobolla. Così viene chiamato quel dedalo di palazzi di vetro, corridoi, scale mobili nel centro di Bruxelles da chi ci lavora dentro, sia esso un europarlamentare, un funzionario, un lobbista. Un nome - mutuato da una web series di qualche anno fa, spiegano i più informati - che racconta l’alterità di questi luoghi rispetto a tutto quel che li circonda: Bruxelles, il Belgio, il resto del Vecchio Continente. Già, perché in pochi sanno cosa succede qua: che differenza ci sia tra Unione Europea, Parlamento Europeo, Commissione Europea e Consiglio Europeo, ad esempio. Che cosa facciano gli europarlamentari, i burocrati, gli ambasciatori e gli sherpa. O ancora, come, dove e quanti soldi vengano spesi da questa wannabe Washington D.C. in vetrocemento e acciaio.

«Matteo Renzi ha una bella idea di Europa e io, pur contestandolo molto, sono convinto sia un europeista convinto. Sono altrettanto convinto, però, che pure lui, che è stato Presidente del Consiglio per quasi tre anni, conosca e capisca poco i meccanismi attraverso cui funzionano le tre istituzioni europee». A parlare è Daniele Viotti, giovane europarlamentare torinese del Partito Democratico - o meglio, del gruppo dei socialisti e democratici europei. Al suo primo mandato a Bruxelles, esponente di punta del movimento lgbt italiano, militante politico fin dalla più tenera età, Viotti è uno di quelli che sono entrati grazie al clamoroso successo del Pd alle elezioni europee del 2014, quelle del 40,8%. Oggi è “relatore ombra” - così si chiama l'esponente del partito di opposizione, in questo caso junior partner della grande coalizione Ppe-S&D - del bilancio europeo del 2018.

Non è la giornata più semplice, per lui: «Sono un po’ preoccupato - spiega -, perché ho appena scoperto che da due fonti diverse che in una delle ultime discussioni in Consiglio Europeo, ambienti legati al presidente francese Emmanuel Macron hanno ribadito più volte che la posizione francese sul bilancio europeo sarà molto rigida, che lui non vuole spendere un Euro in più di quanto deciderà il Consiglio, che non c’è nessuno spazio di trattativa con l’Europarlamento: se andranno avanti su questa linea, vuol dire tagli a Garanzia Giovani, tagli all’Erasmus, tagli ai fondi per la ricerca, per gente che già li stava spendendo, quei soldi, convinta che ci fossero. Vuol dire uccidere la capacità del Parlamento Europeo di fare politica». Se volevate un caso scuola di come gli Stati - nonostante le belle parole, nonostante l’inno alla Gioia - si ritrovino costantemente a opporsi al progetto di rafforzamento dell’Unione Europea, eccovi accontentati.

«Macron non vuole spendere un Euro sulle politiche europee: vuol dire tagli a Garanzia Giovani, tagli all’Erasmus, tagli ai fondi per la ricerca, per gente che già li stava spendendo, quei soldi, convinta che ci fossero. Vuol dire uccidere la capacità del Parlamento Europeo di fare politica»

Forse però c’è da fare un passettino indietro. E raccontare più nel dettaglio come funzionano i complessi meccanismi che tengono in vita le istituzioni dell’Eurobolla, il loro costo di funzionamento, la ratio delle loro scelte iperregolatorie, i benefici che offrono ai cittadini europei. Perché vista da qua - spoiler - è tutta un’altra storia. Parliamo dei costi dell’Unione, ad esempio, che i media nazionali raccontano come un pachiderma costoso e improduttivo: «Una bugia clamorosa - argomenta Viotti -, il costo dell’Unione Europea , dalle sedi agli stipendi dei funzionari, dai parlamentari alle pensioni, dalle traduzioni alle sedi estere, è pari a meno di 10 miliardi di euro, il 6% del suo bilancio. Il costo di funzionamento del Comune più efficiente d’Italia, e non parlo di Stato e Regioni per carità di patria, è pari al 30% circa, a voler essere generosi».

Sono soldi degli Stati, però, argomenterebbero i più euroscettici, trasferimenti ingiustificati a fronte di un'istituzione efficiente. Vero. Ma è vero anche che il 94% di quei 160 miliardi, circa 150 miliardi, è totalmente reinvestito, «in progetti come Horizon 2020, ad esempio: secondo te con che soldi fa ricerca la nostra università?» Non solo, continua Viotti: anche il restante 6% ha un valore enorme: «Che valore ha per le nostre imprese avere un mercato comune? Quando vale la concorrenza sulle tratte ferroviarie tra Roma e Milano? Quanto vale il fatto che hai una mutua comune europea che se sei al confine puoi andarti a curare negli stati limitrofi? Quanto vale l’abolizione del roaming? Sono cose che costano perché leggi e trattati le deve fare qualcuno e ci vuole un organismo che metta d’accordo tutti. E burocrati che fanno leggi, trattati e regolamenti».

Già, i burocrati - o meglio, gli Eurocrati, come li chiama una pagina Facebook diventata un piccolo cult che li celebra: gli ottusi funzionari che regolamentano tutto, dalla quantità di latte nei formaggi al calibro delle vongole. Una fiera dell’assurdità apparente, secondo Viotti: «Per quanto possa sembrare pazzesco, questa sovraregolazione ci permette di affermare, senza ombra di dubbio, che viviamo nel continente che in cui c’è la miglior tutela al mondo del consumatore: se l’aspettativa di vita in Europa è altissima è pure merito loro, no? - spiega -. Gli americani non regolamentano nulla, e infatti hanno il pollo al cloro. E il paradosso è che quelli che manifestano contro il Ceta e il Ttip sono gli stessi che poi se la prendono con la burocrazia europea per i suoi regolamenti restrittivi. Fate pace con voi stessi!»

Non è costosa, non è inefficiente, non è nemmeno ottusa nelle sue regolamentazioni. Avrà pure un difetto, l’Unione Europea? Sì, secondo Viotti: è dipendente dai soldi degli Stati: «L’Unione Europea funzionerebbe molto meglio se potesse imporre una propria tassazione, se avesse autonomia fiscale». Oggi funziona così: a marzo il Parlamento vota le linee guida del bilancio dell’anno successivo. A maggio la Commissione lo presenta. A giugno finisce nelle mani del Consiglio dei ministri dell’Unione Europea che taglia tutto. Poi torna in mano al Parlamento che alza di nuovo le poste e si finisce a sbrogliare la matassa in un consesso tra le tre istituzioni che viene chiamato “trilogo” o conciliazione.

Il risultato, di solito, è una mediazione al ribasso a vantaggio del Consiglio, che ha in mano i cordoni della borsa: «La cosa buffa, però, è che ci tolgono soldi che già ci avevano dato in sede di quadro finanziario - spiega Viotti - Ad esempio, nel bilancio pluriennale che avevamo votato nel 2013 per il periodo 2014-2020, che dice che noi dovremmo spendere l’1% del Pil europeo. Anno dopo anno, siamo scesi allo 0,8%, perché gli Stati non ci danno soldi. Poi però ci chiedono di fare l’azione preparatoria per la difesa comune, che da sola costa 23 milioni di euro all’anno. Comandano loro, non c’è niente da fare: e continuerà così fino che Parlamento e Commissione non avranno risorse proprie». La proposta è semplice: mani libere per tassare le multinazionali che fanno profitti in Europa in virtù del fatto che esiste il mercato unico e poi hanno sede nei paradisi fiscali, ad esempio. E in cambio un dimezzamento dei contributi che gli Stati erogano.

«Io da quando sono qua ho partecipato a tre conferenze high level organizzate da Wolfgang Schauble sul quadro finanziario 2020-2027. Capisci? Era appena partito il quadro 14-20 e loro già si occupavano del bilancio successivo»

Servirà a ridare un po’ di popolarità all’Unione, tanto più in Italia? Per Viotti ci sono molte altre cose da fare. Ad esempio, imparare ad attrarre e a usare i fondi europei. O, ancora meglio, imparare a fare pressioni per allocarli dove più conviene all’Italia: «Per far questo, però, devi saper fare programmazione - osserva Viotti - e noi non ne siamo capaci. Io da quando sono qua ho partecipato a tre conferenze high level organizzate da Wolfgang Schauble sul quadro finanziario 2020-2027. Capisci? Era appena partito il quadro 14-20 e loro già si occupavano di quel bilancio. Venivano qui, invitavano i pezzi grossi della Commissione e gli spiegavano la strategia della Germania, la loro visione, l’importanza di mettere i soldi dove volevano loro. Noi di queste conferenze non ne abbiamo mai fatta una, andiamo in ordine sparso: c’è il documento del governo, quello delle regioni, quello delle euroregioni, della confindustria, dei sindacati, delle piccole imprese. La Germania viene qua con la voce del governo, la più autorevole che ha, e dà la sua linea. Noi che linea possiamo dare, se ognuno fa per sé?».

Bella domanda. La cui risposta, probabilmente, è uno scivolamento verso la spirale dell’euroscettismo, con gli Stati che con una mano tolgono risorse all’Europa e con l’altra puntano il dito e ne biasimano l’inutilità: «Si sta andando verso un'Europa a velocità differenti, su più materie, in cui gli accordi tra gli Stati conteranno sempre di più e le istituzioni sempre meno - riflette amaro Viotti -. A me invece piacerebbe un’Unione Europea in cui il presidente del consiglio e quello della commissione sono la stessa persona, con un ministro delle finanze europeo sotto controllo democratico, con un Parlamento che ha tutti i poteri che dovrebbe avere. Con una difesa comune figlia della cooperazione rafforzata tra Stati». E ancora, prosegue, «Mi piacerebbero elezioni con liste transnazionali, dove un italiano può votare un francese o un tedesco e viceversa. Dobbiamo uscire prima noi dalla logica che le elezioni europee siano appendici delle elezioni nazionali». Un messaggio a Renzi e alla retorica del 40,8%? «È sintomatico che abbia esultato per quel risultato quando in realtà avrebbe dovuto dispiacersi per non essere riuscito a far eleggere Schulz a presidente della Commissione. Posto che oggi con Juncker abbiamo un presidente di commissione che è molto più a sinistra di Schulz». Per fortuna, aggiunge. Qui nell’Eurobolla, in effetti, non tutto è come appare.

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