“Non sapremo mai se qualcuno ha ucciso David Rossi”

A parlare è il giornalista Davide Vecchi in libreria con "Il caso David Rossi, il suicidio imperfetto dal manager Monte Paschi di Siena" (Chiarelettere). Dna, filmati e reperti per ormai sono irrecuperabili per colpa di indagini fatte in modo sciatto

Monte dei Paschi_Linkiesta

FILIPPO MONTEFORTE / AFP

FILIPPO MONTEFORTE / AFP

21 Ottobre Ott 2017 0745 21 ottobre 2017 21 Ottobre 2017 - 07:45

È proprio una brutta storia, di quelle che fanno male al cuore. È la storia della morte di David Rossi, in quella fredda sera di pioggia del 6 marzo 2013, nel pieno della bufera che investe il Monte dei Paschi di Siena. Rossi è il potente direttore della comunicazione della banca, braccio destro di quel Mussari che da pochi mesi ha lasciato l’istituto. Due inchieste dicono a chiare lettere chi si tratta di un suicidio, causato dal fortissimo stress di quei mesi, acuito da una perquisizione che il Rossi subisce dieci giorni prima. La tesi ufficiale non è però mai stata accettata dalla famiglia e in particolare dalla moglie, che proprio in questi giorni è tornata a far sentire la sua voce. Così hanno fatto Le Iene, con diversi servizi dedicati al caso, tutti volti ad evidenziare dubbi sulla tesi ufficiale e lacune nelle inchieste.

Arriva in questi giorni in libreria il lavoro di Davide Vecchi "Il caso David Rossi, il suicidio imperfetto dal manager Monte Paschi di Siena", (Chiarelettere) giornalista de Il Fatto Quotidiano che segue da sempre questa vicenda. Un libro serio e forte, di quelli che rendono onore al nostro mestiere come lo hanno interpretato i veri maestri. Un libro che non ha una tesi d’indirizzo, ma che certamente non ci porta a concludere che il suicidio possiamo darlo per certo e che non ci consente di dire che sappiamo tutto di quella maledetta sera. All’autore chiediamo di ripercorrere con noi quelle che paiono le quattro più importanti “lacune” della versione ufficiale che, va ribadito, sono scolpite in due diversi e successivi provvedimenti di archiviazione.

La prima di queste anomalie riguarda quello che sappiamo da un video della caduta mortale di David Rossi, delle evidenze sul suo povero corpo e della scena che si presenta agli investigatori nel vicolo della tragedia. Cosa non funziona qui?
La seconda inchiesta ha avuto il merito di far emergere con chiarezza quanto male si è investigato nella prima. Perché a distanza di tre anni arriva un nuovo magistrato e va a cercare tutti gli elementi più importanti di questa storia, immaginando di trovarli nella prima inchiesta. Ma semplicemente non li trova. Così vengono fuori dei buchi clamorosi. Facciamo qualche esempio. Perché abbiamo un solo video quando le telecamere sono più di dieci? Ma non solo. Nel filmato si vede un oggetto che cade, probabilmente l’orologio di Rossi. Che però atterra lontano dal corpo ma viene ritrovato vicino. Perché? E ancora. C’è una confusione inaccettabile intorno ai telefonini di Rossi, che nei minuti successivi alla sua morte sono stati toccati, compulsati, forse anche utilizzati. E che dire dei fazzoletti di carta sporchi di sangue? Vengono trovati ma poi distrutti pochi mesi dopo su disposizione del magistrato.

Anche la “meccanica” dell’accaduto pare poco credibile.
Non voglio emettere un mio giudizio. Voglio rifarmi esclusivamente agli atti d’indagine. Ad esempio riportando le perizie delle parti, anche quelle disposte della Procura della Repubblica. Penso al colonnello Zavattaro del RIS, incaricato dal titolare della seconda inchiesta Boni. Bene questa perizia afferma senza possibilità di equivoco che la dinamica descritta nella prima inchiesta non è realistica.

E cosa possiamo dire sull’attività telefonica, a cominciare dall’utenza dello stesso Rossi?
Qui c’è una evidenza incontrovertibile. Qualcuno ha usato quel telefonino non solo prima dell’arrivo degli agenti della Polizia di Stato nella stanza di Rossi, ma anche dopo. Qualcuno risponde, ad esempio, ad un telefonata di Daniela Santanchè dopo le 21.30 di quella sera, cioè dopo l’avvio ufficiale dei rilievi investigativi nell’ufficio. Ma nessuno sa chi ha risposto a quella telefonata. E la stessa Santanchè dice di non ricordare o comunque di non volerne parlare (noi abbiamo provato a chiederglielo). E quella telefonata non è l’unica attività di quel telefono che non è stata chiarita. La sensazione è proprio di una inchiesta che parte assumendo il suicidio come esito dell’investigazione e che quindi si adegua in ogni momento a questa impostazione.

Anche l’ultima ora di Rossi va chiarita. Corridoi percorse da varie persone, porta del suo ufficio prima chiusa e poi aperta, portiere del palazzo che non ricorda o dà risposte vaghe.
Non c’è dubbio. Se io fossi della famiglia sarei offeso dalla prima archiviazione, che sostiene l’incredibile quando scrive che alle 20.05 Rossi si nasconde in bagno per non farsi vedere da una sua collega (dopo essersi ferito da solo, è l’ipotesi messa nero su bianco dal GIP), mentre invece lui cade nel vicolo alle 19.43. Quindi la collega dell’ufficio stampa passa davanti all’ufficio di Rossi quando lui è già precipitato, senza ombra dubbio. Ma c’è di più. Questa persona ricorda perfettamente di avere visto la porta chiusa, che però risulta aperta quando arrivano gli investigatori. Cosa è successo in quell’ufficio? Nessuno lo riesce a spiegare. È vero che c’è un errore nell’orario indicato dalla telecamera di sorveglianza, dovuto a semplice malfunzionamento del timer interno. Ma l’accertamento del corretto minutaggio dei fatti accaduti non è stato fatto in modo corretto, rendendo assai lacunosa la ricostruzione. Prendiamo ad esempio la testimonianza del portiere Marcucci. Le sue parole hanno dell’incredibile quando spiega coma fa a stabilire se c’è qualcuno ancora in sede. Marcucci dice che il suo metodo è semplice: spegna la luce a tutto il palazzo. A quel punto se c’è ancora qualcuno in ufficio arrivano le telefonate di protesta. In sostanza MPS non ha (nel 2013) un sistema di controllo di ingressi e uscite, il portiere lavora a sensazione sua. Tutto ciò rende impossibile sapere chi c’era quella sera, anche perché delle 12 telecamere interne non abbiamo immagini, perché nessuno le ha acquisite. Lo stesso dicasi per il traffico telefonico registrato nella zona dalle “celle” apposite. Anche qui la prima inchiesta non ne dispone l’acquisizione, quando ci prova Boni è ormai troppo tardi e i dati sono stati distrutti.

Già, i reperti distrutti. Che bisogna c’era? Era così difficile conservarli? Perché è andata così?
Non ho una risposta a questa domanda. Quei reperti ( i fazzoletti sporchi di sangue) vengono distrutti con un provvedimento emesso il 14 agosto del 2013, ancora prima della decisione del GIP di archiviare la prima volta. E addirittura i vestiti di Rossi vengono distrutti il giorno dopo il ritrovamento del cadavere. Onestamente tutta questa fretta non ha giustificazione.

Però credo vada considerato un punto delle parole dell’ex sindaco Piccinini a Le iene: lui ci ricorda come le tesi del suicidio goda di assai poca considerazione in città. Io non voglio credere per definizione all’omicidio. Certo Rossi era in una posizione importante e delicata al tempo stesso. Per questo non mi capacito della adesione immediata da parte della Procura alla tesi del suicidio, con conseguente comportamento investigativo

Però noi sappiamo della forte preoccupazione di Rossi, che addirittura parla di suicidio in una email al nuovo amministratore delegato Viola, e sappiamo dei suoi atti di autolesionismo, testimoniati dai familiari.
Rossi cerca il sostengo di Viola esplicitando di voler andare a parlare con i magistrati. È evidente la sua ansia nelle ultime giornate, addirittura il suo timore di finire arrestato. In casa parla attraverso dei bigliettini, perché teme di essere intercettato anche lì. Tutto questo perché? Dieci giorni prima subisce una perquisizione pesantissima, che però finisce con sequestri di scarsa rilevanza. Tutto ciò discende dall’evidente rapporto strettissimo del Rossi con Mussari, che era oggetto principale di quella inchiesta. Però tra i punti mai chiariti della vicenda c’è questo. Rossi ha cercato un contatto con i magistrati oppure no? È in caso affermativo con quale esito? La moglie prova a chiederglielo, ma lui non le risponde, temendo di essere ascoltato con delle cimici dentro casa.

Cosa possiamo dire dei racconti dell’ex sindaco Piccinnni a Le Iene?
Tutto sommato David Rossi era una sua creatura, va ricordato. Non sono in grado di valutare le affermazioni sui “festini”, sarà la Procura della Repubblica di Genova probabilmente a dirci qualcosa di di più. Però credo vada considerato un punto delle parole dell’ex sindaco: lui ci ricorda come le tesi del suicidio goda di assai poca considerazione in città. Io non voglio credere per definizione all’omicidio. Certo Rossi era in una posizione importante e delicata al tempo stesso. Per questo non mi capacito della adesione immediata da parte della Procura alla tesi del suicidio, con conseguente comportamento investigativo. La delicatezza del caso avrebbe richiesto approfondimenti maggiori, più cura dei dettagli, immediato coinvolgimento dei migliori professionisti a disposizione delle forze dell’ordine. Invece tutto finisce con due archiviazioni lacunose, di cui la prima è certamente la peggiore. E con un suicidio che ci riporta a quelli, assai equivoci, di Roberto Calvi d Raoul Giardini.

Come fanno però tutti questi dubbi, questi punti non chiari, a precipitare in due archiviazioni dal segno indiscutibile, cioè concordi nell’indicare il suicidio di Rossi come l’ipotesi più probabile oltre ogni ragionevole dubbio? In fondo ci hanno lavorato magistrati e investigatori per mesi, non possiamo dare valore zero al loro sforzo.
Io non voglio fare pagelle. Certo è che la seconda inchiesta cambia tono, anche nei documenti ufficiali. Però il magistrato che la avvia non completa il lavoro perché destinato ad altro incarico. Fa in tempo a disporre una simulazione dell’accaduto predisponendo un manichino per peso e fattezze simili a quelle del povero Rossi. Purtroppo quella prova non verrà mai eseguita: si tenterà (senza successo) con un vigile del fuoco al posto del manichino. Per non dire del fatto che il colonnello dei carabinieri che arriva tra i primi sul luogo della tragedia (il colonnnello Aglieco, all’epoca comandante provinciale dell’Arma) non viene mai ascoltato dai magistrati, pur essendosi recato anche nell’ufficio di Rossi subito dopo la scoperta del corpo nel vicolo.

La moglie sostiene che Rossi si sentiva minacciato.
Negli atti non c’è evidenza di questo e quindi non ho elementi a sostegno. Della sua preoccupazione fortissima sappiamo con chiarezza, ma non abbiamo elementi per parlare di minacce. Certo, se la moglie dice così avrà motivi per farlo.

È già finita così questa storia a tuo avviso? Resteremo cioè con una versione ufficiale che parla di suicidio e i mille dubbi di cui anche il tuo libro si fa interprete?
Temo di sì. Sono passati troppi anni. Non possiamo cercar tracce di DNA che andavano cercate allora. Non possiamo recuperare reperti distrutti per scelta inspiegabile. Non possiamo analizzare filmati o tabulati che non sono più disponibili. Nella perizia del RIS si avanza l’ipotesi che qualcuno abbia assalito Il Rossi quella sera e che lui abbia tentato di scappare cercando di raggiungere il tetto. Potrebbe essere una spiegazione della dinamica di quella serata drammatica. Ma sarà durissima accertarlo con chiarezza. Forse sarà impossibile.

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