Brexit, Web tax, migranti: l’Europa è impantanata su tutto

Mentre Xi Jinping plasma la Cina dei prossimi decenni, l’Ue rimane bloccata sui dossier più importanti. Macron spinge contro Visegrad e gli europaradisi fiscali ma non ha alleati: Merkel aspetta di fare la coalizione di governo, l'Italia è in campagna elettorale e la Spagna ha la grana Catalogna

Cina Unione europea_Linkiesta

OLIVIER HOSLET / POOL / AFP

OLIVIER HOSLET / POOL / AFP

23 Ottobre Ott 2017 1000 23 ottobre 2017 23 Ottobre 2017 - 10:00

Loro hanno appena ridisegnato la strategia della prima economia al mondo per i prossimi cinque anni, noi siamo ancora fermi da mesi su tre dossier. Xi Jinping ha chiuso il 19esimo congresso del partito comunista promettendo una Cina più aperta agli investimenti stranieri, al libero mercato e alle riforme sul clima. Mentre l’Europa a 27 riunita nell’ultimo Consiglio europeo non è riuscita a fare un passo in avanti sui problemi principali dell’Unione europea: Brexit, Web tax e migranti. La Cina è una dittatura monopartitica che ogni lustro immagina le riforme per i decenni a venire, l’Ue è un’organizzazione internazionale che ha incontri più ravvicinati ma si scopre divisa in tre blocchi. Nessuno vorrebbe fare a cambio, mai. Ma questo è il bello (e il brutto) di organismi internazionali: tranne la Brexit, l’Europa è divisa su tutto.

I leader dei 27 stati si sono riuniti lo scorso giovedì a Bruxelles per discutere dei temi più importanti. Emmanuel Macron aveva un disegno preciso, ma ha perso su tutta la linea. La sua proposta per accelerare sulla web tax europea, una tassa sulle multinazionali che godono di vantaggi fiscali in alcuni Paesi dell’Unione è stata rifiutata. Il presidente francese ha scoperto l’esistenza di un nuovo blocco contrario alle riforme: quello degli europaradisi fiscali. Irlanda, Lussemburgo, Malta e Cipro hanno risollevato le loro piccole economie attraendo gli investimenti dei colossi del web a cui non rinunceranno facilmente. Il progetto di una tassa europea per Google, Facebook e compagnia cantanTech dovrà aspettare.

Macron ricorda il primo Renzi in Europa: una trottola politica che sbatte contro un muro di gomma del tavolo negoziale. L’Ue da decenni non vive più di strappi politici. Figuriamoci quando gli interessi degli Stati sono così polarizzati. Il presidente francese non può contare nemmeno sul completo appoggio degli altri tre grandi Paesi favorevoli alla web tax. La Spagna è alle prese con le conseguenze politiche della tentata indipendenza della Catalogna, l’Italia è già in campagna elettorale per le politiche del 2018 e non si sa chi vincerà, Angela Merkel non è ancora riuscita a formare il suo quarto governo. La cancelliera dovrà concedere qualcosa nella trattativa con il partito della libertà di Christian Lindner (di lui abbiamo parlato qui) e con i verdi. I liberali vogliono il ministero delle Finanze per dare ancora più rigore in Europa. Ovvero il contrario di quello che propone Macron: un ministro delle finanze europeo più interessato a spendere e investire che a vigilare sui conti degli Stati. In ogni caso, senza l’appoggio dei grandi tre qualsiasi tentativo di riforma è rinviato a dicembre. O addirittura a metà del 2018. Mentre il mondo fuori dai nostri confini corre e progetta il futuro i 27 Stati sono bloccati su posizioni inconciliabili.

Il ciclo elettorale del 2017 ha aggiunto al club formato Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca un nuovo Paese: l’Austria. In attesa di vedere se il millennial Sebastian Kurz riuscirà a formare una coalizione di governo con gli ultranazionalisti del Fpo, possiamo dire che la dottrina Orban si è imposta in quasi tutto il centro est Europa. Anche dove non hanno vinto forze euroscettiche, i leader moderati hanno fatto proprie le esigenze del premier ungherese: protezione delle frontiere, rifiuto ricollocamento dei migranti e di qualsiasi forma di integrazione europea.

Con la vittoria del milionario populista ed euroscettico Andrej Babis il 21 ottobre in Repubblica Ceca si è rafforzato ancor di più il gruppo di Visegrad, contrario da sempre alle riforme sull’integrazione. Il ciclo elettorale del 2017 ha aggiunto al club formato da Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca un nuovo Paese: l’Austria. In attesa di vedere se il millennial Sebastian Kurz riuscirà a formare una coalizione di governo con gli ultranazionalisti del Fpo, possiamo dire che la dottrina Orban si è imposta in quasi tutto il centro est Europa. Anche dove non hanno vinto forze euroscettiche, i leader moderati hanno fatto proprie le esigenze del premier ungherese: protezione delle frontiere, rifiuto nell'accogliere i migranti e di qualsiasi forma di integrazione europea.

Per questo non si è fatto nessun passo in avanti sulla riforma di Dublino. Il Parlamento europeo ha dato il via libera alla riforma del trattato europeo che vincola il primo Stato che accoglie i rifugiati a gestire la sua domanda d’asilo. Ma il Consiglio europeo a cui spetta l’ultima parola ha rinviato tutto al 2018 in attesa di avere un consenso unanime. La stessa conclusione del Consiglio europeo di un anno fa. L’ennesima non decisione dell’Euroconsiglio. Tutto a svantaggio di Italia e Grecia che si riempiono di migranti. Roma e Atene da anni combattono la battaglia, questa volta rinviata al 2018. La Commissione chiede di aumentare i finanziamenti per chiudere finalmente la rotta del mediterraneo aumentando i fondi peri campi di accoglienza in Libia, ma gli Stati non sono tutti d’accordo nel dare altri miliardi. E sappiamo che non cambierà nulla fin quando il blocco di Visegrad sarà così forte. Si potrebbe forzare la mano, usando l’opzione della maggioranza a due terzi. Lo si è fatto nel 2015 per costringere i Paesi dell’Est ad accogliere i migranti ma abbiamo visto com’è finita tra ricorsi alla corte di giustizia e impegni non rispettati.

Il consiglio europeo sembra la tela di Penelope. Vi ricordate la moglie dell’eroe greco Ulisse che di notte disfaceva quello che aveva tessuto durante il giorno? Lei lo faceva per aspettare il ritorno del marito e rimandare le nozze con uno dei pretendenti al trono, l’istituzione che riunisce i leader dei 27 Stati invece prima dei vertici promette quello che sa di non mantenere. E dire che Donald Tusk ci ha provato. Il presidente del Consiglio europeo ha fatto sue molte delle idee del discorso di Macron pronunciato lo scorso 26 settembre all’Università Sorbona di Parigi. Una su tutte la proposta di riunire i 27 leader europei una volta al mese invece di ogni tre per trovare una soluzione intergovernativa ai dossier più urgenti. Fino a quando l’Europa sarà divisa in tre blocchi, il Consiglio europeo potrà riunirsi anche tutti i giorni ma la situazione non cambierà: per decidere serve il consenso di tutti gli Stati.

Qualche progresso a dire il vero su Brexit c’è stato. Tutti i leader concordano sui progressi insufficienti del governo di Theresa May e sul fatto che la premier debba proporre una soluzione per risolvere il problema del confine tra Irlanda e Irlanda del Nord, ma hanno deciso rinviare a dicembre la fase due dei negoziati Brexit. I colloqui dei 27 leader per decidere come affrontare la trattativa sugli accordi commerciali futuri con il Regno Unito sono rimandati ai prossimi due mesi, Di fatto hanno deciso di non decidere, in attesa che la vera leader di questa unione, Angela Merkel abbia formato il suo quarto governo.

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