Referendum lombardo-veneto, il ruggito di un Nord impoverito e incazzato

La questione settentrionale torna alla ribalta, con i risultati del referendum in Lombardia e Veneto. Ma alle spalle delle solite rivendicazioni, ci sono territori sofferenti e feriti. Che la sinistra continua a non capire. E che può davvero consegnare il Paese a Berlusconi e Salvini

Referendum Veneto Linkiesta
23 Ottobre Ott 2017 0710 23 ottobre 2017 23 Ottobre 2017 - 07:10

Facciamo una scommessa: da domani, probabilmente, non si parlerà più di autonomia lombardo-veneta. FIdatevi, è un bluff: entrambi i governatori - Zaia che ha superato il quorum, Maroni che non ce l’aveva - possono dire di aver vinto. Nessuno dei due ha interesse ad ammettere che no, i soldi delle tasse non rimarranno in Lombardia e Veneto. E no - Maroni l’ha pure ammesso, candidamente - nessuno dei due ha troppa voglia di farsi carico di una serie di rogne con i trasferimenti (scarsi) che Roma concederà alle due Regioni. Preconizziamo paludi e dissolvenze in nero, insomma, ma forse siamo noi i malfidenti.

Rimane il dato politico, tuttavia, ed è un dato politico enorme: tre milioni di voti in Lombardia, pari al 40% dei votanti e più di due milioni in Veneto, con un’affluenza che supera il 60%, sono innanzitutto segnali inequivocabili di una questione settentrionale mai sopita e che torna prepotentemente alla ribalta. È una questione che ha ingredienti noti - meno tasse, meno Stato, più sicurezza - ma anche elementi nuovi: oggi il Nord è una Locomotiva stanca, incazzata e ferita. In Veneto, soprattutto, dove è ancora aperta la ferita del crollo bancario della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca. Ma anche nei territori della Lombardia profonda, che arranca, anziché correre come Milano, metropoli che va alla grande - in parte a discapito del resto della regione, cui drena intelligenze, funzioni e risorse economiche - che non a caso ha snobbato alla grande l’appuntamento referendario.

Oggi il Nord è una Locomotiva stanca, incazzata e ferita. In Veneto, soprattutto, dove è ancora aperta la ferita del crollo bancario della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca. Ma anche nei territori della Lombardia profonda, che arranca, anziché correre come Milano, metropoli che va alla grande e che non a caso ha snobbato alla grande l’appuntamento referendario

Il secondo dato politico è la mesta fine dell’illusione che Renzi e il renzismo potessero chiudere le distanze tra il centrosinistra e il Nord. L’illusione è durata lo spazio delle europee del 2014 ed è stata spazzata via dalla stravittoria di Zaia in Veneto, di Toti in Liguria, dell’ecatombe del referendum del 4 dicembre, delle sconfitte di Genova, Sesto San Giovanni e Monza. Dire che questo referendum è l’ennesima sconfitta di Renzi è forse esagerato e ingeneroso. Ma è indubbio che sia la prova definitiva che nemmeno lui è riuscito a capire il Nord e a offrire al suo corpo elettorale un’alternativa al forzaleghismo e alle sue classiche parole d’ordine. Pessimo segnale, per le prossime elezioni.

Il terzo dato politico è il contraccolpo che questo voto avrà sul centrodestra, che ancora di più diventa la forza da battere alle prossime elezioni politiche, tanto più se tra due settimane, Nello Musumeci dovesse trionfare in Sicilia. Un bel segnale per Berlusconi e Salvini, ma anche un onere. Quello di trovare in fretta un accordo e un equilibrio tra due forze che oggi come oggi si equivalgono nei voti, ma che hanno idee e programmi che mai sono stati tanto diversi. Trovasse un leader in grado di fare sintesi tra queste due anime, avrebbe davvero la strada spianata per Palazzo Chigi. Non lo trovasse, potrebbe sprecare un insperato vento in poppa, dopo anni passati a inseguire Pd e Cinque Stelle. Riusciranno i nostri eroi?

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