Il Milan non è più una squadra di calcio, ma una fucina di politici di successo

Effetto Berlusconi? Da Kakha Kaladze diventato sindaco di Tbilisi, a George Weah, candidato presidente della Liberia (ma c’era già stato a Gianni Rivera, ex sottosegretario alla Difesa) sono tanti i rossoneri scesi in politica

Kakha Kaladze_Linkiesta

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24 Ottobre Ott 2017 0925 24 ottobre 2017 24 Ottobre 2017 - 09:25

Il loro datore di lavoro è stato il presidente del Consiglio più a lungo in carica nella storia della Repubblica italiana. Li andava a trovare in elicottero dopo un consiglio dei Ministri o una discussione in Parlamento. Quando decise di buttarsi in politica usò l’espressione “scendere in campo”. Se il tuo presidente è Silvio Berlusconi che della commistione tra calcio e politica ha fatto la sua fortuna, è normale, quasi scontato, pensare di ripercorrere le stesse orme. Weah, Shevchenko, Albertini. Sono tanti gli ex calciatori che dopo aver smesso di giocare sono entrati nella politica, quella classica o sportiva delle federazioni. E quest’anno molti tifosi del Milan preferirebbero vedere Zapata e Bonucci ministri della difesa, piuttosto che titolari davanti a Donnarumma.

L’ultimo ex rossonero politico è Kakhaber “Kakha” Kaladze, diventato domenica sindaco di Tbilisi, capitale della Georgia, con il 51% dei voti. Non è il primo incarico politico per “Zanna Bianca”, il soprannome dato dai tifosi rossoneri. Dopo aver smesso di giocare nel 2011 Kaladze è entrato nel partito “Sogno Georgiano”, fondato dal miliardario Mihailu Saakashvili. Il partito all’opposizione, nel 2012 ha vinto le elezioni e Kaladze è stato ministro dell’Energia e delle risorse naturali per cinque anni. Da sempre amico di Silvio Berlusconi, e anche della figlia Barbara, ha imparato la lezione del Cavaliere su come usare il calcio per vincere le campagne elettorali. In un video di mezz’ora pubblicato sulla sua pagina facebook dal titolo “la via del successo di Kaladze” ci sono tanti ex compagni di squadra che tessono le sue lodi come calciatore. Da Billy Costacurta: «Ho avuto (come compagni) tanti giocatori bravi che si sono spaventati a giocare a San siro. Voi lo conoscete meglio di me, Kaladze non si spaventa davanti a niente», a Paolo Maldini: «Un compagno di squadra fedele » fino a Gattuso, vittima degli scherzi di Kaladze a Milanello, il centro sportivo dei rossoneri: «per lui la parola io non esisteva, contava il gruppo, la squadra, a qualsiasi ora della notte potevi chiamarlo ed era a disposizione. Si è sempre fatto voler bene da tutti, anche dal giardiniere e dal cuoco». Ringhio chiude il video augurandogli di «vincere anche questa partita». E Kaladze l’ha vinta così come i tanti trofei con il Milan di Ancelotti. I tifosi gli perdonano il rigore parato da Buffon nella finale di Manchester del 2003, perché quella Champions la portarono a casa comunque.

A segnare il rigore decisivo fu Andrij Shevchenko. Uno degli attaccanti più forti di sempre, pallone d’oro nel 2005 proprio quando giocava con il Milan. Anche lui ha provato a entrare in politica, con meno successo. Dopo aver smesso di giocare ha aderito al partito Україна – Вперед (Avanti Ucraina) nato dalle ceneri del partito socialdemocratico ucraino. Ma alle elezioni del 2012 non è riuscito a entrare in Parlamento. Il suo partito non ha superato la soglia del 5% prendendo un misero 1,58%.

Nove anni prima di Shevchenko un altro milanista ha vinto il Pallone d’oro. Era il 1995 e George Weah non era ancora presidente della Liberia. In realtà non lo è ancora. A dieci giorni dalle elezioni è ancora in testa, ma il conteggio dei voti procede più lentamente delle sgroppate di "King George" in mezzo al campo che lo hanno reso famoso con la maglia rossonera.

Se all’estero i politici rossoneri se la cavano più o meno bene, in Italia non hanno mai vinto. Silvio Berlusconi nel 2009 scelse un suo portiere per fermare l’attacco di Matteo Renzi alla politica italiana. Giovani Galli, rossonero dal 1986 al 1990, sostenuto dal Partito delle Libertà si candidò a sindaco di Firenze ma prese solo il 40% al ballottaggio contro l’attuale segretario del Pd. Galli ci ha riprovato nel 2014, candidandosi con Forza Italia alle europee, prendendo solo 10mila voti. Anche Daniele Massaro, quattro campionati e due coppe dei campioni vinte con il Milan, si è candidato con Forza Italia alle elezioni comunali di Milano del 2016. Non è andata benissimo: il candidato sindaco Stefano Parisi ha perso contro Giuseppe Sala del Pd e Massaro ha preso solo 384 preferenze, non entrando nemmeno in consiglio comunale.

Prima che Berlusconi comprasse il Milan nel 1986, il vicepresidente dei rossoneri era una delle stelle del calcio: Gianni Rivera. È ironico che il golden boy del calcio italiano, dopo aver esordito a 15 anni in serie A, abbia scelto il partito più tradizionale per scendere in politica. Nel 1987 è diventato deputato per la Democrazia Cristiana, rimanendo in Parlamento per quattordici anni. Le sue doti da regista in campo gli hanno fatto vincere il Pallone d’oro nel 1969. Uno dei migliori a creare gioco, non così bravo a difendere in mezzo al campo. Forse per questo non è passato alla storia come sottosegretario alla difesa dal 1998 al 2001.

Non solo politica classica. Il Milan ha sfornato anche dirigenti delle federazioni. Tra i giocatori che hanno scelto di fare politica nel calcio ci sono due rossoneri, entrambi alla Fifa. Zvonimir Boban, nominato nel 2016 vice segretario con delega allo "sviluppo del calcio e delle competizioni" e Marco Van Basten responsabile allo "sviluppo tecnologico". Il grande attaccante rossonero che di palloni d’oro ne ha vinti tre, non amava molto il fuorigioco. Forse per questo a gennaio ha proposto di abolirlo e di ripristinare gli shoot out, ovvero i rigori in movimento. Due proposte innovative, forse troppo. Per questo già dimenticate.

Anche Demetrio Albertini ha fatto politica nelle federazioni. Nel 2006 è diventato vice commissario straordinario della Figc dopo le dimissioni di Franco Carraro per lo scandalo di Calciopoli. Per sette anni è stato vice presidente della Federazione italiana gioco calcio ma ha perso la sfida per la presidenza con Carlo Tavecchio nel 2014.

Sarà l'atmosfera di Milanello, gli insegnamenti di Silvio Berlusconi o la maglia del Milan che abitua a fare compromessi tra il rosso e il nero, ma sono tanti i "diavoli" che hanno scelto questa carriera, una volta smesso di giocare. Battute a parte, anche quest'anno se i calciatori del Milan continueranno a giocare così male - per ora undicesimi in campionato, con quattro sconfitte - potranno sempre buttarsi in politica.

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