La caduta di Napolitano: ormai Re Giorgio non fa più paura a nessuno (nemmeno a Renzi)

Sembrano lontanissimi i tempi in cui Napolitano era il re della politica italiana. Il suo discorso contro il “Rosatellum bis”, annunciato come un pungo allo stomaco del renzismo, si è rivelato un buffetto. La moral suasion dell'ex Presidente si è sciolta come neve al sole

Giorgio Napolitano_Linkiesta

Andreas SOLARO / AFP

Andreas SOLARO / AFP

26 Ottobre Ott 2017 0730 26 ottobre 2017 26 Ottobre 2017 - 07:30

C’era una volta la moral suasion di Napolitano. Oggi è uno sbiadito ricordo. E quello che era stato annunciato come l’intervento che avrebbe potuto incrinare il fronte, composito ma solido, a sostegno del Rosatellum bis, si trasforma in un discorso innocente, quasi mansueto. Quello che doveva essere un pugno allo stomaco del renzismo si trasforma in un buffetto, non certo affettuoso ma di sicuro neppure tanto dannoso. Se il piano era quello di rottamare il rottamatore, lo si può considerare fallito.

Non sarà Napolitano a “far fuori” Renzi. Se qualcuno riuscirà nell’intento, prima delle elezioni della prossima primavera, non sarà certo il presidente emerito. Sono ben altre le minacce che l’ex premier considera come potenzialmente fatali. E passano per il Quirinale (dove attualmente, come noto, il padrone di casa è un altro) e per Palazzo Chigi. Con lo sguardo – terrorizzato – che punta alla Sicilia. Il 5 novembre è vissuto al Nazareno (e non solo) come una sorta di redde rationem, uno spartiacque decisivo per il futuro della campagna elettorale. E potrebbe trasformarsi in uno tsunami molto difficile da arginare.

L’intervento di Napolitano al Senato no, non è stato un tsunami. Non sono mancate delle durissime critiche al metodo scelto da Renzi per portare a casa la riforma elettorale. Anche con quell’accusa di “pressioni improprie” nei confronti di Gentiloni era un colpo diretto al segretario del Pd. Ma complessivamente l’impatto del discorso dell’ex capo dello Stato – annunciato da una settimana – è stato moscio. “Sta randellando Renzi”, scrivevano preoccupati i fedelissimi del segretario nelle chat su Whatsapp. Giusto il tempo di arrivare alla fine dell’intervento e di annunciare il voto favorevole alla fiducia “per preservare la responsabilità” del governo. Contrordine compagni, nessun problema. Sempre sulla chat: “Alla fine non ha detto niente di che, vota pure la fiducia”.

La grande paura è svanita. Quella che fino a una settimana fa alcuni organi di informazione consideravano la moral dissuasion di Napolitano si è sciolta come neve al sole. Renzi è in giro per l’Italia con il suo treno dei desideri, i senatori impegnati nel pallottoliere della fiducia. L’unico commento, più o meno ufficiale, alle parole del presidente, è affidato ad Andrea Marcucci, generale renziano a Palazzo Madama, che parla, via Twitter di “grande rispetto per il senso di responsabilità e per le critiche del presidente Napolitano”. In pratica una certificazione di indifferenza.

Sembrano lontani, lontanissimi, i tempi in cui Napolitano era il dominus della politica italiana. Per nove anni Re Giorgio ha fatto il bello e il cattivo tempo, facendo e disfacendo governi, influenzanone le scelte e condizionandone le strategie. Comunista, esponente di punta dell’ala “migliorista”, ufficiale di collegamento con i socialisti di Craxi, uomo di governo e delle istituzioni, Napolitano non ha mai rinnegato il proprio passato. Ma sono in molti a considerarlo, da sempre, un sapiente calcolatore, abile manipolatore e, soprattutto, spietato sia con gli avversari politici che con i compagni di partito.

Sembrano lontani, lontanissimi, i tempi in cui Napolitano era il dominus della politica italiana. Per nove anni Re Giorgio ha fatto il bello e il cattivo tempo, facendo e disfacendo governi, influenzanone le scelte e condizionandone le strategie. Comunista, esponente di punta dell’ala “migliorista”, ufficiale di collegamento con i socialisti di Craxi, uomo di governo e delle istituzioni, Napolitano non ha mai rinnegato il proprio passato. Ma sono in molti a considerarlo, da sempre, un sapiente calcolatore, abile manipolatore e, soprattutto, spietato sia con gli avversari politici che con i compagni di partito.

Già ai tempi della sua prima elezione a presidente della Repubblica non ebbe alcun problema a prendere il posto di quello che sarebbe dovuto essere il candidato designato del centrosinistra: Massimo D’Alema. Da quel momento i rapporti tra i due – mai particolarmente idilliaci – sono diventati gelidi. Stesso discorso lo si può fare nei confronti di Pier Luigi Bersani. Fu lui, nel 2011, a scegliere Mario Monti come successore di Silvio Berlusconi, impedendo di fatto le elezioni anticipate e togliendo un successo certo all’allora segretario del Pd. Fu sempre lui a impedire allo stesso Bersani di andare a cercare i voti di fiducia in Parlamento nel 2013, costringendolo all’umiliazione preventiva dello streaming con i grillini Vito e Lombardi. Fu lui – una volta rieletto al Colle, primo caso nella storia – a scegliere Enrico Letta come capo del governo di larghe intese e a decretarne poi la fine, insieme al neosegretario del Pd Matteo Renzi. Fu lui, infine, il grande regista e promotore del percorso di riforma costituzionale che portò lo stesso Renzi a sbattere contro il muro del referendum del 4 dicembre.

Già, il 4 dicembre. Quella data, oltre che la fine del sogno riformatore, segna la fine dei rapporti tra Napolitano e Renzi. Troppo grande la delusione, troppo cocente la sconfitta. Re Giorgio non ha mai apprezzato la personalizzazione che l’allora presidente del Consiglio ha voluto imprimere alla campagna referendaria. Da quel giorno in poi, tutto è cambiato. Il presidente emerito si è pubblicamente opposto a tutte le forzature tentate da Renzi, a partire dal tentativo di riportare subito il Paese alle urne fino agli ultimi due capitoli di una storia politica travagliata: la fiducia sulla legge elettorale e la mozione del Pd contro il governatore di Bankitalia Ignazio Visco.

E giungiamo così alla cronaca di questi giorni convulsi. In questi ultimi sgoccioli di legislatura Renzi, ormai in piena campagna elettorale, ha deciso di giocare tutte le sue carte. E, come tutti, ha cominciato a fare calcoli legati a logiche di puro consenso. Il Rosatellum bis è un po’ meglio delle leggi uscite dalla Consulta? I collegi potrebbero favorire noi e penalizzare i Cinque Stelle? Il voto disgiunto ci penalizza? Bene, non perdiamo altro tempo e approviamo la legge, costi quel che costi. Sulla banche rischiamo il tracollo? Dobbiamo tirare fuori la Boschi dal ciclone dell’opinione pubblica? Dobbiamo salvare la faccia con i risparmiatori? Bene, allora facciamo all-in contro Palazzo Koch.

Con buona pace di Giorgio Napolitano. Che “apprezziamo e rispettiamo per il lavoro svolto a servizio delle istituzioni di questo Paese” ma che in questo momento non costituisce un fattore in termini di consenso elettorale, anzi. I tempi in cui il gradimento nei suoi confronti sfiorava il 90% sono lontani anni luce. Vittima di una campagna mediatica violentissima, del fuoco incrociato populista di Salvini, Grillo e Berlusconi, oggi una presa di posizione di Napolitano non sposta più quanto spostava fino a qualche anno fa. L’epopea del grande influencer della politica italiana potrebbe essere così terminata, in un pomeriggio di ottobre. A 92 anni, seduto sul suo banco di senatore a vita. Tentando, invano, di assestare la sua ultima, grande, spallata.

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