Noi Techpark, a Bolzano l'innovazione la fanno sul serio

Inaugurato lo scorso 20 ottobre, il nuovo polo tecnologico da 124 milioni di euro punta a diventare la cerniera fra Italia e Mitteleuropa recuperando un quartiere di 12 ettari dove hanno già trovato casa 40 aziende e altrettante startup

NOI Night
26 Ottobre Ott 2017 1235 26 ottobre 2017 26 Ottobre 2017 - 12:35
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Un monolite nero, leggermente inclinato e ancora incompleto, incascotanato fra i monti di Bolzano: è questa la forma dell’innovazione. Alla periferia sud della città altoatesina, sorge Noi Techpark. Centro di innovazione, spazio di aggregazione e punto di raccordo fra Italia e Mitteleuropa. Qui, in quella che una volta era l’area occupata dagli stabilimenti Montecatini sorge il nuovo polo tecnologico italiano. Un aggettivo, quest’ultimo, che va sottolineato quando ci si trova al confine di un Paese che ancora sconta un ritardo a livello di investimenti in ricerca e sviluppo. Secondo gli ultimi dati Eurostat, infatti, solo il Piemonte è riuscito ad avvicinarsi alla soglia del 3% in R&D fissato da Bruxelles per il 2020 (la media europea è del 2,04%).

Inaugurato il 20 ottobre, alla presenza della sottosegretaria Maria Elena Boschi (che si prende pure il lusso di una cantonato mentre cita le Città Invisibili di Italo Calvino diventate per quest’occasioni città ideali) Noi Techpark è il frutto di un investimento da 124 milioni di euro (tutti fondi pubblici), 56 dei quali spesi per la costruzione del corpo centrale di un agglomerato di edifici che punta, da un lato, a rilanciare una parte della città in cerca d’identità. Dall’altro, costruire un quartiere di 12 ettari capace di attrarre talenti, aziende e centri di ricerca. «Questa sarà la piattaforma di interscambio tra le best practice imprenditoriali, quelle legate all’innovazione e alla ricerca applicata dell’intero Paese con il Nord Europa», ha affermato Arno Kompatscher, presidente della Provincia Autonoma di Bolzano. «A dimostrarlo – continua Kompatscher – sono le numerose aziende che hanno già scelto di insediare i propri laboratori e centri di ricerca all’interno del Techpark. A loro offriamo un territorio che vuole investire su sviluppo intelligente e sostenibile, rispettoso della natura e delle persone, che mette l’essere umano e i suoi talenti al centro».

«Questa sarà la piattaforma di interscambio tra le best practice imprenditoriali, quelle legate all’innovazione e alla ricerca applicata dell’intero Paese con il Nord Europa. A dimostrarlo sono le numerose aziende che hanno già scelto di insediare i propri laboratori e centri di ricerca all’interno del Techpark. A loro offriamo un territorio che vuole investire su sviluppo intelligente e sostenibile, rispettoso della natura e delle persone, che mette l’essere umano e i suoi talenti al centro»

Arno Kompatscher, presidente della Provincia Autonoma di Bolzano

Basta fare qualche passo all’interno del Techpark assieme all’archietto Claudio Lucchin, vincitore assieme allo studio Chapman Taylor di un bando internazionale pubblicato nel 2007, per capire le ambizioni di una regione che vuole rimettersi al centro della mappa produttiva italiana: «Qui le tubature sono a vista. Perché qui siamo all’interno di una fabbrica. Di idee, però». Insomma, oltre ai meleti c’è di più. «Qui nel 1937, secondo il volere di Benito Mussolini, si insediarono le prime aziende fra cui l’ex-Montecatini», racconta l’architetto Lucchin. «Dopo la prima Guerra Mondiale e sotto embargo dopo i fatti d’Etiopia, l’Italia si trovava in una situazione difficile – continia Lucchin -: un territorio non-italiano da inglobare e una carenza di rame molto usato come materiale conduttore. Per far fronte a questi due problemi, il Duce obbligò alcune storiche imprese ad aprire in quello che allora era solo un territorio di contadini e poco più». In questo contesto sorgono gli stabilimenti dove ora trova posto il Techpark e una volta erano dedicati alla trasformazione della bauxite in alluminio (conduttore alternativo al rame).

«Fra la fine degli anni ’80 e ’90, però, l’azienda chiude e l’impianto si ferma», sintetizza Lucchin. Uno stop che dura circa vent’anni. Poi l’idea di trasformare l’area in un polo d’eccellenza della ricerca. Così, all’interno di quelli che una volta erano gli edifici dei trasformatori elettrici ora trovano spazio 40 startup, 6 centri di ricerca (compresa l’Università di Bolzano), 20 laboratori e altrettante aziende tecnologiche. Un ecosistema che punta ad attrarre oltre 500 cervelli per quattro settori d’intervento: tecnologie green, alimentari, alpine e Ict&Automation. Un recupero in piena regola. Non solo a livello architettonico. Ma anche a livello sociale. «Inutile fare l’ennesimo museo industriale – afferma Lucchin -. Riportare qui il lavoro era la nostra priorità». Non a caso, a rispondere all’appello sono state aziende del calibro di Huawei, Meccaferri e Leitner.

Tutte passate attraverso un processo di selezione per nulla scontato che prevedeva cinque criteri discriminanti: il grado di contenuto tecnologico e innovativo del progetto, la compatibilità con la strategia di sviluppo del Techpark, il potenziale di sostenibilità del business proprosto, la reputazione del team imprenditoriale e le possibili ricadute economiche sul territorio. Una volta ammesse, le realtà selezionate hanno firmato un “contratto di accogliemento”. Un 3+2 che, dopo un primo periodo di prova, prevede verifiche annuali. Perché sull’efficienza, a queste latitutidini, non si scherza. «Siamo orgoglio di dire che il progetto ha rispettato costi e tempistiche previste», ha annunciato Ulrich Stofner, direttore del Dipartimento provinciale economia, innovazione ed Europa.

Eppure, con i suoi 190 mila metri cubi già costruiti, il Noi Techpark non si ferma. «Si tratta di un progetto a lungo termine – ha ricordato Stofner -. Entro il 2021 puntiamo ad aggiungere altri moduli per utilizzare gli oltre 750 mila metri cubi disponibili. Cercando, il più possibile, di attrarre investimenti privati». Attualmente, comunque, il 90% dell’area che verrà ultimata entro la fine del 2018 è già prenotata.

Nel frattempo, Bolzano può godersi una parte di città recuperata al degrado e con un approccio totalmente green. Grazie ai materiali utilizzati (fra cui l’innovativa schiuma di alluminio che fino ad otto anni fa era sottoposta a segreto militare e ora funge da collegamento diretto con il passato) e alle soluzioni trovate (fra cui il recupero della torre pizometrica per il raffreddamento naturale dell’ambiente) l’intero quartiere è riuscito a conquistare la certificazione Leed (Leadership in Energy and Environmental Design) ND v4: Plan Gold. Un timbro di qualità che tiene conto della sosteniblità energetica dell’intero quartiere, che prossimamente, per esempio, verrà collegato da un linea di bus elettrici.

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