«Pagano sempre i pensionati»: la grande palla del Partito dei Vecchi (cui sarebbe ora di ribellarsi)

Non prendiamoci in giro, per cortesia: l'adeguamento dell'età pensionabile a 67 anni è fisiologico e doveroso. Se volete fare i conti delle ingiustizie sociali, guardate altrove, a come avete rapinato i giovani. Col beneplacito di tutte le forze politiche

Pensioni Giovani Anziani
26 Ottobre Ott 2017 0832 26 ottobre 2017 26 Ottobre 2017 - 08:32
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“Sembra che l'accanimento terapeutico nei confronti dei pensionati non finisca mai”, dice Cesare Damiano, Partito Democratico, presidente della commissione lavoro della Camera dei Deputati. È lui il capofila del partito trasversale che vuole bloccare l’aumento automatico dell’età pensionabile conseguente all’aumento dell’aspettativa di vita. Assieme a lui, Maurizio Martina, vicesegretario renziano del Partito Democratico, secondo cui è opportuno rinviare a dopo il voto - e certo! - l’aumento dell’età pensionabile a 67 anni. E anche Maurizio Sacconi, Forza Italia, nemico di mille battaglie, ma in questo caso sodale dell’ex sindacalista torinese - e con la Cgil, e con quel che sta alla loro sinistra - nel pretendere una deroga, o una correzione della Legge Fornero. Riforma, questa, che Matteo Salvini, Lega Nord, e Beppe Grillo, Movimento Cinque Stelle, dicono di voler abolire praticamente da sempre.

Tripolarismo? Quadripolarismo? Non scherziamo: qui siamo al monoblocco conservatore, un Partito dei Vecchi col cento per cento dei seggi in Parlamento, che litiga su tutto tranne quando si tratta di prendere posizioni a favore degli elettori canuti, gli unici per cui alza la voce, gli unici per cui scende in piazza. Tanto più quando si avvicinano le elezioni, che l’età media che sale vuol dire qualcosa anche nel segreto dell’urna, non solo nei calcoli dell’Inps.

E ci spiace rovinare questo idillio costituente con quattro righe dissonanti, ma sta cosa che i pensionati siano la categoria più vessata dalla Penisola non sta in piedi nemmeno con lo sputo. Bastano quattro dati per smontarla. Uno: l’indice di dipendenza strutturale - che in un Paese a crescita demografica zero come l’Italia è il numero di anziani che dipendono dai contributi dei giovani - è passato dal 49,1 del 2002 al 55,8 del 2017. Tradotto: in Italia nel 2017 ci sono 55,8 persone inattive a carico di 100 persone che lavorano. Oddio, che dovrebbero lavorare, se non ci fosse la disoccupazione all’11,2%. Non a caso, fatta 100 la spesa sociale, il 27% se ne va per pagare le pensioni e solo il 2,8% finisce nelle tasche o in servizi per la famiglia.

Due: la quota di ricchezza detenuta dagli anziani continua a crescere, quella detenuta dai giovani continua a diminuire. I grafici pubblicati qua sotto sono auto-esplicativi: tra il 1987 e il 2008 l’unica classe di età che ha visto crescere significativamente il proprio patrimonio, diventando la più ricca del Paese, è quella degli over 65. Allo stesso modo, tra il 1991 e il 2012, le famiglie over 64 sono quelle che hanno visto crescere in maniera significativa la loro ricchezza netta, laddove quella degli under 34 è crollata. Ancora: gli over 65 sono l’unica classe di età che tra il 2014 e il 2015 ha visto diminuire la quota di persone al suo interno che vivono in uno stato di povertà assoluta.

Tre: non c’è riforma che non abbia colpito più gli anziani dei giovani. In nome dei diritti acquisiti, il mercato del lavoro è cambiato solo per i neo-entranti, il calcolo dell’assegno pensionistico per i non-ancora-pensionati, il taglio alla spesa pubblica - in misura più che proporzionale - principalmente per chi aveva bisogno di istruzione, persino i fondi europei per la formazione sono stati sacrificati per pagare la cassa integrazione straordinaria e in deroga e salvare i posti di lavoro di chi già lavorava, durante la lunga crisi iniziata nel 2008. In ognuno di questi casi, col beneplacito di tutto il Partito dei Vecchi, dai falchetti di Forza Italia al correntone cigiellino.

Non prendiamoci per i fondelli: l’adeguamento dell’età pensionabile figlio dei cinque mesi di aspettativa di vita in più è perfettamente logico e non è nemmeno vessatorio, visto che vuol dire, calcolatrice alla mano, più o meno diciassette anni di vita a carico dello Stato, altro che pensione post-mortem

Quattro: non mettetevi a discutere persino la demografia, per cortesia. Se l’età media si alza è fisiologico andare in pensione un po’ dopo. All’inizio del secolo si viveva in media sino a sessant’anni, oggi fino a quasi 84. Allora aveva senso andare in pensione a cinquant’anni, oggi nessuno si sognerebbe nemmeno di proporlo. Non prendiamoci per i fondelli: l’adeguamento dell’età pensionabile figlio dei cinque mesi di aspettativa di vita in più è perfettamente logico e non è nemmeno vessatorio, visto che vuol dire, calcolatrice alla mano, più o meno diciassette anni di vita a carico dello Stato, altro che pensione post-mortem.

Cinque: dire che è “inimmaginabile” che a metà del secolo per andare in pensione ci vorranno 70 anni di età oppure 46 anni di contributi è una fesseria che non fa onore a chi la pronuncia. Così sarà - per noi, non per te, Cesare Damiano nostro - anche perché voi, la vostra generazione e quelle che vi hanno preceduto, avete allegramente sperperato il capitale dell’Inps per mandare gente in pensione a cinquant’anni con assegni stellari, ben superiori alla più alta retribuzione che avevano maturato in vita. Per di più, lasciandoci il fardello di un debito pubblico da duemila e rotti miliardi, superiore di più di un terzo rispetto a tutta la ricchezza del Paese. Pagano sempre i pensionati, certo. Col portafogli dei giovani, però.

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