L’inizio della fine del Quantitative Easing, il terzo (quasi) capolavoro di Mario Draghi

Timing perfetto, misure selezionate con il bilancino: il temuto “tapering” si è concluso con i mercati in rialzo e un plauso generale. Ora davvero l'Europa può diventare la storia di successo del mondo. Così fosse, per Draghi sarebbe la miglior uscita di scena possibile

Mario Draghi Linkiesta

Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea

Daniel ROLAND / AFP

27 Ottobre Ott 2017 0730 27 ottobre 2017 27 Ottobre 2017 - 07:30
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Gli agiografi raccontano che la barzelletta preferita di Mario Draghi sia quella che racconta di un uomo che necessita di un trapianto di cuore. Il medico gli offre il cuore giovane di un bambino di cinque anni, ma lui lo rifiuta perché «troppo giovane». Il medico allora gli offre quello di un banchiere d’affari quarantenne, ma l’uomo rifiuta pure questo, perché «i banchieri d’affari non hanno cuore». «Rimane quello di un banchiere centrale di settantacinque anni», ribatte il medico sconsolato. Al che, l’uomo, sorprendentemente accetta: «Va benissimo, non è stato mai usato».

In effetti, è vero, i banchieri centrali non dovrebbero mai cedere all’emotività, né a quella dei mercati né a quella dell’opinione pubblica. E se c’è un merito che va ascritto a Draghi è quello di saper scegliere, con estrema freddezza e razionalità, i tempi scenici dei suoi interventi. Così fu nel luglio del 2012, quando pronunciò quello che è passato alla storia come il discorso del whatever it takes - “faremo di tutto per salvare l’Euro”, disse - che fermò in un istante la corsa dello spread dei titoli di Stato italiani che andava avanti da più di un anno. E ancora, due anni e mezzo dopo, con l’effetto taumaturgico di quelle parole che stava svanendo dopo l’estate della crisi greca, quando fece veramente quel che ci aspettava facesse, acquistando pacchetti di titoli di Stato dei Paesi europei e iniettando i mercati di bombe da 60 miliardi al mese di liquidità sonante.

Ora, di nuovo due anni e mezzo dopo, nell’annunciare l’inizio della fine del Quantitative Easing - nella fattispecie, il dimezzamento, da 60 a 30 miliardi, degli acquisti di titoli di Stato - la sensazione è che Draghi abbia di nuovo scelto il timing perfetto e sia riuscito ancora una volta a misurare alla perfezione l’effetto delle sue parole. Sono (abbastanza) contenti in Germania, dove finalmente si inizia a vedere all’orizzonte la fine dell'easy money e il rialzo dei tassi d’interesse. Lo sono in Italia, dove la fine del Qe riporta alla mente l’incubo spread e la tempesta perfetta del 2011, incubo esorcizzato, per ora, dall’assicurazione che gli acquisti, seppur ridotti, continueranno sine die, perlomeno fino a che l’inflazione non sarà tornata attorno al 2%. Tradotto: fino alla fine del mandato di Draghi stesso. Dulcis in fundo, festeggiano i mercati, anch’essi spaventati dalla prospettiva di un tapering improvviso e traumatico che possa frenare la fragile, ancorché sempre più sostenuta, ripresa economica dell’Europa.

Ora, di nuovo due anni e mezzo dopo, nell’annunciare l’inizio della fine del Quantitative Easing - nella fattispecie, il dimezzamento, da 60 a 30 miliardi, degli acquisti di titoli di Stato - la sensazione è che Draghi abbia di nuovo scelto il timing perfetto e sia riuscito ancora una volta a misurare alla perfezione l’effetto delle sue parole

E in fondo, forse, il senso della manovra “lower for longer” (meno per più a lungo) di Draghi sta tutto qui. Nel trovare il modo di far quadrare il cerchio e accontentare tutti, prendendosi pure il lusso di improvvisarsi cantore della ripresa europea. Lasciandosi sfuggire - si fa per dire: difficile gli sfugga qualcosa - che la crescita economica dei prossimi anni potrebbe addirittura essere sopra le aspettative, Draghi ha parlato soprattutto agli investitori, ricordando loro che stiamo parlando di un’economia che nel 2017 crescerà del 2,1%, superando gli Stati Uniti, e che negli ultimi sette anni ha creato sette milioni di posti di lavoro.

L'obiettivo è far passare questa narrazione, per alimentarla. E per farlo è necessario far vedere ai mercati globali che possiamo smettere quando vogliamo con droghe e bazooka, e che possiamo sopravvivere alla crescita dei tassi d’interesse (che comunque poco dipendono dal Qe, e infatti non è previsto crescano in parallelo al dimezzamento degli acquisti). Ma allo stesso tempo, farsi garante nei confronti degli investitori che tale scenario sia impermeabile agli attacchi speculativi e al rischio politico continentale, assicurandosi che i Paesi dai fondamentali economici più deboli e con il quadro politico più instabile - uno sapete qual è - non rovinino tutto: «Mario Draghi si trasforma in falco, ma vuole far credere ai mercati che sono di fronte a una colomba», è il titolo di Politico Europe. E forse non ci potrebbe essere sintesi migliore.

Alcune criticità rimangono, certo. L'inflazione al 2% è una chimera o quasi - 1,5% nel 2019, dopo quattro anni di Qe è solletico - ed è la prova madre che non basta lo stimolo monetario per far ripartire i prezzi, e che forse c'è qualcosa di più profondo alle spalle che ancora non si è capito come aggredire. La seconda è che ci sono Paesi - ancora: indovinate quali - che non hanno approfittato del Quantitative Easing per riportare la loro spesa pubblica a livelli tali da non aver più bisogno di aumentare il debito per rifinanziarla.

Dettagli? Forse sì, forse no. Ma con l’America nelle mani di Trump, lo psicodramma Brexit oltre Manica e i venti di guerra fredda che soffiano in Estremo Oriente, l’Europa può davvero diventare la storia di successo del pianeta, per i prossimi anni. O almeno questa è la carta che si vuole giocare Mario Draghi per far finire il Qe senza che nessuno si faccia male. Ci riuscisse davvero - considerato com’eravamo messi quando ha sostituito Trichet ai vertici dell’Eurotower - ci sarebbe solo da alzarsi in piedi e applaudire.

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