Renzi sull’orlo di una crisi di nervi (e i congiurati affilano i coltelli)

I sondaggi nefasti sul Rosatellum, Grasso che esce dal Pd, Gentiloni che “tradisce” sulla nomina di Visco: di buone notizie, sul treno di Renzi, ne arrivano ben poche. E tra i banchi più d'uno mormora che le prossime elezioni siciliane saranno una resa dei conti

Matteo Renzi Linkiesta
27 Ottobre Ott 2017 0730 27 ottobre 2017 27 Ottobre 2017 - 07:30

Il treno del Pd è partito da una settimana ed è già uscito dai radar dei media nazionali. Se non da quelli che lo usano come clava per criticare le ultime mosse di Matteo Renzi. I fedelissimi si chiedono perché del viaggio in treno escano solo le notizie delle contestazioni: il riferimento, in particolare è al cattivissimo articolo del Fatto Quotidiano che ha già bollato l'iniziativa come un fallimento. Tanto da obbligare gli organizzatori - viene affermato nel pezzo - a stravolgere il percorso e comunicare le tappe all'ultimo minuto per evitare le contestazioni. Tutto molto forzato, in realtà: le contestazioni, dove ci sono state finora, sono state limitate a qualche decina di esagitati. E sì, è vero, le tappe vengono decise all'ultimo. Ma non per timore di incorrere in qualche fischio, bensì perché è lo stesso Renzi a decidere tutto all'ultimo minuto, in funzione dell'umore del momento. Un modus operandi che ormai è diventato la regola al Nazareno e nel ristretto staff del leader dem.

Un sintomo, però, anche questo, dello stato di agitazione, se non di panico, che ha scalato il Pd nelle ultime settimane fino ad arrivare all’ufficio - pardon, vagone - del Capo. Gli ultimi sondaggi pubblicati da vari organi di informazione - e in quelli riservati alla segreteria - fotografano una situazione preoccupante. La legge elettorale voluta da Renzi, approvata con una forzatura istituzionale che ha portato il governo a chiedere due voti di fiducia in quindici giorni - cosa mai successa nella storia della Repubblica, con buona pace di De Gasperi -, rischia di trasformarsi in un drammatico boomerang. In questo senso, proprio qui, mentre altri parlavano di Fascistellum, parlammo di Suicidellum: «Siete riusciti nel miracolo di approvare due leggi in una - è il leit motiv nella parte destra dell'emiciclo a Palazzo Madama nelle ore delle cinque fiducie - la legge elettorale e la legge sul fine vita della sinistra». È opinione quasi unanime, infatti, che il Rosatellum bis favorirà nettamente il centrodestra, che rischia addirittura di vincere le elezioni, se continuerà a crescere come nelle ultime settimane. Il nuovo sistema potrebbe insomma trasformarsi in un "regalo" in grado di trasformare in maggioranza parlamentare il vento che spira nel Paese. Un vento che si è manifestato in maniera impetuosa prima con il voto alle amministrative e poi con il referendum sull'autonomia in Lombardia e Veneto.

La geografia politica disegnata dai sondaggi è impietosa: il Nord tutto, o quasi, nelle mani della destra, il Sud sempre più in balìa di pulsioni ribelliste e attratto dal voto di protesta rappresentato dai 5 Stelle, il Pd arroccato in quel che rimane delle regioni rosse, anch'esse tutt'altro che immuni da "cattive tentazioni". Con una destra così forte e un MoVimento assolutamente in partita - e non tagliato fuori dal sistema dei collegi, come sperava Renzi - l'incubo che aleggia tra il Nazareno, il treno e Pontassieve è quello di perdere la sfida delle coalizioni e, al tempo stesso, quella delle liste. Con l'asse forzaleghista a vincere le elezioni e Grillo, Di Maio e company a primeggiare nel voto ai partiti.

Anche perché, mentre nel sentimento comune il centrodestra - nonostante le divisioni tutt'altro che sopite - si muove come un tutt'uno, il centrosinistra al momento non esiste. Pisapia e gli altri possibili alleati sono effimeri. La frattura con Mdp, dopo il voto in Senato sul Rosatellum, sembra ormai insanabile e la notizia dell'abbandono di Pietro Grasso - da molti indicato come possibile leader di una nuova, allargata, formazione di sinistra - è solo l'ultima “mazzata” che potrebbe costare caro anche in termini elettorali.

Il "Renzi contro tutti, tutti contro Renzi", tratteggiato nei giorni scorsi da alcuni retroscenisti molto accreditati, si sta rivelando una lotta impari, troppo sbilanciata per essere portata avanti con successo. Tanto più che le sponde che sembravano più solide stanno cominciando a vacillare, a cominciare da Paolo Gentiloni

Se non è sindrome di accerchiamento poco ci manca. A livello comunicativo non riesce a passare nulla di ciò che viene pianificato. Le crescenti buone notizie che arrivano dai dati economici finiscono nel calderone senza lasciare il segno. Quella del treno doveva essere una grande campagna d'ascolto ma, nonostante l'accoglienza tutt'altro che fredda riservata a Renzi e compagni sui territori, per i giornali è già un flop. Il tentativo di demonizzazione dei Cinque Stelle portato avanti sui canali ufficiali (e non) del partito non sta facendo altro che rinvigorire gli avversari e i loro agguerriti sostenitori. L'operazione condotta contro Ignazio Visco e Bankitalia ha per ora prodotto solo danni, riportando in cima all'agenda politica un tema, quello della banche, foriero di problemi e criticità per il leader dem, Maria Elena Boschi e tutto il Giglio Magico. La fiducia sul Rosatellum ha fatto tornare al centro della scena il nome di Denis Verdini, che gli avversari strumentalizzano senza pietà.

Il "Renzi contro tutti, tutti contro Renzi", tratteggiato nei giorni scorsi da alcuni retroscenisti molto accreditati, si sta rivelando una lotta impari, troppo sbilanciata per essere portata avanti con successo. Tanto più che le sponde che sembravano più solide stanno cominciando a vacillare, a cominciare da quel Paolo Gentiloni che non si è assolutamente scomposto davanti all'attacco a Visco, riconfermandogli la fiducia e facendo il suo nome per un nuovo mandato a Palazzo Koch.

È in questo contesto che il Pd si avvicina con sempre maggiore apprensione al voto siciliano che potrebbe segnare un punto di non ritorno. Se il 5 novembre si rivelerà, come si teme, un disastro, non è da escludere il ritorno in auge dell'ipotesi commissariamento nei confronti di Renzi. Un'operazione delicata, sicuramente non priva di controindicazioni, ma che registra un sostegno crescente dentro e fuori il partito. «Renzi ci porta a sbattere e se in Sicilia crolliamo sarà l'unica occasione per cambiare rotta prima della collisione finale», dice un parlamentare di lungo corso chiacchierando con alcuni amici all'uscita dal Senato. Nella testa dei congiurati i nomi da spendere ci sono già. E siedono tutti al tavolo del Consiglio dei ministri.

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