Corri, Milano, corri (e non rallentare, che l‘Europa è ancora molto lontana)

Non c'è classifica italiana in cui Milano non svetti. Ma allo stesso modo non c'è classifica europea in cui non sia in ritardo. Rallentare può diventare la parola d'ordine solo a patto che si acceleri - e molto - verso una dimensione di città europea che è sempre più vicina, ma ancora troppo lontana

Milano Linkiesta

La skyline di Milano all’alba

Foto di Ricky Ray (Flickr.com)

31 Ottobre Ott 2017 0755 31 ottobre 2017 31 Ottobre 2017 - 07:55

È di oggi la notizia che Milano ha recuperato 42 posizioni nella classifica delle città più eco-sostenibili d’Italia. Trentunesima, prima fra le grandi aree metropolitane, mentre Roma sprofonda all’ottantaquattresimo posto. Fosse solo questo: non c’è classifica, in Italia, che non dica che Milano è l’unica città su cui ha senso scommettere: dalla manifattura al mercato immobiliare, dallo studio all’occupazione, dalla cultura all’intrattenimento, finanche all’accoglienza e alla cura delle persone.

E forse, messa in questi termini, la provocazione del Sindaco Beppe Sala acquista un senso: torniamo umani, rallentiamo, rifiatiamo. Un’ambizione niente male per una città che storicamente percepisce se stessa in funzione della sua frenesia, della sua etica del lavoro, dei suoi ritmi micidiali. E pure un’idea nemmeno troppo balzana e antistorica di migliorare la qualità della vita, di salvare il mondo (e i nostri polmoni) da un capitalismo novecentesco che ha fatto il suo tempo.

Tutto vero, a patto di non perdere le dimensioni di quel che siamo e di quel che Milano vuole - e deve - diventare: una città che le classifiche italiane nemmeno le guarda, una città che si misura con le altre metropoli europee, possibilmente alla pari. Ecco: se la guardiamo con queste lenti, Milano è tutto fuorché un luogo che può permettersi di rallentare. Nella testa e nelle gambe.

Un occhio ad altre e meno generose classifiche può servire: secondo la classifica di Mercer sulla qualità della vita di tutte le città del mondo, Milano è quarantunesima: prima in Italia (e ti pareva) ma dietro a ventiquattro città europee, da Parigi a Berlino, da Londra a Dublino, da Stoccarda a Stoccolma, da Monaco a Bruxelles. E non c’è tra le prima trenta città del mondo dove vale la pena studiare, nonostante ci siano Vienna, Praga, Barcellona, Lione. E non c’è nemmeno nel rapporto del Financial Times Intelligence sulle European Cities of the future: ci sono Dusseldorf e Reading, Bucarest e Mosca, ma di Milano ancora non c’è traccia.

Milano ancora non c’è. Ed è questo il punto centrale del discorso sul futuro della città. Che ha senso rallentare come rallentano Amsterdam e Copenhagen, che (da anni) hanno una mobilità ciclabile prevalente rispetto al mezzo automobilistico. Ma bisogna accelerare nell’adottarlo

O meglio, c’è tra le città del futuro dell’area mediterranea, al quarto posto dietro Istanbul, Madrid e Barcellona. C’è tra le dieci città con il più alto potenziale economico, a riprova del suo essere luogo che vive del suo dinamismo. Ma non c’è, tra le prime dieci, se si tratta di parlare di capitale umano, di connettività, di business friendliness, di costo della vita, di lifestyle.

Milano ancora non c’è. Ed è questo il punto centrale del discorso sul futuro della città. Che ha senso rallentare come rallentano Amsterdam e Copenhagen, che (da anni) hanno una mobilità ciclabile prevalente rispetto al mezzo automobilistico. Ma bisogna accelerare nell’adottarlo. Così come bisogna accelerare nella sostituzione di edifici vecchie ed energivori, adottando strategie che rendano le nostre case passive come quelle che (da anni) stanno sperimentando in Germania. Che bisogna accelerare nel digitalizzare tutta la pubblica amministrazione cittadina o nell’attrarre investimenti produttivi che concorrono a generare i posti di lavoro di domani, come la giga-factory di Tesla alle porte di Parigi, o l’incubatole di startup più grande del continente a Lisbona, o come Poblenou a Barcellona, diventato l’esempio di come un quartiere possa diventare fabbrica diffusa a cielo aperto. Che la strada per diventare una città a misura dei giovani che quei lavori dovranno svolgerli, con affitti a misura delle loro tasche, ad esempio, o una vita culturale a misura delle loro aspirazioni, è ancor lunga.

Potremmo continuare all’infinito, ma l’idea dovremmo averla resa. Milano non può e non deve smettere di correre verso un modello di metropoli europea cui assomiglia sempre più, ma da cui è ancora terribilmente distante. E soprattutto, ma si è già detto, non deve cadere nella tentazione di specchiarsi nella sua superiorità col resto del Paese. Quello sì, un errore mortale. Altro che la frenesia.

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