Quando la Cia pagava scrittori e giornali comunisti per parlar male dei comunisti

Un vecchio trucco: finanziamenti nascosti, influenze in ombra, per manipolare l’opinione pubblica e vincere la "guerra culturale" contro il blocco sovietico. Molti insospettabili erano nel libro paga delle spie americane

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da Flickr, di Lorie Shaull

31 Ottobre Ott 2017 0805 31 ottobre 2017 31 Ottobre 2017 - 08:05

Il miglior finanziamento pubblico per i giornali? Quello della CIA. Non è un mistero che, nel corso dei decenni del XX secolo, l’Agenzia di investigazione americana abbia sborsato fior di quattrini per sostenere alcuni movimenti letterali in vari angoli del mondo. In Libano, in Uganda, in India, lungo tutta l’America Latina. E poi, certo, anche negli stessi Usa e in Europa: ne beneficiavano la Partisan Review, covo di intellettuali sinistroidi di altissimo livello (ora chiusa), ma anche la Paris Review, sede distaccata in Francia (del resto il cofondatore, Peter Matthiessen, era lui stesso un agente della Cia).

Sia chiaro. I giornali coinvolti non diventavano organi di propaganda dura e pura. Gli agenti americani, con l’obiettivo di colpire il nemico storico, cioè il comunismo, li “curavano”, cioè li finanziavano e, in modo anche indiretto, indirizzavano le loro scelte ideologiche. Il sistema era geniale: la Cia combatteva i russi adoperando persone e giornali che, all’apparenza, dimostravano di essere loro simpatizzanti. Una guerra di cultura perché “le idee anti-comuniste non fossero portate avanti solo da intellettuali reazionari”, ma anche da liberal e leftist.

A libro paga figuravano così scrittori come James Baldwin, Gabriel Garcìa Marquez, Richard Wright ed Ernest Hemingway, per citare i più noti. Ma c’era anche un folto numero di professori universitari, i quali, a loro volta, diventavano finanziatori di altri scrittori e intellettuali. E così i soldi si trasformavano in redini con cui controllare riviste e movimenti culturali. Il Tempo presente, in Italia, era tra questi. Così anche i Cuadernos, e il Mondo Nuevo in America Latina. E molti altri (la storia è raccontata bene qui).

Ma allora, in tutto questo, sorgono alcune domande: il valore artistico e letterario di questi autori, alla luce del coinvolgimento nelle trame della Cia, rimane uguale? La loro immagine di intellettuali liberi, a volte anti-sistema, non ne verrà compromessa?

Ma soprattutto: tutto questo avveniva durante la Guerra Fredda. Ma siamo sicuri che non succeda anche oggi? E chi sarebbero – e di cosa cercano di convincerci – gli intellettuali di adesso a libro paga della Cia?

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