Halloween? Ormai i mostri siamo noi (e non ci facciamo più paura)

Tra l’Holyween: festicciola agiografiche delle parrocchie italiane per scacciare il maligno, a riviste che consigliano come vestirsi da “It” fino alle finte pance pelose da indossare come marsupi, vogliamo sembrare tutti mostri perché non abbiamo idea di cosa significhi esserlo

Halloween Linkiesta

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1 Novembre Nov 2017 0715 01 novembre 2017 1 Novembre 2017 - 07:15

In molte parrocchie italiane, la notte scorsa, è stato celebrato l’Holyween: festicciole agiografiche per scacciare il maligno. Con tanto di dress code - «scegli un santo e vestiti come lui» (Cerro Maggiore, Milano) - e motto motivazionale - «una festa per il santo che c’è in te» (Santa Maria in Porto a Ravenna). L’opposizione della Chiesa ad Halloween è infondata per un buon numero di ragioni, la più importante delle quali ci informa - invano, a quanto pare - che la festa fu inventata dai “cattolici in una terra non cattolica”, tant’è che Halloween significa, letteralmente, vigilia della festa di Ognissanti e, quindi, nulla ha a che fare con il satanismo.

E’ senz’altro questa infondatezza che produce il paradosso per cui l’anti-Halloween assomiglia tantissimo ad Halloween. Un paradosso che esemplifica bene il processo che sta portando il mostruoso a coincidere con il normale o ad assomigliargli molto. Il freak è stato gentrificato. La notte delle streghe, dei morti viventi, dello strano anelito alla vita delle cose senza vita, non si è perduta tanto nella banalizzazione di “dolcetto o scherzetto?”, quanto nella negazione dell’irriducibilità del mostruoso. Nelle ultime pagine della sua “Storia della bruttezza”, Umberto Eco scrive che l’arte ha sempre rappresentato il brutto perché «per marginale che fosse la sua voce e malgrado l’ottimismo di alcuni metafisici, a questo mondo c’è qualcosa di irriducibilmente e tristemente maligno».

Qualche giorno prima che il nuovo IT arrivasse nelle sale, Vanity Fair ha pubblicato una gallery di «idee shopping per replicare il perfetto look del pagliaccio» perché «un tocco clownesco, ben calibrato, renderà il vostro outfit up to date più che inquietante». E’ marketing, certo. Tuttavia, tra questo IT e quello di Stephen King che l’ha creato o quello di Tommy Lee Wallace che l’ha trasposto al cinema per la prima volta, nel 1990, esiste una differenza fondamentale: uno è il prodotto di una paura tutta immaginata, l’altro di una paura che ha a che fare tanto con l’immaginazione, quanto con la realtà (“la magia esiste” scrisse King nella dedica del romanzo); uno si può combattere ed estirpare, l’altro no. Nel 1990, un pagliaccio che sbucava da un tombino per rapire un bambino era visibile non semplicemente a chi lo temeva, ma soprattutto a chi ammetteva che la realtà potesse aver prodotto un mostro come lui.

Nel 2017, quello stesso pagliaccio è visibile a chi lo teme perché, temendolo, lo produce, lo sfama, lo alimenta: appena smette di temerlo, sparisce. Vanity Fair suggerisce un look per assomigliare a IT perché questo IT è vincibile e vinto. San Giorgio sconfisse il drago e viene rappresentato sempre con un’armatura che riprende le fattezze del drago. D’altronde, la bruttezza, la sofferenza e la morte non entrano nell’iconografia cristiana quando si deve rappresentare il martirio dei santi, ma quando si deve rappresentare Cristo: nel primo caso perché il sacrificio dei martiri deve risultare esemplare, nel secondo perché l’uomo deve vedere il crimine di cui si macchiato crocifiggendo il figlio di Dio.

Per Freud, il perturbante era il rimosso che riaffiorava nella nostra coscienza per scombinarla. Noi sembriamo voler negare a qualunque cosa, persona, essere vivente la possibilità di sconvolgerci, di farci perdere il controllo. Se tutti siamo mostri, se tutti lo ammettiamo, non c’è più niente da temere.

Niente di tutto questo permane nella rappresentazione della bruttezza e della mostruosità nel nostro tempo. Noi sembriamo affannosamente in cerca di una relazione risolta tanto con il brutto quanto con il mostruoso, tentiamo di fare in modo che non suscitino né riprovazione, né scandalo, nè tantomeno disgusto. Melanie Gaydos è una delle modelle più pagate al mondo: soffre di una malattia piuttosto rara che le ha fatto perdere i denti, i capelli e ha impedito alle sue ossa di svilupparsi completamente. Da una parte è il simbolo delle passerelle che consentono (finalmente) l’accesso a corpi che non obbediscono ad alcun canone perché sono irripetibili, irriproducibili, unici. Dall’altre parte, Gaydos è il perturbante che si fa glamour e, facendosi glamour, smette di perturbare. Per Freud, il perturbante era il rimosso che riaffiorava nella nostra coscienza per scombinarla. Noi sembriamo voler negare a qualunque cosa, persona, essere vivente la possibilità di sconvolgerci, di farci perdere il controllo.

Lady Gaga è salita decine di volte sul palco incitando il pubblico a tirar fuori il proprio mostro (tant’è che i suoi fan si sono fatti chiamare, a lungo, “piccoli mostri”), cioè a liberare la loro propria unicità e infilarla nel quotidiano, esprimerla, toglierla dal buio e portarla alla luce. Se tutti siamo mostri, se tutti lo ammettiamo, non c’è più niente da temere. Non ci siamo, tuttavia, ancora domandati se vogliamo vivere senza paura. Il successo dei film horror non offre una risposta adeguata, naturalmente, ma forse il look da IT, l’incredibile successo di finte pance pelose da indossare come marsupi gli apparecchi per i denti che diventano accessori di gran moda, il tingersi i capelli di verde e di blu, raccontano un desiderio finora inedito nella storia dell’uomo: rendere la paura qualcosa cui si può assomigliare e assomigliarle. Per questo, forse l’IT del 2017 è quasi splatter.

«Facciamo coraggiosamente il brutto!», scrisse Filippo Tommaso Marinetti nel Manifesto tecnico della letteratura futurista. Era il 1912 e le intenzioni della sua avanguardia erano rigenerare l’arte da ogni solennità borghese e riportarla a occuparsi «di tutte le asprezze, dissonanze e della pura rozzezza primordiale». Bruttezza e mostruosità, cioè, servivano a mostrare all’uomo che la vita è anche caos, conti che non tornano, traffico, malattie, puzzo, insolenza, ribellione, visione, intuizione, velocità, tumulto, sfregio. Servivano a risvegliare la vita e ammirarne il tratto selvatico. «Fate invadere un salone da ballo da un odore fresco di rose e voi lo cullerete in un vano passeggero sorriso, fatelo invadere da quello più profondo della merda e voi lo farete agitare nell’ilarità, nella gioia», scrisse Aldo Palazzeschi ne “Il controdore” (1914).

Berwick ha capito che vogliamo sembrare tutti mostri perché non abbiamo idea di cosa significhi esserlo, ma sappiamo che d’essere normali non ne possiamo più.

Il film “Brutti e cattivi” di Cosimo Gomez, arrivato da poco nella sale italiane, racconta di un paraplegico, una donna senza braccia, un rastaman e un nano che organizzano una rapina nella periferia di Roma. Il sito MyMovies lo definisce: «una commedia nerissima e spregiudicata, un’impresa coraggiosa che non può lasciare indifferenti, perché i personaggi sono tutti negativi e non hanno vie di Damasco su cui convertirsi». Il problema è che nessun personaggio è davvero negativo se parla romanesco nella periferia di Roma dove abbiamo visto Jeeg Robot, nemmeno se quel personaggio è un freak (senza contare che il freak, al cinema, è un topos della compassione). Anche in questo caso, la mostruosità serve, in fondo, a una riconciliazione.

Tra accettazione del freak e suo assorbimento nella normalità c’è una differenza: la prima non ne comporta l’annullamento, la seconda, di fatto, sì. Se n’è accorto Ricky Berwick, un uomo segnato da grave deformità, che su YouTube ha creato un canale molto seguito , in cui si mostra, parlando con il pubblico, mentre fa le cose che per noi sono le più semplici - dallo scartare un pacco al sedersi - ma, per lui, un inferno. La cosa quasi agghiacciante è che quell’inferno gli dipinge sul volto una specie di soddisfazione: lui è solo, ma è unico. Noi siamo la massa che lo guarda: non dobbiamo azzardarci a pensare che possiamo avere qualcosa in comune con lui. Berwick ha capito che vogliamo sembrare tutti mostri perché non abbiamo idea di cosa significhi esserlo, ma sappiamo che d’essere normali non ne possiamo più. In "Fur", il film del 2006 ispirato alla storia di Diane Arbus, che dedicò la sua vita a fotografare i freak, c'è una scena in cui lei e suo marito fanno l'amore in una posizione nuova: quando lui le chiede se le piaccia, Diane risponde: «Sì, perchè mi fa paura».

In un suo recente articolo su come l’ossessione del complotto si sia spostata dalla letteratura al cinema, Cristiano De Majo osserva che la bruttezza è diventata uno strumento di persuasione: «gli autori paranoici di questo tempo sembrano considerare la bellezza un’accettazione delle regole, un compromesso con il sistema che vogliono combattere. Le immagini devono restare sporche e gli attori possono recitare male».

Ed è vero: niente ci insospettisce di più della bellezza. Forse perché la riteniamo ancora frutto dell’ordine naturale, che mai come adesso ci tedia e ripugna, perché implica un inammissibile contrario: l'innaturale. «Lo specchio mi aveva insegnato quello che sapevo da sempre: ero orribilmente naturale. Non me ne sono mai riavuto», scrisse Sartre ne “Le parole”.

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